Cina e Africa, un rapporto che non è tutto rose e fiori

di GIANNI SARTORI

Materie prime in cambio di investimenti: un rapporto ben collaudato tra continente africano e “impero di Mezzo”. Dal 2009 la Cina risulta principale partner economico dell’Africa con  uno scambio commerciale passato dai 10 miliardi di dollari del 2000 a 200 miliardi nel 2012. E le imprese cinesi -sottolineava l’agenzia Nuova Cina-  sono presenti anche in paesi africani “a rischio” per l’Occidente.

La presenza del nuovo presidente Xi Jinping alla riunione di Durban (26-27 marzo) dei grandi paesi emergenti – Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica – ha confermato l’interessedi Pechino per l’Africa e la continuità con la Conferenza cino-africana del 2006.

Per differenziarsi dai vecchi colonizzatori, Pechino sostiene di voler adottare una “politica di non-ingerenza, di collaborazione strategica improntata sull’uguaglianza, la fiducia reciproca e la cooperazione” (Libro bianco sulla politica africana, 2006). Tuttavia la presenza massiccia di lavoratori immigrati cinesi (più di un milione) sta alimentando tensioni con le popolazioni indigene in Mozambico, Namibia, Niger, Angola… Tra gli episodi più gravi, l’uccisione di un dirigente cinese in una miniera di carbone  durante uno manifestazione di minatori (Zambia, agosto 2012). Qualche mese prima, durante uno sciopero, funzionari cinesi della stessa compagnia mineraria avevano sparato sui lavoratori ferendone una decina. Già alla fine dello scorso decennio rivolte anti-cinesi erano scoppiate in Lesotho e Zambia.

Le compagnie minerarie cinesi vengono criticate per la loro brutalità, i bassi salari, la mancanza di rispetto per le norme e i diritti dei lavoratori (come denunciano Human Rights Watch e qualche Ong sudafricana). In sostanza, talvolta con la complicità dei governi, esportano i discutibili metodi del capitalismo di stato alla cinese. L’invasione di prodotti a basso costo, dall’abbigliamento all’elettronica, rischia di distruggere produzione e commercio locali e alcuni esponenti politici africani parlano esplicitamente di “neocolonialismo”. Ricordando le “passate esperienze economiche dell’Africa con l’Europa” (non precisamente idilliache), il presidente sudafricano Jacob Zuma ha manifestato preoccupazione per “rapporti commerciali squilibrati non sopportabili a lungo termine” tra il suo continente e la Cina. In Angola il governo ha recentemente deciso di ridurre la dipendenza da Pechino diversificando gli accordi commerciali e preferendo allacciarne di nuovi con India e Brasile. Altri paesi africani puntano su rapporti meno sfavorevoli condizionando i contratti per l’estrazione mineraria al transfert di tecnologie e alla creazione di posti di lavoro per la popolazione locale.

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One Comment

  1. Gianni Sartori says:

    …per non dimenticare chi ha lottato affinché “altri fossero liberi” (senza avere nulla in cambio…)

    I GUERRIERI DIMENTICATI DEL SUDAFRICA
    “Se questo paese è libero -si rammaricava un ex guerrigliero – ed ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
    Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della RSA si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’Anc e il Pac. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’Anc con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ottanta, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
    Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
    Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ottanta presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti quisling, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
    Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy (Le monde) ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.
    Gianni Sartori

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