Chiudono i giornali, l’Ansa taglia… Tanto alla politica che non legge basta essere tronfia solo su FB e Twitter

di STEFANIA PIAZZOtransatlantico

Sulle agenzie si sono lette le dichiarazioni più disparate di solidarietà ai colleghi dell’Ansa su cui gravano 65 tagli. Ed è solo l’inizio. Tutti a invocare la libertà d’informazione, l’autonomia, la necessità e l’importanza di avere un archivio sui fatti del Paese. Persino i giudici del processo Eternit hanno affermato che senza la memoria storica dell’Ansa non sarebbero arrivati dove sono arrivati.  Tutti i partitanti a dire che è inammissibile procedere a ridimensionare chi svolge un compito che garantisce un diritto costituzionale. Eccetera. Le minoranze linguistiche, Salvini, la Polverini, i sindacati metalmeccanici, Vendola, i governatori Rossi, Toti ed Emiliano e via discorrendo, esprimono solidarietà. E, tra diversi di loro e qualcuno in particolare, c’è chi ha lasciato che morisse un giornale di partito, preferendo investire in un pool di strateghi dei social per garantirsi il consenso e dirottare la comunicazione su facebook e affini. Costava di più una redazione leggera internet o una squadra per alimentare di battute facebook?

D’altra parte le colpe stanno nel manico, e il manico è il Parlamento che ha ritenuto una stupida regalia il sostegno alla carta stampata e alle imprese editoriali, alle cooperative giornalistiche, agli organi di partito veri, non fantasma. Credendo nel principio che i migliori sarebbero sopravvissuti. Non è così. L’informazione non si vende al chilo, la qualità ha un costo, ma se i soldi non ci sono, si fanno altre scelte. In tempi di crisi, tra un quotidiano e un chilo di pane, si preferisce il secondo. Tra una informazione gratuita che viaggia in rete senza controlli e sanzioni e una informazione a pagamento seria e sanzionabile, la gente opta per il tutto gratis, comprese la comunicazione imbonitrice populista e le bufale.

Se un’agenzia di informazione chiude, è perché l’esondazione di fesserie combinate dal Parlamento sta arrivando a valle. L’abbonamento all’Ansa, poniamo per esempio, passa da 1000 a 300 testate. I costi diventano critici, i tagli inevitabili. Quindi la comunicazione alla fine la faranno quelli che hanno i soldi per manovrarla, e i partiti, sui social, dove svettano intelligenze inarrivabili. Intanto le redazioni dei giornali locali chiudono le edizioni in provincia, e poi chiuderanno quando avranno finito le risorse. La stampa nazionale tiene ancora botta ma grazie ai poteri che la “leggono”.

I giornali chiudono e gli stati di crisi portano l’Inpgi, la previdenza di categoria, a misure straordinarie di tagli alle pensioni, perché la categoria sta morendo e le riserve non sono eterne. Casagit, la cassa mutua di categoria,sta pensando di aprire la porta ad altre professioni, altrimenti non potrà garantire le stesse prestazioni per lungo tempo ancora. Il sistema insomma sta cercando di conservare quel per decenni è stato in piedi. Ma i giornalisti che versano contributi stanno precipitando, gli editori che pagano i professionisti come donne delle pulizie in nero e non come giornalisti stanno aumentando. Ringraziamo chi ha inculcato l’idea che scrivere fosse un privilegio e prendere uno stipendio uno spreco.

Il giornalismo è un lusso che il Paese ha smesso di concedersi da quando ha pensato e da quando gli hanno fatto credere che partecipare ai costi di gestione del fare comunicazione fosse alimentare un grasso privilegio e non, invece, un bene che non ha prezzo. Meglio pagare l’abbonamento per vedersi le partite, e finire la serata leggendo le castronate  che si trovano su facebook. Siamo forse un popolo che ha bisogno di capire quello che sta accadendo o di ricordare quello che c’è stato?

La vera perdita  d’identità non arriverà solo dall’immigrazione e dalla rivoluzione che porta il rimescolamento della società, ma soprattutto e di più dalla perdita della memoria del sapere. Si chiama storia e passa per la comunicazione. Siamo già a metà dell’opera.

 

 

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