Cina, l’economia si sta “normalizzando”. Dal voto nessuno stravolgimento

di MANUEL GLAUCO MATETICH

Il Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), che inizierà l’8 novembre, non avrà sicuramente le stesse emozioni e la stessa incertezza che caratterizzano in questi ultimi giorni di campagna elettorale delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Qui a Pechino, infatti, l’identità del leader, che guiderà il paese per tutto il prossimo decennio, non è certamente una cosa sconosciuta e misteriosa. Non sono previsti colpi di scena, il copione mandarino è già scritto, e si prevede che il nuovo segretario generale del PCC e presidente della Cina dal mese di marzo sarà il vice presidente attuale, Xi Jinping.

Nonostante manchi la suspense delle elezioni americane, chiunque si siederà sul potente Comitato Permanente del Politburo, dopo aver raggiunto il consenso tra le diverse fazioni del partito comunista cinese, si troverà dinanzi ad una vasta gamma di sfide che dovrà affrontare assieme alla nuova generazione di leader. Questi problemi reali e concreti vertono innanzitutto sulla disuguaglianza sociale cinese, seguita dalla crescente protesta della popolazione, la corruzione dilagante, i problemi ambientali, le tensioni con i suoi vicini in Asia, le richieste crescenti di riforme politiche dei cittadini, e in particolare, il rallentamento e quello che gli esperti considerano l’esaurimento del modello economico cinese, concentrato esclusivamente sulle esportazioni e gli investimenti, e pari a zero sul mercato interno.

E’ in atto una vera e propria crisi potenziale che punta il dito contro il modello di crescita economica della Cina. Il prossimo decennio potrebbe essere l’ultima occasione per il governo cinese per cercare di attivare delle riforme che riescano a modificare l’assetto economico, e non solo, della Cina. “Le contraddizioni cinesi sia dal punto di vista economico sia sociale sembrano essere in prossimità di un limite”, ha affermato Wu Jinglian, economista di fama mondiale durante un’intervista alla rivista settimanale cinese Caijing.

Hu Xingdou, professore di economia presso l’Istituto di tecnologia di Pechino, va oltre: “Il modello cinese si basa su un forte intervento del governo per promuovere lo sviluppo dell’economia, ma è giunto al termine e si trova già ora in una profonda crisi negativa, ovviamente. Ci sono due fattori per questo: la difficoltà di sostenere gli investimenti da parte del governo, e il fatto che l’eccessivo intervento statale, la corruzione e la forte polarizzazione portino esclusivamente a delle contraddizioni sociali ben radicate nella società civile cinese”.

L’economia cinese è cresciuta del 7,4% nel terzo trimestre, l’indice più basso mai registrato prendendo come incipit di riferimento il primo trimestre del 2009, e ciò è dovuto soprattutto dall’impatto dei suoi esportatori con l’attuale crisi economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha recentemente tagliato le sue previsioni di crescita per la Cina, stabilizzatesi all’8% per quest’anno e all’8,2% per il 2013, causato in gran parte dagli effetti della crisi europea. Il PIL (prodotto interno lordo) cinese è cresciuto del 10,4% nel 2010 e del 9,3% nel 2011. Il vice governatore della Banca Centrale cinese, Yi Gang, ha dichiarato che Pechino continuerà a prendere misure efficaci per cercare di stabilizzare la crescita e ha sottolineato che la Cina ha “uno spazio relativamente ampio”, per usare le politiche monetarie e fiscali per raggiungere lo scopo prefissato.

Il governo e gli analisti ritengono che la seconda più grande economia mondiale si stia “normalizzando” e ciò avrà un “rimbalzo” nei prossimi mesi. Ma i sostenitori della riforma affermano che le loro preoccupazioni sono rivolte alle prospettive a lungo termine. Molti esperti ritengono che la Cina, senza una profonda trasformazione sociale, crescerà entro la fine di questo decennio ad un ritmo più vicino al 5% annuo invece che del previsto 10%, percentuale che si affermò nel lontano dicembre del 1978 quando Deng Xiaoping decise di avviare il processo di riforma e di apertura del paese al commercio internazionale. I sostenitori di cambiamenti decisivi stanno facendo pressione al vice presidente Xi Jinping per eliminare i privilegi delle aziende statali, fornire insediamento permanente dei migranti rurali in città, e, soprattutto, limitare il potere dello Stato centrale.

Quando la corrente del presidente cinese Hu Jintao è salita al potere alla fine del 2002, ha dovuto far fronte a richieste di modifica molto ambiziose, tanto che alcuni analisti avevano ritenuto Hu Jintao un innovatore audace. Le speranze sono state infrante perché Hu si è rivelato infine un leader prudente, e non così radicale come tanti politologi avevano, forse troppo frettolosamente, sostenuto. Gli esperti ritengono che i nuovi leader sono consapevoli del fatto che la Cina ha raggiunto un punto di svolta nel suo sviluppo economico e politico. Il problema è come andare avanti. “Dobbiamo passare dalla gestione estensiva dell’economia ad una gestione intensiva dell’economia, basata in primis sugli investimenti”, ha detto il professore universitario Hu Xingdou. E aggiunge: “I problemi dell’economia cinese non possono essere risolti se non c’è una nuova riforma politica. Il governo dovrebbe allentare il controllo dell’economia, eliminando i privilegi delle imprese di Stato, limitare il potere del governo ed eliminare i gruppi di interesse monopolistici, ma questo può essere raggiunto solo se le riforme politiche vengono realmente fatte. Il modello attuale dell’economia cinese non può durare più di tanto ancora a lungo. Questo è un periodo di transizione molto importante in Cina. O cogliamo l’occasione al volo oggi, o domani ce ne pentiremo assai dolorosamente.”

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