Cliniche e tangenti: “Tutti venivano a battere cassa”

di REDAZIONE

«Venivano tutti qui a battere cassa, nella Prima e nella Seconda Repubblica. All’inizio tutto quel che chiedevo di fare era proibito. Ma una volta incassati i denari, guarda un po’, la politica cambiava idea…» è una furia, al telefono, Sandro Polita, l’imprenditore che con le sue denunce ha innescato l’ennesima inchiesta lombarda sulla malapolitica. Ha 51 anni, Polita, ma è un uomo che viene da lontano: si scottò già le mani ai tempi di Mani Pulite, venne arrestato nel ’93 per qualche elargizione proibita alla Dc ma se la cavò. Ma oggi come allora non ha cambiato il suo modus operandi, secondo il quale affari e patti di ferro con la politica vanno di pari passo. Per dirla alla francese, Polita ha sempre pagato mazzette. «Eh certo, perché se vuoi lavorare devi passare alla cassa. Ma adesso sono deciso a dire tutto quello che so sugli ultimi 15 anni. E soprattutto a dimostrare che non sono un bancarottiere come mi vogliono dipingere…».

Per intanto parlano in sua vece le 53 pagine di atti che dalla scrivania milanese del pm Robledo sono passate a quella varesina del pm Abate, titolare dell’inchiesta portata a galla dalle perquisizioni di ieri. «Ci siamo rivolti a Milano perché in 14 mesi di indagine non siamo mai riusciti a farci interrogare» racconta Polita nelle prime righe.

Benché le indagini siano al momento concentrate sul business della sanità, la denuncia dell’imprenditore parte da tutt’altro, da un albergo che la sua società realizzò nel 2008 in occasione dei Mondiali di ciclismo a Varese. «Ho frequentato assiduamente il senatore Tomassini (nella foto, n.d.r.) a partire dal 2007 in occasione della presentazione del progetto per l’hotel Capolago». L’area individuata per realizzare l’opera non è edificabile; è necessario inserirla dunque nel piano di quelle necessarie ai Mondiali di ciclismo, piano per il quale il governo nomina commissario Guido Bertolaso.

«L’iniziativa incontrò due ostacoli, – scrive Polita – la Lega Nord voleva un progetto che attraverso palafitte e altre oscenità rappresentasse la cultura celtica; Cl lamentava che non avrei affidato lavori ad aziende a loro riferibili». La mazzata sembra arrivare il 23 agosto 2007 quando Bertolaso boccia il progetto. «Ma il senatore Tomassini che conosceva la vicenda si propose per risolvere il problema: ci riferì che avrebbe parlato con Bertolaso e si propose come interlocutore. Affinché il progetto potesse essere valutato… il senatore ci chiese una dazione di denaro: ci dimostrò la sua confidenza con Bertolaso facendolo cercare telefonicamente dalla “batteria” davanti a me e a mio fratello per fissare un appuntamento con lui».

Polita si reca più volte a Roma, incontra dirigenti della Protezione civile e il contestato albergo ottiene l’ok. «Era di tutta evidenza per noi che senza l’intervento del senatore Tomassini su Bertolaso non avremmo mai visti riconosciuti i nostri diritti, pertanto non avevamo altra scelta che aderire alla richiesta di denaro. Fu così che venne consegnata una prima tranche di 50 mila euro». La consegna avviene a Milano, all’interno della Jaguar del parlamentare. «Ma altre dazioni seguirono, per complessivi 100 mila euro. Inoltre il senatore ci chiese di fornirgli gratuitamente all’interno dell’hotel due servizi: un ufficio dove ricevere i suoi interlocutori; prestazioni gratuite, circa 30 camere per suoi amici in occasione di una manifestazione di trekking».

Nella seconda parte degli atti raccolti da Robledo si affronta il nodo della sanità. «Dopo aver acquistato la clinica La Quiete – racconta ancora Polita – Tomassini ci organizzò un incontro con Carlo Lucchina, direttore generale dell’assessorato alla Sanità. In quell’incontro durato 15 minuti Lucchina ci disse che gli accrediti dei posti letto erano bloccati ma che tra le pieghe della legge qualcosa si sarebbe potuto trovare; precisò inoltre: “voi seguite Tomassini, al resto ci penso io”… il sospetto che non avremmo potuto fare a meno dell’intromissione della politica ci venne molto forte. Ciò ci divenne chiaro quando il senatore ci chiese di “contrattualizzare” la sua segretaria, Giovanna Ferrario… che avrebbe gestito i rapporti con Lucchina».

Il contratto parte il 29 settembre 2009, ha durata di tre anni, prevede duemila euro al mese. In seguito giunge anche la richiesta di compiere lavori di ristrutturazione nella villa del parlamentare a Varese: «Quale primo acconto gli venne consegnato un assegno di 25 mila euro intestato a un artigiano a noi sconosciuto». Ennesimo episodio raccontato ai magistrati è l’acquisto di un macchinario diagnostico da una precisa società, la Esaote spa «nonostante lo stesso fosse venduto dalla Philips a 400 mila euro in meno». «La richiesta avvenne a casa di Tomassini e in quell’occasione Lucchina mi impose l’acquisto». Segue la consegna di un’ulteriore busta con 30 mila euro in occasione di una cena al ristorante «Venanzio» di Induno Olona: «Uscimmo in giardino a fumare, consegnai la busta a Tomassini, Lucchina assistette alla scena e non disse nulla. Era chiaro che i due erano d’accordo, inoltre è noto che Lucchina non è facile a frequentazioni riservate con gli imprenditori».

Fonte originale: www.corriere.it  di Claudio Del Frate

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