Ci distraggono con milioni di emendamenti, così varano i collegi elettori per fotterci. Ecco le prove

di DANIELE VITTORIO COMERO sondaggi-elezioni-europee-2014

È tempo di saldi estivi a Roma. Settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto sui collegi per l’Italicum. Un colpo difficile realizzato in pochissimo tempo. Solo qualche giorno prima, in un caldo mattino di fine luglio, alla Camera si era discusso di collegi elettorali, quelli che servono per completare l’Italicum. Un tema apparentemente tecnico che riguarda le modalità di elezioni della “casta”, tra gli altri, era intervenuto il sottosegretario Ivan Scalfarotto. Nel resoconto di seduta si legge: “..nel dichiararsi disponibile a mettere a disposizione i dati e la documentazione richiesti, fa notare che solo per due collegi, nell’ambito delle Regioni Veneto e Toscana, il Governo si è discostato dalle indicazioni fornite dalla Commissione (Collegi N.d.R.)”.

La notizia è quella dei dati tenuti coperti, non certo che il governo maneggia sui collegi elettorali, cosa quasi scontata vista la delega auto-conferita tramite un voto di fiducia con il quale era stata approvata la nuova legge elettorale. Il Governo rende “disponibili” i dati che documentano il ritaglio del territorio in collegi, dopo numerose insistenze; una gentile concessione ai rappresentanti dei cittadini desiderosi di sapere cosa bolle in pentola.

Ritornando alla notizia principale, quella dei 100 collegi plurinominali deliberati dal Governo, non si sa come siano effettivamente, bisognerà attendere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per vedere quali e quante modifiche indicate dalle Camere sono state accolte. Se i friulani, i canavesani, le varie minoranze linguistiche, i lombardi, i campani e molti altri hanno avuto giustizia.

Adesso l’importante è non tanto il dettaglio del collegio mal fatto, piuttosto è tenere l’attenzione sul sistema “Italicum” nel suo complesso, per vedere come funziona veramente. Il primo passo è quello di prendere i dati, cioè le simulazioni di voto predisposte dal Servizio studi della Camera sulla base della prima configurazione dei collegi utilizzando i voti delle elezioni europee del 2014.

In questo modo è possibile avere un’idea più precisa sul funzionamento concreto dell’Italicum, con “l’anello mancante”, cioè il disegno territoriale dei collegi plurinominali. L’apposita commissione ha scelto di costruire i collegi intorno alla media, di circa 600mila residenti, quindi sono quasi tutti da 5, 6  e 7 seggi, limitando la diversità a casi specifici.

Si è detto che ci sono molte perplessità sul come sono stati formati i collegi: è sufficiente vedere la cartografia per rendersi conto che buona parte sono degli ambiti territoriali artificiali, pochi rispecchiano un territorio che si riconosca come tale, forse l’Umbria, che è un collegio unico da 9 seggi. Quasi tutti sono linee di confine teoriche, tracciate sulla carta, come il caso specifico del taglio in due di Milano città: una linea che va da nord a sud.

Milano è divisa da un muro “di Berlino” invisibile che la taglia in due, da una parte un collegio da 6 seggi che prende la parte ovest, dall’altro uno da 7 seggi che comprende il centro e le zone est.

Le simulazioni di voto con le europee del 2014 propongono una situazione attualmente ben poco reale: il PD vince al primo turno, con il 40,8%, aggiudicandosi un premio di 85 seggi alla Camera.

In effetti quel risultato è, a detta di tutti i sondaggisti, sopra di otto-dieci punti la situazione attuale. In questo momento ciò che importa è vedere come gira la ruota, come i seggi vengono ripartiti nelle circoscrizioni e poi nei singoli collegi. Il riparto è piuttosto macchinoso, utilizza un algoritmo particolare, che aggiusta i conti a scapito del vincolo territoriale, cioè del voto diretto.

Infatti, nelle tabella redatte dalla Camera si legge che nel collegio Milano-est verrebbero assegnati ben 8 seggi, uno in più del dovuto, sottraendolo al vicino collegio di Monza, che ne perde anche un’altro. Questo è il punto cruciale che dimostra che il voto diretto è stato violato, un difetto di costituzionalità molto grave già presente nel porcellum.

Scendendo nei dettagli tecnici, si rileva che dei 13 seggi destinati a Milano, ben 7 sono presi dai capilista, cioè sono “bloccati”. Sono quelli nominati, decisi dalle segreterie a Roma. Gli elettori possono influire solo sui seggi in più oltre al primo, in pratica quelli aggiuntivi che vanno in premio alla lista vincente. Lì le preferenze potrebbero contare: in questo caso sono sei seggi, assegnati al PD. Però, anche qui bisogna vedere come verranno costruite le liste, se tutti i candidati sono competitivi o se alcuni sono riempilista, come già succede per altre elezioni.

Nel caso in esame, dopo aver visto che il collegio di Monza perde ben due seggi per regalarne uno a Milano, si conferma quanto era stato ipotizzato, che i seggi “volano” da un collegio all’altro. Inoltre si ha finalmente la quantificazione dei seggi assegnati ai nominati:  più della metà dei posti è decisa a tavolino, i rimanenti sono teoricamente disponibili alla libera scelta degli elettori della lista vincente, salvo eventuali trucchi.

Forse, per chi non passa le sue giornate a seguire le riforme istituzionali  –  compito che è diventato quasi un mestiere, ben riconosciuto per quelli in lode perpetua, di tormento per altri che osano anteporre la ragione e il senso critico – è utile un breve riepilogo per valutare bene questi sistemi.

A gennaio 2014 Renzi e Berlusconi si accordano su un nuovo sistema elettorale con il famoso patto del Nazzareno. Dopo di che avvengono una serie di modifiche sostanziali ai vari meccanismi elettorali, con lunghi stop and go. Dopo 15 mesi, nell’aprile di quest’anno Renzi impone il voto di fiducia e il Parlamento è obbligato ad approvare la riforma elettorale più bizzarra mai vista prima in Italia. Riforma che per funzionare ha bisogno di 100 collegi plurinominali, che dovevano essere fatti entro agosto. Così è stato.

Tanta fretta per nulla visto che la legge 52 entrerà in funzione il 1° luglio del 2016, ma è stabilito nella legge, per cui non si discute. A inizio giugno avviene la nomina quasi segreta della commissione collegi, che ha consegnato il suo lavoro al Governo a fine mese, il quale ha pensato bene di inviarlo alle Camere un po’ alleggerito, dimenticandosi di allegare i dati che consentono ai parlamentari e agli studiosi valutare il funzionamento dell’Italicum, il  nuovo sistema elettorale architrave di tutte le riforme renziane.

Il maggior politologo italiano, Giovanni Sartori, a dire il vero è un po’ critico. In un’intervista radiofonica di metà maggio 2015, pubblicata da Il Fatto Quotidiano, senza peli sulla lingua, dice che “L’Italicum è uno schifo, è costruito da persone che non sanno nulla di sistemi elettorali. Queste persone fanno solo il conticino per assicurarsi che abbiano il proprio posto”. Alla domanda se vincerà il PD risponde: “A forza di aggiustarmi i numeri vinco anch’io al Lotto, solo che a me non me lo fanno fare. Hanno fatto i conti sui dati dei sondaggi per il PD…  Mi auguro che i maghi dei sondaggi continuino a sbagliare come hanno fatto altre volte…

Sartori conosce bene gli autori della legge, essendo stati suoi allievi, vuole alludere al fatto che tutta la struttura dell’Italicum  (abolizione delle coalizioni, soglie, secondo turno…) è stata costruita sulla base dei risultati ottenuti da sondaggi commissionati appositamente a tale scopo. Insomma, da buon fiorentino, non le manda  a dire. Poi non c’è da stupirsi se dopo poche settimane si scopre che è proprio così, che aveva ragione. Infatti, tra fine maggio 2015 e metà giugno c’è stato un turno di elezioni regionali e comunali dove i sondaggisti hanno segnalato una forte inversione di tendenza nell’elettorato riguardo Renzi e il PD.

L’indice di gradimento del leader del PD, dopo aver toccato vette altissime, è ritornato al punto di partenza, 35%, quello che aveva  all’indomani dell’ elezioni politiche del 2013, quando era solo sindaco di Firenze. Ora nulla è al sicuro.

Anzi, in caso di ballottaggio i “governativi”, che hanno fatto i conti sulla sabbia, temono di perdere le elezioni e non sanno che pesci pigliare, intanto riciclano le vecchie idee di Berlusconi sull’IMU.

Dopo aver forzato la mano in Parlamento per realizzare l’Italikum, con la “k”, come usa scrivere Felice Besostri, il coacervo di forze che sostiene questa maggioranza rischia di ritrovarsi a mani vuote. C’è tempo un anno per cambiare rotta e cestinare questa riforma insieme a quella costituzionale, come sostiene Sartori. Pazienza se l’ex-presidente Napolitano lancia appelli in favore, forse si è dimenticato che stiamo ancora pagando adesso  i guai della riforma del titolo quinto della Costituzione fatta nel 2001.

Del riformismo renziano c’è poco da  salvare, prima chiude bottega meglio è per tutti. Rimane il fatto che il sistema elettorale attualmente in vigore, per fortuna, è il consultellum che, a conti fatti, è decisamente più democratico dell’Italicum e rispettoso degli elettori.

 

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http://danielevittoriocomero.blogspot.it/

 

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