Ci sono 700.000 sindacalisti: una zavorra che affonda l’Italia

di FRANCO FUMAGALLI*

Il comatoso stato della nostra economia, appesantita dalla zavorra del debito enorme e dal parassitismo pubblico, non è un caso. E’ la conseguenza di scelte ideologiche sbagliate, di comportamenti, di connivenze tra forze politiche guidate da  vecchi e nuovi cialtroni,che avevano e hanno in mente solo i loro interessi personali, e le vecchie ideologie rappresentate dalla Triplice. Al desolante panorama politico del Paese, si aggiunge un altro fattore di instabilità: i sindacati. Questa Triplice o meglio questo partito conservatore italiano (PCI come lo chiama G. Pansa), è stato ed è uno dei principali attori delle attuali, grandi difficoltà economiche che soffrono i lavoratori. Per eliminare tale disfunzione è necessaria un energica chemioterapia abolendo la presenza di “sindacalisti”: ce ne sono 700.000 nel Paese.

E’ fondamentale chiarire che, nel settore privato, per un rapporto dialettico imprenditore/dipendente, quando le maestranze superano un determinato numero, è necessaria una rappresentanza sindacale interna. La funzione di questa rappresentanza dev’essere orientata, però, esclusivamente al miglioramento delle condizioni di lavoro compreso quello economico. Da questo rapporto, basato su interessi in parte contrastanti, si viene a creare un equilibrio che dev’essere sempre compatibile con le condizioni generali di mercato. Con un breve richiamo storico si può rammentare che lo sviluppo industriale nel senso moderno, iniziò con la fine della seconda guerra mondiale per ricostruire un Paese gravemente danneggiato. Un fervente lavoro (si può ricordare che 48 erano le ore lavorative settimanali, quindi Sabato compreso) diede un impulso imprevedibile al settore economico. La tecnologia, sviluppatasi per le esigenze belliche, venne applicata all’attività civile, ampliando le possibilità di beni offerti sul mercato. ( “boom” del 1963).

Dopo il periodo d’intenso lavoro a condizioni ancorate a vecchi sistemi retributivi, dal 1963 iniziò una seria rivalutazione dei salari e degli stipendi. Allora la burocrazia sindacale si identificava con pochi elementi.

Considerevole, al contrario l’apporto concreto e deciso dei lavoratori e dei “sindacalisti” di fabbrica, volontari e non retribuiti, che svolsero le azioni reali per il miglioramento sia economico che delle condizioni di lavoro. Sin da allora, però, l’azione sindacale era inquinata dalla suddivisione in classi teorizzata dal marxismo, e fulcro, quando portata alle estreme conseguenze, del sindacalismo ottocentesco nostrano. L’impostazione comunista ha indotto a codificare le regole in una giurisprudenza, vincolante per la gestione del mondo del lavoro. Legislazione approvata da una debole e connivente classe politica. Con lo Statuto dei lavoratori (1970) e la fondazione della Triplice (1971). l’azione sindacale ha avuto una predominante impostazione ideologica, indipendente dalla funzione di miglioramento economico e di tutela dei lavoratori. Gli scioperi avevano assunto una pura connotazione politica (scioperi sotto tutte la forme, a macchia di leopardo, a intermittenza, a reparti, ecc,ecc,) trascurando i problemi aziendali. I sindacati iniziarono a perdere la loro funzione di mediazione interna nelle fabbriche e iniziarono a diventare burocrazia e politica. I “capi” della Triplice aspirarono a seggi in parlamento per demandare alla legge, con le relative rigidità e coazioni, quello che avrebbe dovuto essere il loro compito di intermediazione. Le serie infinite di scioperi, (ricordiamoci il Cile, il Vietnam ecc.ecc.) proprio perché non finalizzati al mondo del lavoro, non sono più servite a migliorare le condizioni dei lavoratori ma sempre di più a rafforzare la burocrazia sindacale, con privilegi sanciti da leggi “amiche” (quasi “ad personam”). Le “conquiste” non si sarebbero più fatte con la partecipazione dei lavoratori ma semplicemente con accordi tra i vertici sindacali e industriali, tenendo ben presente che, spesso, i miglioramenti venivano decisi autonomamente da Confindustria e  quindi venivano concordati i giorni di agitazione, indispensabili per salvare la faccia ai “sindacalisti” e nel contempo aumentare il costo del lavoro, lasciando ai lavoratori le briciole.

I burocrati sindacali non hanno mai affrontato la drammatica situazione di disoccupazione, generata dai loro comportamenti, perché oltre che compromettere i loro privilegi e le loro carriere, un’analisi seria avrebbe messo a nudo la povertà delle loro capacità e la loro ipocrisia.

Si può rilevare che la esistente Triplice, burocratica e parassitaria, che opera nel privato, è un fattore ostativo allo sviluppo economico. Attualmente i “sindacalisti”, quelli che non fanno parte della casta politica, hanno privilegi che gravano sui lavoratori in maniera pesante e durevole e che in modo surrettizio incrementano il costo del lavoro, contribuendo a mantenere basse le retribuzioni. Si può ricordare che il costo del lavoro nelle nostre aziende, rispetto a quelle delle altre nazioni europee, è il più alto, a fronte di retribuzioni medie che sono le più basse. Non indifferente a questo stato di cose la complicata e talvolta assurda legislazione. Così sindacalisti, sono diventati i giudici. Si può aggiungere che il benessere dei lavoratori è contrario agli interessi della lobby sindacale burocratica. Perché mantenere questi sindacati?

*Unione Padana

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18 Comments

  1. Alessandro P says:

    Il sindacalista è un mediatore (remunerato) fra lavoratori e datori di lavoro: è suo preciso interesse che le parti non possano dialogare fra loro per risolvere i problemi, altrimenti il suo ruolo non avrebbe ragione di esistere.
    Così come in una democrazia diretta credo che il datore di lavoro dovrebbe instaurare un dialogo diretto con i suoi dipendenti bypassando costosi e inutili intermediari burocrati.

  2. Giacomo says:

    Porcu, a lei non bisognerebbe dare parola…. Si vergogni, e si faccia visitare.

    • Roberto Porcù says:

      Vediamo un po’, io sono per dare la parola a tutti, ma non dare quattrini a tutti e voglio che ciascuno se li abbia a guadagniare con il suo lavoro..

      In una ditta di Monza dove lavoravo come impiegato tecnico, dopo che la lasciai, gli ex colleghi mi raccontarono di un operaio assunto che aveva sindacalizzato l’azienda e fini che il titolare gli dette dei soldi, lui acquetò le acque e cambiò lavoro per ripetere il giochino altrove. Ricordo che mi raccontarono di tanti soldi, ma non me ne importava più di tanto ed ora non ne ricordo la cifra.

      Ero relativamente giovane ed un vecchio ingegnere con il quale avevo stretto una certa amicizia, mi raccontò due particolari che, al tempo, mi parvero incredibili:

      1 – Premetto che l’ho sempre conosciuto scapolo, ma sempre con una donna al seguito. Mi raccontò che in Olanda era con una, doveva improvvisamente rientrare in Italia e gli parve l’occasione buona per scaricarla visto che la partenza avrebbe dovuto essere veloce. Lei affermò che non c’erano problemi, fermarono l’auto davanti agli uffici della autorità cittadina, lei scese e risalì dopo dieci minuti con un pacco di documenti. Mentre lui guidava, lei fece la cernita di quello che le sarebbe servito e quello che era in più buttandoselo ai piedi: cose allucinanti ed incredibili per me che come italiano ero abituato alla nostra burocrazia, a documenti infiniti ed infinito il tempo per ottenerli.

      2 – Mi raccontò anche di aver fatto parte di una commissione per la stesura del contratto nazionale dei metalmeccanici. Diceva che il contratto fu steso e controfirmato, ma non doveva sapersi ed i sindacati fecero fare ancora degli scioperi perché i lavoratori avrebbero dovuto capire come la lotta fosse stata dura, che quello che si era ottenuto fosse il massimo possibile e che fosse inoltre vantaggiosa la debilitazione finanziaria dei lavoratori per l’accettazione come una vittoria di quel nuovo contratto.

      Inoltre, sono diverse le aziende, fior di aziende con tecnologia all’avanguardia, che ho visto nella mia carriera imprenditoriale ridursi nella condizione di competizione continua con la proprietà e lavorare ai livelli di chi fa meno. Poi le ho viste tutte con i cancelli chiusi, i falò e tante bandiere appese dove era possibile. Dopo ancora le ho viste chiuse nell’oblio generale. Una per tutte la Galileo, fabbrica di lenti per occhialeria “Galileo lenti da primato”, questo nome forse lo ricoderai.

      Questi sono spezzoni di vita vissuta, … potrei raccontarti anche quando mi trovai giovane sposo con un figlio appena nato, e necessità per me che non sono di famiglia benestante, a dover fare scioperi interminabili per motivi aziendali inesistenti, ma politicamente ben fondati.

      Potrei … , ma te, o sei uno di quelli che con quello che passa lo stato ai sindacati ci campi bene, o dormi con le fette di mortadella sugli occhi ed allora quando ti sveglierai sarà dura.

      E parla pure, che io non te lo impedirò mai.

      • Giacomo says:

        Le ribadisco di farsi controllare da un medico. Uno bravo. Rilegga le sue affermazioni postate ieri sera, ” non che quelle odierne siano migliori “. Per chi legge, mortadella o no, lei è un DEMENTE.

        • Roberto Porcù says:

          Bravo, dammi del demente, del matto e tira a farmi rinchiudere in manicomio: si usa ancora così ?
          Io sono uno di quei tanti che la pensano diversamente da te (tutti in manicomio, nei gulag, nei lager, nei … come cacchio li chiamate in Cina?
          Sono anche uno che si fa un mazzo dell’accidenti per mantenere questo stato di merda affinché possa lui mantenere quelli come te. Io sono LAVORATORE ed anch’io ad un sindacalista non do la mano.
          Hanno chiuso le fabbriche dove si produce alluminio, ne era rimasta una con unità produttive in Veneto ed in Sardegna, ma ora chiude anche questa.
          L’alluminio si produce con un grande consumo di energia elettrica e questa in Italia costa uno sproposito.
          Inoltre le tasse si pagano indipendentemente dagli utili, ed è fantascientifico immaginare che una società straniera venga a produrre qui per chiudere poi sicuramente in perdita i bilanci. Il sistema ci sarebbe, quello dell’Efim, delle aziende decotte, chiuso nei tempi che furono o un accordo con nuovi proprietari sul costo dell’energia elettrica, molto ridotta per loro e parimenti aumentata ad aziende e famiglie italiane. Ed un accordo, ad personam, per una tassazione europea. Se mai ci sarà chi rileverà gli impianti, sarà uno sprovveduto perché nel bel paese è uso che ogni governo navighi a vista seguendo una sua ideologia e si rimangi senza scrupoli gli accordi presi dal precedente.
          Dimenticavo, io continuo a non darti del demente perché sono sempre più convinto che tu demente non lo sia, ma che semplicemente con l’andazzo sindacale tu sia uno dei tanti che riesce a campare bene senza mai sporcarsi la camicia.

        • ricki says:

          vergognati Giacomo. Quello che deve farsi visistare sei tu… maleducato arrogante.. è evidente che parli solo per interesse personale, politico o economico. Argomenta come fa Roberto Porcu, sempre se hai argomenti… dare le malato di mente o del demente ad un’altra persona senza argomentare denota una bassezza senza eguali… ma questi sono i sindacalisti italiani e i loro sostenitori: una feccia parassita tutta italiana, squallida e vergognosa fin nel midollo. Vergognatevi

  3. Franco says:

    A Fabio
    Errore le entrate dei sindacati provenienti dal tesseramento sono una parte. Vi sono molte altre entrate sostanziose pagate dai cittadini ( vedi CAF). Perchè i bilanci dei sindacati non sono pubblici? Perchè non vogliono far sapere quanto prendeno e dove vanno a finire i milioni di euro che arrivano direttamente alle loro casse.

  4. Roberto Porcù says:

    Ottimo articolo che mette il dito nella piaga, ma dimentica di dire dei sindacalisti interni alla fabbrica che fanno accordi con la direzione, percepiscono quattrini “in nero” ed imboniscono i lavoratori dando loro ad intendere quel che vogliono.
    Per capirli bisogna fare vita di fabbrica.

    Vi invito a leggere una lettera scritta da Uriel il 18 giugno 2007 da Ferrara.

    Storie di vita italiana nell’Unione delle Repubbliche Socialiste di Emilia e di Romagna

    Dunque, come ho detto spesso vengo da una famiglia di operai, e mia madre è una che oggi verrebbe chiamata “migrante” dai radicalchic.

    Il luogo ove si forma la mia opinione sui sindacati è la bassa ferrarese, quell’insieme di paesini vicini alle aree paludose, che fino agli anni ’70 hanno vissuto di zuccherifici e barbabietole.

    Per capire l’atmosfera del posto bisogna immaginare un posto dove la favola di Peppone e Don Camillo non si può scrivere perché Don Camillo è stato ammazzato una notte del ’46.

    E se si è salvato, allora è stato trasferito su richiesta del PCI. E se la curia non ha accettato di trasferirlo, allora è avvenuta una tale piccola persecuzione locale (dagli oratori chiusi per questioni di igiene , alle ispezioni dell’ufficio del lavoro su chi puliva il pavimento della chiesa, fino all’arrivo dei pompieri che fanno notare come manchino gli estintori ed altri requisiti per avere tanta gente), che se ne sono andati.

    Parliamo di un posto dove a scuola, una volta a trimestre, alle elementari, arriva il vecchio partigiano o il vecchio soldato della campagna di Russia che ti raccontano di che merda è stato il fascismo. Su richiesta del partito.

    Se pensate di aver avuto dei libri pesanti alle medie, il mio “libro di lettura” in prima media era “La fattoria degli animali”, in seconda media “Se questo e’ un Uomo”, in terza media “Arcipelago Gulag”. 11, 12, 13 anni.

    Era tale lo strapotere politico del PCI che nessuna scuola poteva proporre un qualsiasi libro di lettura che non piacesse al partito.

    Il luogo di ritrovo del posto era detto “il sindacato”. Paesino di 200 anime, era il circolo Arci che faceva anche da sede locale del PCI , da localita’ per la Festa dell’Unita’ e da sala riunioni per le assemblee sindacali e politiche. Nonchè da bar, tabaccaio, giornalaio e bocciofila.

    Tutto inizia attorno al 1977. Perché fino al 1976 la mia vita di bambino era abbastanza tranquilla. Si viveva nelle case che “la fabbrica” dava ai “Maestri d’Opera”, quegli operai che erano capaci di misurare i centesimi
    senza calibro, di verificare il piano ad occhio, di trovare le miro-crepe nei tubi battendoli con una chiave e ascoltando il rumore.

    Insomma, quella gente lì, aveva due file di casette a disposizione: in fondo c’era “la villa”. Non ci stava il padrone, ma “l’Ingegnere”. Era uno di quegli ingegneri di una volta, che col regolo calcolatore e un tavolo da
    disegno metteva in piedi tutta la fabbrica, dal capannone alla torre di distillazione per l’alcool.

    Aveva , come benefit, una villa di 250 metri quadri, con un grosso giardino, la voliera in vetro per gli uccelli (bersaglio preferito della fionda operaia) e altre amenità che ne certificavano la borghesità, quali per esempio che le figlie facevano “la festa di compleanno” in giardino con i biglietti di invito al vicinato (mica seghe) invece di fare solo la torta di compleanno coi parenti.

    Vabe’, comunque in un qualche momento della mia esistenza a casa mia si è cominciato a piangere, gridare e litigare. La ragione era una terribile parola: “cassa integrazione”. Lo so perché dopo aver sentito una sera di
    pianti e liti fra mia madre e io padre, l’indomani a scuola la maestra mi chiese notizie della “cassa integrazione allo zuccherificio”: quando in un paesino di tot anime chiude una fabbrica, LA fabbrica , è panico per tutti.

    Iniziò così la saga. E si scoprì che fra tutti i compagni che componevano la strada operaia di fronte allo zuccherificio, alcuni erano “più uguali di altri”.

    Il concetto di base che si notò subito fu che alcuni (compresi alcuni “comunisti storici”) anzi quasi tutti, furono lasciati a casa con qualche ora settimanale di cassa integrazione (16 ore, mi pare).

    I sindacalisti, ovviamente, quelli che sapevano 50 parole in più e potevano “andare a parlare”, rimasero dentro la fabbrica, con lo stipendio ordinario.

    Tutti i lavoratori sono uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri.

    Oggi sento parlare dello stress del manager. Vi posso garantire che non è nulla in confronto dello stress di mia madre, intorno al 25 del mese. La via reagì con grande solidarietà. I vestiti passavano dai bambini grandi ai giovani l’anno dopo, sapientemente rammendati, di vicino di casa in vicino di casa. Chi aveva (un po’ di pasta in più, due uova di gallina) prestava,
    tanto il mese dopo avrebbe chiesto in prestito.

    Fu un fiorire di pollai e conigliere, e di orti.

    Scappare era impossibile. Al sindacato non piaceva la gente che abbandonava la lotta. La verità è che facevano carriera con le tessere. Chi provava a fare domanda nella vicina fabbrica di cucine componibili se la vedeva rifiutare, e il sindacalista dello zuccherificio gli avrebbe poi fatto notare che “qui si lotta tutti insieme, altrimenti si perde. Non farlo più perché anche le 16 ore possono diventare 8”, avvisato dal collega sindacalista dell’altra fabbrica.

    L’unica “ratline” , fatta per la fuga di operai verso altre fabbriche (anziché di nazisti verso il Brasile) era costituita dal prete di un paese vicino, che aveva la misteriosa capacita’ di far arrivare le domande di
    assunzione alla fabbrica di cucine componibili SENZA interferenze dal partito/sindacato.

    Fu trasferito proprio in quel periodo. Non so se sia un caso. Ne dubito.

    Ci fu anche il fiorire di “hobbies”. Qualcuno si mise con la moglie a fare maglie, altri assemblavano le bamboline “cicciobello”, uno aggiustava motociclette Guzzi, mio padre (che saldava i metalli più stravaganti fra loro) riusciva con l’acetilenico a saldare assieme i pezzi di lame circolari da taglio che si spezzavano. Molti facevano le campagne dell’agricoltura, e tutti andavano a “spigolare” i raccolti.

    Ma i sindacalisti erano in agguato: mai, mai la classe operaia poteva fuggire alla fame, questo avrebbe indebolito la loro determinazione alla lotta!

    Di quegli anni ricordo il garage chiuso, con mio padre dentro che saldava, e l’ordine perentorio che se il porco sindacalista mi avesse chiesto di mio padre dovevo rispondere “non e’ a casa”. Nel tempo, tutti o quasi nella
    strada furono denunciati dai sindacalisti.

    A mio padre arrivarono i pompieri “no, lei non puo tenere l’acetilene qui. Non c’entra se ha il patentino”. Al vicino qualcuno chiese cosa ci facevano tutte quelle moto Guzzi guaste in cortile. Le magliaie andavano a comprare la lana a Ferrara per paura di essere viste. Chi andava a spigolare la campagna partiva prima dell’alba in bicicletta.

    Una volta mio padre ebbe richiesta da un riccozzo del paese di una lampada in ferro battuto. Purtroppo il martellare sull’incudine si sentiva, e il sindacalista del cazzo (che viveva lì) ogni tanto si faceva un giretto per
    la via, tanto per tenersi in forma.

    Col risultato che per non essere denunciato mio padre dovette costruire DUE lampade, una da tenere in casa, per mentire con la carogna cigiellina, e l’altra da vendere, per la somma astronomica di ventiduemila lire.

    Addirittura si arrivò a promettere “ore in piu'” a chi avesse denunciato il compagno operaio; delazione allo stato puro.

    Era un inferno fuori dalla fabbrica, ma lo era anche dentro. Alle prime avvisaglie di cassa integrazione, il sindacato diede il “tutti col più lento”.

    Significa questo: siccome si mormora di licenziamenti, magari qualcuno dei più bravi sarà il preferito. E magari non è del sindacato. Allora, con la scusa che siamo tutti uguali, chamiamo “leccaculo” quello che lavora meglio
    degli altri, dicendo che vuole farsi notare.

    Guai a lavorare bene, in pratica i “maestri d’opera” dovevano lavorare come e quanto il più fancazzista e menefreghista e incompetente degli operai, ovvero come un sindacalista.

    Il risultato fu semplicemente
    -Tu non devi aggiustare quella valvola finché anche lui non l’ha fatto.
    -Ma lui non lo farà mai, nel suo reparto le valvole perdono TUTTE!
    -Allora se vuoi riparare la tua valvola devi riparare anche la sua.

    Non so come siano andate le cose dietro le quinte, ma di certo due anni di una “cura” del genere non hanno fatto bene alla fabbrica. Se anche ci fosse stato un piccolo spiraglio di speranza, una simile “cura” l’avrebbe uccisa.

    “Tutti al passo del più lento”, sennò sei un lecchino e ti aspettiamo fuori. E la prospettiva di chiusura era la fame. Bei pezzi di merda.

    Ovviamente manifestavano. Oh, se manifestavano. I ricordi di infanzia sono spesso degli spezzoni, dei flash. Uno di questi flash fu di mio padre che tornava a notte inoltrata da una manifestazione a Roma.

    Mia madre, molto orientata al pratico, gli chiese “cosa avete saputo?”. E mio padre “niente”.

    Come “niente”? Cosa siete andati a fare allora?
    Mi hanno dato un tamburo e mi hanno detto di battere sopra, in mezzo alle macchine.
    La prossima volta resta a casa a fare qualcosa.
    E come faccio? Non mi fanno più entrare in fabbrica se lo faccio.

    Ricordo distintamente il tono umiliato di mio padre nel parlare del tamburo, di “battere sopra” in mezzo alle macchine, come dei fessi. 200 persone in mezzo al traffico di Roma, che manifestano per una fabbrica in uno sperduto paesino pieno di zanzare, coi tamburi e i fischietti. Da farsi ridere dietro.

    Il mondo comunista procedeva su due binari: il sindacato trasformava la vita dei lavoratori in un inferno di sfiducia reciproca, delazione e carognaggine, mentre il partito dava il meglio di sè.

    Erano a confronto due generazioni: i vecchi erano nel partito, quelli che hanno costruito il sistema emiliano. I massimalisti. I giovani “riformisti” nel sindacato, il sindacato dei pezzi di merda.

    Il partito si diede da fare, e ci uscì un tempo pieno in tutte le scuole locali (=un pasto assicurato per i bambini. mica scontato), il grembiule scolastico per evitare discriminazioni, il cedolino per comprare il sussidiario, posti di lavoro nelle cucine scolastiche, il pulmino per
    tornare a casa (=risparmiare benzina, soldi, le madri potevano fare dei lavoretti).

    La cosa pazzesca era il doppio binario: i comunisti di ferro della Spim, quelli comunisti, che ci stavano vicino, con tutta la solidarietà di cui erano capaci, che facevano le collette per la pasta o per i pannolini alle famiglie coi figli piccoli, gente stupenda che ti diceva di studiare per
    non finire come tuo padre, perché la lotta era per TE.

    Era il significato che loro davano alla vittoria dei lavoratori: i loro figli NON dovevano passare quel che avevano passato loro. Dovete “emanciparvi”. Non significava insultare i padri, era come dire “noi abbiamo
    fatto la rampa di lancio, TU sei lo sputnik, TU devi volare perche’ NOI abbiamo dato la vita per te.”

    Dovete “emanciparvi”.

    Emanciparsi dalla miseria, dall’ignoranza, dal parlare dialetto mentre altri, padroni e sindacalisti, parlavano italiano. Non “arrampicatori sociali”.

    Emancipati.

    Dalla miseria. Dalla paura dei sindacalisti. Dalla paura del futuro. Dall’ignoranza e dall’inferiorità.

    E così, da un lato il sindacato aveva i suoi scagnozzi con lo stipendio pieno mentre mio padre faceva lavori in nero DI NOTTE per non venire
    denunciato, dall’altro il PARTITO faceva studiare nelle scuole che “siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri” e lo insegnava nei suoi circoli.

    In pratica, il partito ci insegnava a disprezzare i maiali della rivoluzione, e il sindacato ce li metteva davanti: mancavano solo le codine a turacciolo e le guanciotte rosa.

    Perché i maiali della fattoria erano loro: i sindacalisti. Non uguali agli altri: PIU’ uguali degli altri.

    C’era un partito che parlava di emancipazione dalla miseria, dall’ignoranza, di un futuro (utopico o meno) di giustizia e uguaglianza. (anche per i “foresti” come mia madre!). Parlava di uscire da questo stato, ci parlavano
    della grande vittoria che era andare a scuola TUTTI , nella stessa scuola, ricchi e poveri. Ci dicevano che adesso TUTTI potevamo uscire dalla miseria.
    Era il progresso.

    E lo sentivamo dire tutti: sia chiaro, quando dico che ho passato la gioventu’ nel PCI non dico che ero nell’ FGCI. Quella era roba borghese, rispetto a noi campagnoli. Lì nella bassa c’era lo stesso posto per andare a giocare al flipper (oddio: per guardare gli altri che giocavano, direi)
    per andare a giocare con gli altri ragazzi, per andare al bar, per le riunioni del partito e le feste dell’Unità.

    Ci crescevi DENTRO, ma proprio in pancia, al partito.

    Fuori da lì c’era tuo padre che veniva denunciato dal sindacalista perché lavorando di notte portava a casa cinquemila lire in un mese.

    C’era il sindacalista che minacciava tuo padre di venire emarginato perché “faceva il leccaculo” saldando i tubi meglio di altri.

    Perché il sindacato ha una visione statica delle classi sociali. Non esiste emancipazione. Il lavoratore deve essere operaio, rimanere operaio, e i SUOI FIGLI saranno ancora operai e rimarranno operai, perché questo è il loro destino, di servire il padrone e il sindacato.

    Il sindacalista è un pezzo di merda. E’ un pezzo di merda per elezione. E’ un pezzo di merda per scelta. E’ un pezzo di merda in sostanza. E’ semplicemente un’escrescenza cistosa di quel mondo, la finanza speculativa, che deve in qualche modo contrastare i rimbrotti della parte produttiva del paese.

    Fanno assolutamente schifo.

    E per due motivi: perché sono dei fascisti E perché si mascherano da compagni.

    C’era un vecchio compagno comunista, padre di un mio amico, io e suo figlio eravamo sempre insieme e passavo molto tempo a casa sua. Lui mi disse una volta “lo sai perché in Russia (=URSS) non ci sono sindacalisti?”. E io
    “no, perché?”. “Perche’ i lavoratori li conoscono bene, e li ammazzano per primi, insieme ai padroni, quando fanno la rivoluzione.”

    Chi parlava così non era fanatico come sembra.

    Certo faceva il caffè alla Fidel Castro (mettendo alcool anziché acqua nella Moka, col risultato che la moglie portava in salvo i bambini nella stanza accanto per la paura), ma era una persona che se parlava di Giustizia, di Uguaglianza e di Liberta’ le pronunciava in maiuscolo e anche in Bold. Non ricordo di aver mai conosciuto una persona più integra ed onesta di lui.

    Le cose andarono avanti così fra terrore e progresso, fino al 1983. Data in cui avvenne qualcosa di incredibile. L’ “Ingegnere” si licenzio’ e lascio’ la villa.

    Tutti erano convinti che ci fosse speranza. E lo erano non tanto per le carogne di sindacalisti che parlavano di lotta dei lavoratori, ma perchévedevano che l’Ingegnere restava al proprio posto. E se LUI, che parlava coi piani alti e sapeva davvero come stavano le cose, rimaneva lì, allora la fabbrica prima o poi ripartiva.

    Ma se LUI se ne andava, era la fine.

    Se ne andò. Arrivarono i camion e lui se ne andò via. A Verona, si diceva.
    E, peggio, nessuno arrivò a riempire “la villa”. Che rimase con le sterpaglie. Presto noi bambini trovammo il modo di penetrare la siepe e la
    villa diventò un covo di scorribande, danni e devastazioni. (e pomiciate occulte nelle ex “stanze signorili” delle figlie dell’Ingegnere: libidine
    et lussuria).

    Ma se lui non c’era più e non c’era speranza, allora perché non andarsene?
    Era il 1983. I mitici anni 80 erano alle porte, e “mettersi in proprio” era facile. Non c’erano neanche i registratori di cassa (arrivarono dopo, con la Visentini).

    Una nube di operai si mise in proprio nell’arco di due-tre anni. Mio padre e un altro operaio si misero in società per fare gli idraulici. Altri iniziarono altre attività o furono assunti da chi apriva una nuova attività.

    Era il boom economico degli anni ’80.

    La sconfitta del sindacato era netta: loro, i sindacalisti, rimanevano in una fabbrica ormai svuotata e deserta. Erano in cassa integrazione a 40 ore, cioè a stipendio completo, ma solo fino al giorno della fine. Giorno in cui
    furono trasferiti in zuccherifici vicini, a fare i pendolari con uno stipendio da fame rispetto a tutti gli altri che erano a fare altro.

    L’epilogo di tutto questo fu alla fine della terza media, poco prima degli esami. Uno del sindacato decise di venire a parlarci del mondo del lavoro. A scuola. Perché dovevamo “scegliere le superiori” per il nostro futuro.

    E ci disse di scegliere l’ ITIP (una versione scadente di ITIS, “P” sta per provinciale.) perché così avremmo potuto diventare come i nostri padri.
    Operai.

    Alberto, un mio compagno di classe sempre chicchettoso (la madre era francese e aveva uno stravagante asscento fransccese) disse che “la cultura era importante” e fu zittito dal sindacalista “beh, prova a mangiare, con la cultura, ti ci fai l’insalata?”.

    Operai. I sindacati volevano che diventassimo operai, perché gli operai li avevano abbandonati.

    Credo che se qualcosa avesse potuto fare pubblicità ai licei di Ferrara meglio di così avrebbe avuto un premio marketing.

    Riferii quella cosa al bar/circolo/partito , e un contadino con le mani dure come il cemento mi disse “e per che cazzo ha lavorato tuo padre? Per farti pisciare in testa da ogni mezzagabbana?”

    Col senno di poi ho capito una cosa: così come per le banche i risparmiatori sono il “parco buoi”, i lavoratori sono il “parco buoi” per i sindacalisti.

    Con la loro “logica del piu’ lento”, con la loro mafiosa metodologia della fame, essi hanno come obiettivo quello di mantenere nella miseria le classi per le quali ottengono pochi spiccioli in più, ma mai una vera e propria emancipazione.

    Per questa ragione, quando uno mi parla con le parole del sindacalista, la mano mi corre alla pistola.

    Tito avrebbe fatto lo stesso, credetemi. E anche Giuseppe.

    Stalin, intendo…

    Non so, adesso mi direte che ho conosciuto la parte brutta del sindacato, e altre cazzate del genere. Forse. Ma ogni sindacalista che io abbia conosciuto in vita mia era un pezzo di merda che avrebbe venduto la figlia a
    un giro di pedofili, e saperlo si da prima mi ha evitato di avvicinarmi troppo a loro.

    A loro non do la mano.

    • Alessandro P says:

      Un racconto davvero bello da leggere ma molti hanno una fede cieca in chi li ha indottrinati e quindi non capiranno: è proprio sull’immotivata e irrazionale fiducia che un truffatore si basa per le sue malefatte.
      La realtà non può dissuadere un seguace dei sindacati perchè la loro continua ripetizione di falsità entra nell’inconscio dei lavoratori rendendoli incapaci di pensare in modo razionale; avete presente la dimostrazione di un teorema di matematica? provate a chiedere a un sindacalista la dimostrazione di qualcuno dei suoi slogan e confrontate lo stile delle due dimostrazioni, quella inattaccabile e quella ridicola…..

  5. mona says:

    tu non sai nemmeno di cosa stai parlando…

  6. mona says:

    tu non sai di cosa stai parlando.
    non hai idea del lavoro che fanno le rsu, i delegati ed i sindacalisti che vivono ed operano sul territorio……

  7. ingenuo39 says:

    Ho letto “bene” l’ articolo e mi ha convinto a togliere il mio contributo da pensionato ai sindacati sperando cosi a ridurre il loro potere politico. Perchè è da molto che sono convinto che i nostri sindacati non facciano piu l’ interesse dei lavoratori, e che lo sciopero sia solo dannoso alla gente che lavora, in quanto non ottiene risultati concreti e fa solo rimettere piu soldi di quelli guadagnati dagli scioperanti. Sono però convinto che anche i sindacati siano sia ai lavoratori che ai datori di lavoro ma non questi.

  8. giuseppe S says:

    Molte volte mi sono chiesto la ragione per cui quando una fabbrica chiude, non viene presa in mano dai sindacalisti, quello sarebbe un bel modo di difendere la occupazione ed il diritto al lavoro.

  9. FrancescoPD says:

    I sindacati sono un cancro ancora più in metsatasi degli stessi partiti.
    Libero mercato anche sul lavoro, e fuorilegge i sindacati!! Parassiti della società, il più delle volte collusi, prima fanno scoppiare i casini e poi chissà come mai tutto si risistema, basta sempre la loro presenza. Appunto ipocriti e parassiti!

  10. Andrea says:

    Ancora + drammatica la situazione nel pubblico …

  11. carosone says:

    Bravo camerata!!!!!!!
    Salutammo o’ DDuce……….
    UNIONE MARZIANA

  12. eric says:

    Tra tanti, troppi parassiti sindacali, il capro espiatorio è stata solo la “povera” (come Castelli) Rosi, che dal microscopico ed insignificante SAL (poi SIN.PA.) è riuscita ad estrarre diamanti !
    Tecnica pugliese in terra padana !

    Non si doveva prendere a scopate il vicario della seconda carica dello Stato !

    • Fabio says:

      Ci mettiamo Benito a difendere i lavoratori. “Spezzeremo le reni ai Datori di Lavoro …” Ahahahahha. Ricordiamoci che sono i lavoratori a pagare con il loro stipendio il sindacato e i sindacalisti e se va bene a loro ….

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