Referendum… Contro il dogma laico dell’immutabilità della Costituzione

potere

di CHIARA BATTISTONI – Non è più una questione di destra o di sinistra, come in tanti sostengono; la faccenda, piuttosto, è molto più complessa, perché la partita che si gioca è tra statalisti e liberisti, tra centralisti e federalisti. Sì, lo
so, se andiamo a leggere tra gli articoli della riforma troveremo sempre i nuovi dogmi della fede laica nello Stato: l’unità nazionale, l’uguaglianza delle regioni e tanti altri concetti che con il Federalismo poco hanno a che fare. Il sì verso il referendum sull’autonomia è  un sì che urla tutta la nostra voglia di vivere fino in fondo la nostra storia, di costruire responsabilmente il nostro futuro; è un sì che testimonia il coraggio di mettersi in discussione, di rivedere le proprie certezze, di navigare verso il futuro con strumenti nuovi, che ci met-tano davvero nelle condizioni di guardare con audacia al futuro.

È un sì per dire che non accettiamo più il dogma laico dell’immutabilità della Costituzione; è un sì, per rifiutare l’assolutismo laicista e statalista che ha scalzato l’Uomo Persona per trasformarlo nell’Uomo Società, spersonalizzato, ridotto
a semplice ingranaggio di un meccanismo virtuale autoreferenziale. È un sì per ribadire la centralità dell’Uomo rispetto allo Stato, per liberarsi dal giogo dei falsi dei.
È un sì che va davvero ben oltre (molto, molto oltre) la lettura fatta dai più, in termini di contrapposizione destra e sinistra. È un sì per affermare con chiarezza il diritto di ogni generazione di avere la propria Costituzione, come ci
ha ricordato tante volte Gianfranco Miglio. È un sì per ribadire la centralità del cambiamento nella vita, cambiamento che, in ambito pubblico, passa necessariamente per la revisione degli strumenti a disposizione, Costituzione compresa. Ci sono momenti nella vita pubblica del cittadino in cui ci vuole un atto di coraggio; questa è la volta buona per dire la nostra con gli strumenti che la democrazia ci mette a disposizione.

Perplessità? Sentite cosa scriveva Gianfranco Miglio nel 1999 a proposito dei cambiamenti necessari a questo Paese: «L’ostacolo principale al cambiamento sta però nella generale propensione dei nostri concittadini a non mutare nulla. È
una specie di pigrizia, la quale nasce da una convinzione abbastanza precisa:
che, comunque cambino le regole, i detentori del potere continueranno a fare i loro comodi e i governati saranno costretti a sopportarli. Tutta la storia degli italiani si è svolta sotto questo segno». (da Quaderni Padani Anno XI 57-58, Speciale La Riforma Federalista, pag. 77 “Un’operazione quasi impossibile”. Testo tratto da “L’asino di Buridano”. “Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino”).

Il nocciolo della questione è semplice, secondo il Profesur; per riformare lo Stato unitario è necessario riformare l’apparato ammi-nistrativo del Paese; osserva Miglio, «c’è gente che dovrà abbandonare “poltrone comode” e abitudini inveterate, per inventarsi funzioni e ruoli in qualche caso totalmente nuovi». Ovvio aspettarsi una strenua resistenza. A tal proposito Miglio scriveva parole durissime: «Cambiamenti di questa portata riescono soltanto a classi politiche di “ferro”, le quali operino in regime di totale franchigia, senza impedimento di “garanzie” legali e in pratica in un clima “rivoluzionario”. Perché allora, anche un grande burocrate, messo alle strette, trova il coraggio di inventarsi una nuo-va carriera: non sono pochi gli autorevoli commis d’Etat che hanno cultura e competenza professionale sufficienti per spezzare la devozione al vecchio jus publicum europaeum e ripartire alla scoperta del nuovo diritto pubblico federativo». (op. cit., pag. 77).

Ancora nel 1999 Gianfranco Miglio, ricordando le richieste di “Statuto speciale” avanzate dal Nord-Est e prontamente bloccate ricordava che: «Quello che manca è proprio il “clima”; gli italiani non hanno mai fatto “rivoluzioni”, ma soltanto “sommosse” locali (in genere nel Sud): hanno sempre accettato quello che loro offriva la sorte, augurandosi che il costo non fosse troppo alto. Eppure, soltanto una crisi dello Stato unitario potrebbe spingere anche i riluttanti e i timorosi, a un atto
di coraggio che non appartiene alla loro natura». (op. cit., pag.78).

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