“Chiediamo aiuto a Berna” 2/ Dalle Alpi nel 1896 il grido contro Roma

FEDERALISMO2di B. GALLI VALERIO – Pare che la causa del decentramento si avvii a pratica risoluzione giudicando, almeno dai sintomi che abbiamo, dal progredire della
medesima. Infatti, mentre solo pochi anni or sono sarebbe sembrato una vera utopia che gli uomini di governo si avessero ad occupare
di simile questione, oggi abbiamo lo stesso presidente del Consiglio dei ministri, che ne ammette non solo l’importanza, ma l’urgenza
di risolverla. I danni dell’accentramento sono ormai così palesi; la vita nazionale ne è così funestata che anche i partigiani più tenaci dell’unitarismo si sono fatti convinti decentratori e consentono che la questione abbia l’onore della discussione ed alla medesima si possa
dare un orientamento che pochi anni fa si sarebbe creduto antipatriottico, come quello che tendesse a minare l’unità politica per la quale tanti italiani si sacrificarono.

L’on. Di Rudinì, alla Delegazione lombarda per lo studio del decentramento amministrativo, presentatasi a lui in questi giorni a Milano, si dichiarò partigiano di una profonda riforma negli ordini interni del Regno, e ciò appunto, aggiungeva, per salvare le istituzioni e l’unità nazionale. Di Rudinì, notando quanto formidabili siano gli ostacoli che oppongono le leghe degli interessi formatisi in 37 anni di lavoro accentratore, disse essere vano principiare con uno schema di complete riforme; doversi iniziare la lotta con provvedimenti sparsi: come la proposta elettività dei sindaci, l’autorizzazione ai corpi morali di acquistare, le deleghe ai prefetti di molti attributi oggi riuniti nelle mani dell’autorità centrale ed infine l’istituzione dei commissariati civili come quello proposto per la Sicilia.

 

Aggiunse essere una necessità assoluta del potere centrale costituire grandi e forti delegazioni dei poteri ministeriali con iniziativa e responsabilità propria ordinandovi in pari tempo la giustizia amministrativa, così che si renderà indispensabile trasferire i servizi locali alle dipendenze delle provincie e segregare dal grande bilancio dello Stato i cespiti occorrenti a sopperire alle finanze pei bisogni
loro locali.
Un nostro egregio amico ch’ebbe ad intervistare Rudinì ci scrive che da tale intervista ha riportato la convinzione ch’Egli intenda fare davvero cominciando colla istituzione di Governi Regionali, accanto ai quali stia l’organo di giustizia amministrativa, di maniera che al governo centrale resti solo ciò che sia di vero interesse nazionale. Rudinì aggiunse poi che colla istituzione dei governi regionali gli attuali prefetti potrebbero cambiare natura ed essere nella provincia ufficiali governativi come attualmente lo sono i sindaci.
Da tempo convinti partigiani di un razionale decentramento, senza del quale vedremo sempre più paralizzate e spente le iniziative
locali con danno generale, non ci par vero che per bocca di un presidente del Consiglio dei Ministri le idee che da tanto tempo ci animano trovino conferma.

Ma pur ammettendone di gran cuore la sincerità, temiamo che all’attuazione di esse siano ostacolo troppo grave quegli interessi accentratori coalizzati promossi e protetti per quasi un quarantennio dal governo regio; e temiamo ancora di più che un falso riguardo per le istituzioni impediscano per l’avvenire, come purtroppo già fecero pel passato, ogni pratica applicazione di ciò che sarebbe il vero interesse nazionale e questo sempre a maggior onore e gloria di quel tal bene inseparabile ch’è la pietra angolare di tutti i giuramenti imposti ad ogni pubblico funzionario del bello italo regno.

 

 

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