Chivasso, la prima Costituzione federale è padano-alpina!

cartachivassodi GIOVANNI POLLI –  C’è una “Costituzione” nata dalla Resistenza rimasta da sempre nel cassetto. Una solenne dichiarazione di principi e di diritti che tutti dovremmo conoscere. Tanto più potessimo fare nostri per davvero questi diritti, tanto più potessimo comprenderne fino in fondo l’alto valore morale, politico e giuridico di cui sono nobile espressione, tanto più potremmo toccare con mano il baratro di civiltà in cui l’Italietta “una e indivisibile” è inesorabilmente sprofondata negli anni.

Questo documento fondamentale per ogni militante che si batta da un punto di vista intellettuale o politico per la libertà e i diritti dei popoli è la «Dichia-razione dei rappresentanti delle popolazioni alpine nota come “Carta di Chivasso”, redatta a conclusione di un convegno clandestino tenutosi in Chivasso il 19 dicembre 1943 e firmata dai resistenti Émile Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, M. A. Rollier, Osvaldo Coisso». È questo il titolo completo di un testo che non si studia a scuola, non viene regalato agli sposi in municipio e non ha mai avuto ottuagenari difensori in Parlamento. E che, purtroppo, non è mai stato applicato nemmeno in minima parte, se non laddove – leggi Valle d’Aosta – l’Italia fu costretto a farlo su pressione internazionale. Che cos’ha di tanto rivoluzionario questo documento al punto da essere valido, nei suoi principi?

Semplice. I resistenti firmatari furono tanto lungimiranti da stabilire e da rendere evidente l’inevitabile nesso tra Stati, popoli, lingue, autonomie e, soprattutto, economie. Da un certo punto di vista, l’atto di fondazione del bio-regionalismo quando non di correnti ancora più radicali come il nascente econazionalismo. Certo, l’esperienza presa in analisi (relativa alle “popolazioni delle valli alpine”) può apparire limitata, sto-ricamente o spazialmente. Ma a una lettura più attenta i principi solenni che questo documento racchiude possono essere riferiti senza alcun dubbio a ogni popolazione che sia stata sottoposta a regimi livellatori, estranei, per nulla rispettosi dei diritti di popoli e individui. Denunciando «i venti anni di mal governo livellatore e accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di “Roma doma”», i sottoscrittori della Carta di Chivasso denunciano l’oppres-sione a tutti i livelli che da sempre il colonizzato subisce dal colonizzatore.

E sottolineando i guasti del centralismo da una parte, e i valori e dei principi di libertà, di lingua, di cultura e di economia di un popolo dall’altra, si può arrivare a declinare un paradigma valido per ogni esperienza storica. Quali sono questi valori che dovrebbero essere alla base di ogni rapporto politico tra governanti e governati? «La libertà dilingua come quella di culto» è ritenuta «condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana».

L’esperienza concreta del plurilinguismo delle Valli alpine e delle minoranze religiose valdesi, che il fasci-smo tentò di soggiogare, diventano il punto di partenza per l’espressione di principi che possono e devono valere per tutti i popoli. La “libertà di lingua” non è soltanto per i locutori d’Oc o per i francoprovenzali. La libertà di lingua è e deve essere per tutte le popolazioni che hanno subito l’imposizione di un idio-ma di Stato diverso dal proprio. E il paradosso di un’Italia che si proclamava “una di lingua” ma dove nessuno tra il popolo (gli intellettuali avevano un’altra storia) parlava l’italiano, è un terreno su cui questo principio andrebbe applicato davvero su vasta scala. «Il Federalismo – annotano ancora gli estensori della Carta – è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questodiritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura».

Come dare torto a Chanoux e ai suoi compagni? I firmatari proponevano quindi «un regime Federale repubblicano a base regionale e cantonale», in quanto esso «è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la qua-le trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul Paese». Centralismo e libertà sono tra loro, da sempre, inconciliabili. La richiesta dei resistenti di Chivasso, che si definivano «fedeli al migliore spirito del Risorgimento», scremando abbondantemente già con questa distinzione la retorica unitaristica a tutti i costi che da sempre si accompagna alla formazione del-l’”Italia unita”, andava quindi nel senso autonomistico più stretto.

Sia dal punto di vista politico che dal punto di vista culturale e, soprattutto dal punto di vista fiscale. Soltanto gli Statuti oggi in vigore nelle Comunità autonome più avanzate del Regno di Spagna arrivano a un avanzamento così spinto. Al punto che la Carta di Chivasso è ancora oggi un testo perfettamente “moderno” oltre che essere molto, ma molto più avanza-to rispetto a quel prodotto della Costi-tuente che ancora oggi una casta politi-ca conservatrice e ottusa vorrebbe in-toccabile. Perché allora, nel lungo dibat-tito che seguirà i risultati del referendum sulla riforma costituzionale, non tenerne conto da subito? Oggi più che mai, la strada per costruire l’Europa dei popoli passa sempre per Chivasso. Ripartiamo da qui.

 

DICHIARAZIONE
DEI RAPPRESENTANTI
DELLE POPOLAZIONI ALPINE
nota come “CARTA DI CHIVASSO”
redatta a conclusione di un convegno clandestino tenutosi in

Chivasso il 19-12-1943 e firmata dai resistenti
Émile Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio
Peyronel, M. A. Rollier, Osvaldo Coisson.
Noi popolazioni delle valli alpine

C O N S TATA N D O
che i venti anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di “Roma doma” hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

a) OPPRESSIONE POLITICA attraverso l’opera dei suoi agenti politici ed amministrativi (militi, commissari, prefetti. federali, insegnanti), piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti
distruttori;
b) ROVINA ECONOMICA

per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali ed agricoli, per l’interdizione della emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l’effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per la incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi; condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;
c) DISTRUZIONE DELLA CULTURA LOCALE

per la soppressione della lingua fondamentale locale, laddove esiste, la brutale e goffa trasformazione dei nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini della emigrazione temporanea all’estero;

AFFERMANDO
a) che la libertà di lingua come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

b) che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura;

c) che un regime Federale repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul paese; fedeli allo spirito migliore del Risorgimento
DICHIARIAMO quanto segue

AUTONOMIE POLITICHE A M M I N I S T R AT I V E

1) Nel quadro generale del prossimo stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici, alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale;
2) come tali ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali;
3) l’esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali (compresa quella giudiziaria), comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali;

AUTONOMIE CULTURALI E SCOLASTICHE

Per la loro posizione geografica di intermediarie tra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica consistente nel:
1) diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana, in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale;
2) diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie nei concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento. L’insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo o alla direzione di un consiglio locale;
AUTONOMIE ECONOMICHE

Per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, sono necessari:
1) un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate alpine, e ciò indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate;
2) un sistema di equa riduzione dei tributi, variabile da zona a zona, a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura foreste o pastorizia;
3) una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:
a) l’unificazione per il buon rendimento dell’azienda, mediante scambi e compensi di terreni e una legislazione adeguata della proprietà famigliare agraria oggi troppo frammentaria;
b) l’assistenza tecnico-agricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi ad esempio delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali di cui alcune potranno avere carattere agrario;
c) il potenziamento da parte delle autorità della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo;
4) il potenziamento delle industria e dell’artigianato, affidando all’amministrazione regionale cantonale, anche in caso di organizzazione collettivistica, il controllo e l’amministrazione delle aziende aventi carattere locale;
5) la dipendenza dall’amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico. Questi principi, noi rappresentanti delle Valli Alpine vogliamo vedere affermati da parte del nuovo Stato italiano, così come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono e potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico straniero

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2 Comments

  1. Paolo says:

    Forse chi l’ha scritta o firmata poi è entrato in politica e l’ha nascosta in qualche cassetto. Capita anche ai giorni nostri, cosa non si fa per una comoda poltrona, persino raccogliere l’acqua alle sorgenti del po!

  2. Luca Mologni says:

    Meraviglioso! Ma forse era troppo sperare che i leghisti la conoscessero…

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