SVIZZERA, GESTIRE LE EMERGENZE CON TUTT’ALTRA CULTURA

di CHIARA BATTISTONI

Mercoledì 1 febbraio; sul Nord Italia transitava una delle tante perturbazioni che caratterizzano questo periodo e che stanno paralizzando, oltre al nostro, molti altri Paesi. Nella Confederazione Elvetica, nel medesimo giorno, entravano in funzione le 8200 sirene di segnalazione allarme installate su tutto il territorio, di cui circa 7500 destinate all’allerta generale e 700 destinate all’allarme acqua. Nulla di straordinario per i cittadini svizzeri, educati sin da bambini alla gestione delle emergenze: l’appuntamento con il suono delle sirene è solo uno dei tanti programmati annualmente dall’Ufficio federale della protezione della popolazione (Ufpp) che in collaborazione con i Cantoni coordina gli interventi e verifica che le attrezzature a disposizione siano sempre in efficienza. Delle sirene testate il 98 per cento ha funzionato senza alcun problema; per il restante 2 per cento l’obbligo di sostituzione o riparazione è immediato ed è a carico dei gestori e dei Comuni.

La casuale concomitanza dei due eventi è emblematica di approcci alla sicurezza (dal latino, senza preoccupazione) radicalmente diversi; da una parte un sistema, il nostro, che di fatto finisce per concentrarsi soprattutto sugli effetti degli eventi, dall’altra una cultura che si concentra soprattutto sulla prevenzione, sulla riduzione cioè della probabilità che eventi si verifichino e generino effetti devastanti. Agire sulla prevenzione, però, significa rendere ogni cittadino responsabile di sé e parte attiva della propria comunità; significa investire molto sulla formazione e sulla informazione, sulla programmazione, sulla dotazione di strumenti adatti e poi sulla manutenzione ordinaria. Eppure nel nostro Paese non dovrebbe esserci cittadino che non abbia sentito parlare di prevenzione e protezione; il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (TU 81/2008, oggi D. lgs 106/2009) dovrebbe essere parte integrante della nostra vita lavorativa; vige da molti anni, infatti, l’obbligo di impostare all’interno di ogni attività produttiva, ormai con poche eccezioni, il Servizio di Prevenzione e Protezione così come vige l’obbligo di informazione e formazione.

Nel gergo della sicurezza prevenzione e protezione conducono a scelte diverse ma complementari; quando si fa prevenzione si mettono in campo azioni e misure, in primis di tipo collettivo, che permettono di ridurre la probabilità che un evento dannoso si verifichi; si fa protezione, invece, ogni volta che si mettono in campo azioni e misure per lo più individuali che consentono di ridurre l’intensità, la magnitudo del danno.

Due concetti chiari e distinti che informano la dimensione complessa della sicurezza; prevenzione e protezione sono un binomio inscindibile, responsabilità prima di tutto di ogni singolo cittadino, che discendono dall’informazione e dalla formazione ricevuta.

Conoscere i pericoli e i rischi specifici è il primo passo per attivare misure concrete di contenimento degli effetti, perché l’annullamento del rischio è solo un concetto matematico. Non c’è emergenza nel nostro Paese, più o meno grave, che non porti con sé la ricerca delle responsabilità, l’apertura di inchieste o la richiesta di commissioni di indagini. La storia, purtroppo, ci dimostra che impariamo con fatica dai nostri errori; è un deficit culturale e di metodo che nel mondo complesso e delicato in cui viviamo è foriero di disagi, danni e talvolta tragedie di cui siamo angosciati spettatori.

Un deficit che si palesa in tutta la sua tragica evidenza nella politica; l’avvicendamento di decreti, talvolta incoerenti tra loro, ci dimostra che senza obiettivi da misurare, sistemi e unità di misura la bussola è presto persa.

L’efficienza si costruisce solo con l’applicazione ferrea di un metodo condiviso che permetta al sistema di controllare le azioni, identificare gli errori e avviare azioni correttive. Le sirene d’allarme della Confederazione sono solo uno dei tanti, pragmatici esempi che la piccola Svizzera ci regala.

Nulla di straordinario, semplicemente una buona pratica attuata sull’intero territorio, che non è comunque in grado di annullare i rischi.

In questi giorni, come in tutta Europa, anche Ginevra e buona parte della Svizzera Romanda hanno avuto un bel daffare con gli scambi ferroviari; e tanta efficienza non ha consentito di evitare le alluvioni del 2005 e 2007, i cui effetti devastanti però furono probabilmente mitigati proprio da quell’organizzazione capillare che rende tutti, in qualsiasi momento, soccorritori di sé e degli altri. Una filosofia che la Confederazione considera affidabile tanto da applicarla anche in ambito sanitario.

In Canton Ticino, per esempio, buona parte della popolazione riceve le nozioni del primo soccorso e della rianimazione cardiopolmonare con e senza defibrillatore già nei primi anni di quella che per noi è la scuola secondaria dell’obbligo. Pragmatico l’approccio che ha condotto a fine anni Novanta a questo progetto: in un territorio montuoso, in cui l’area al di sotto dei 500m di quota rappresenta solo il 15 per cento dell’intera estensione cantonale, i soccorsi potrebbero non arrivare entro i fatidici dieci minuti, trascorsi i quali, in caso di infarto, la morte è una certezza. Ebbene, la via più sensata per affrontare emergenze di questo tipo è rendere quanti più cittadini possibile capaci di usare un defibrillatore anche senza intervento medico, in attesa che arrivino i soccorsi specializzati. Al tempo stesso si rende necessario dotare quanti più luoghi pubblici di defibrillatori (Dae), in modo che chiunque, se necessario, possa intervenire.

Lo stesso principio, su scala altrettanto capillare, si applica alle emergenze nucleari (la Svizzera ha tuttora cinque reattori in funzioni ed è l’unico Paese ad avere ancora una rete di rifugi atomici, obbligatori all’epoca della Guerra Fredda), ai dissesti idrogeologici, ai terremoti, alle alluvioni e alle ondate di gelo o caldo; la prevenzione e la protezione funzionano con approccio dal basso verso l’alto; cittadino, Comune, Cantone e Confederazione, facendo leva sulle agenzie e gli enti nati per proteggere la popolazione civile, costruiscono insieme il Sistema di Prevenzione e Protezione.

Con un approccio metodologico per fasi, controllate e verificate rispetto agli obiettivi attesi, la gestione della complessità diventa così fucina di efficienza e occasione di innovazione. Già negli anni Settanta, Karl R. Popper in “Miseria dello storicismo”, parlando dei meccanici sociali ai quali è affidato il benessere generale, chiariva le differenze tra il metodo olistico (o utopistico) e quello “a spizzico” (gradualista).

Mentre il gradualista affronta i problemi senza preclusione alcuna sulla portata delle riforme concentrandosi piuttosto sulla priorità, “l’olista decide a priori che una ricostruzione completa è possibile, è necessaria.” Con l’approccio gradualista un politico può avere o non avere un modello di società a cui tendere, ma ciò non gli impedirà di concentrarsi sui problemi gravi e urgenti; l’approccio olistico mira invece a “riplasmare l’intera società secondo un piano regolatore preciso”. Non basta; osserva Popper: “Il pianificatore olistico dimentica che è facile centralizzare il potere, ma impossibile centralizzare tutte quelle cognizioni che sono distribuite fra molte menti individuali e la cui centralizzazione sarebbe necessaria per esercitare saggiamente il potere centralizzato”. Risultato pratico: ogni azione orientata alla centralizzazione potrebbe tradursi nel medio – lungo periodo in un danno ben più grave di quello che si è cercato di risolvere. Che sia questo il segreto dell’efficienza?

 

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5 Comments

  1. in Canton Ticino, per esempio, buona parte della popolazione riceve le nozioni del primo soccorso e della rianimazione cardiopolmonare con e senza defibrillatore già nei primi anni di quella che per noi è la scuola secondaria dell’obbligo

    Invece in italia si impone l’obbligo dell’insegnamento nelle scuole elementari dell’inno di Mameli!

    Meditate gente, meditate…

  2. ModenaLibera says:

    Ve ne prego, smettetela di paragonarci alla Svizzera…
    È come paragonare la badante ad Angelina Jolie.
    Fate qualche articolo che ci dia un poco di morale.
    Per esempio dite che siamo meglio della Siria, o che la nostra economia è quasi meglio di quella della tanzania…
    Perchè così, am vin da zigher ( mi viene da piangere)…

    Ducato di Modena

  3. Domenico says:

    L’articolo, come sempre documentatissimo e chiarissimo, fa maledire di essere nati solo 30 km più a sud…. Ma chi è sul confine deve avere quotidianamente un attacco di fegato micidiale… Mi sorge però una domanda: come si fa la prevenzione e la protezione dei nostri territori dai politicanti romani e dai loro compagni di merende? 🙂

  4. cogo andrea says:

    MENTRE IL SINDACO ALEMAGNO ROMANO // DORMIVA ?

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