Che fine hanno fatto i costi standard? Quel dossier sepolto di Opencivitas

di BENEDETTA BAIOCCHIspesa storica

Ve li ricordate i costi standard? Sono stati il tormentone di anni di tentativo di federalismo, fiscale e non fiscale, di battaglie devolutive per denunciare le sperequazioni tra un territorio e l’altro ma, soprattutto, per rivendicare autonomia e responsabilità di spesa anziché tasse da orbi per coprire i furti politici sugli appalti con i rincari delle tariffe. Oggi, i costi standard sono spariti dalla Treccani della politica, sostituiti da euro sì o no, da immigrazione avanti e magari indietro, da nomadi no grazie e occupazioni di case da disoccupare. E dei costi standard? Eppure la questione di fondo sta proprio lì, in quanto ci costa questo Stato e in quanto questo si traduca in tariffe di Comuni e Regioni sulla nostra pelle. Ma i costi standard non fregano più a nessuno.

Quante finanziarie per salvare gli spreconi di mestiere

Eppure c’è chi continua a osservare e monitorare l’andamento della spesa glocal, anche perché non va dimenticato che mentre ai Comuni si imponeva di non sforare il patto di stabilità e mantenere alla fame i cittadini erogando meno servizi, dall’altra i governi salvavano nei maxi decreti o nelle finanziarie i debiti sanitari del Lazio piuttosto che della Calabria o i bilanci in default della Sicilia o di altre amene località dove, i politici del Nord, ora hanno scoperto che comunque la gente è cordiale e si vive bene. Ma questo è altro discorso.

Monitorare, si diceva. Eh sì, perché è sui numeri che si discute più che sulle corse elettorali. I costi standard, in soldoni, ci dicono che un ente è capace di offrire un servizio al miglior rapporto qualità prezzo. Se il concetto è chiaro, ne aggiungiamo un altro, quello della spesa storica. Quando cioè lo Stato sulla parola diceva: quanto ti serve? Va bene, tanto ti do. E’ andata avanti così per decenni, causando danni pesanti: corruzione, mafie, sperperi. E considerando che l’80% dei bilanci sono sanità e assistenza, fate voi quanto ci sia da scrivere, volendo.

I dati di Opencivitas

Ebbene, tra quello che si è buttato via dalla finestra e quanto invece è corretto e aspicabile spendere, che differenza passa? Chi se la cava meglio? Basta leggere una cartina geografica piuttosto politica, ben delimitata e marcata, come quella realizzata da Opencivitas, il portale che, attraverso i dati del ministero delle Finanze, proietta l’Italia dei conti per Comuni e Province. E l’Italia è belle che fatta. I dati sono di ntre anni fa ma nessunoi ha mai dato corso alle indicazioni di quel dossier e dunque per noi sono e restano attuali.

Spiegano però i tecnici del portale che… non necessariamente una zona in verde significhi efficienza. Potrebbe essere vero il contrario: e cioè ho ridotto sì i costi, per rientrare nei parametri o perché ho finito i soldi, e il servizio che offro al cittadino non corrisponde quindi ad un buon servizio, ma da un servizio meno caro e anche ridotto nella sua offerta. Chiaro. Questo forse spiega inspiegabili zone verdi laddove i bilanci della Regione sono commissariati. E non necessariamente ci dice che dove c’è zona rossa i servizi non siano all’altezza. Ma, detto questo, restano in vista tre macroregioni di spesa e di cattiva spesa. Poi ci sono aree neutre, dove si può supporre la criticità nel raccogliere i dati. Beh, da sola la Sicilia qualche tempo fa aveva 300 e passa comuni commissariati per mancata presentazione dei bilanci, che sia quello il punto? Ma no, sono le regioni a statuto speciale, e l’arcano è spiegato, abbastanza.

Stessa forma di Stato, stessi problemi per sempre

Da qui, questa è la domanda che occorre porsi, come se ne esce? Con la riforma elettorale? No, perché premia la lista, non chi è capace. Con il jobs act? No, perché riguarda i lavoratori, non gli amministratori. Con il taglio dell’Irap alle aziende che assumono? No, perché il costo del lavoro è una cosa, deliberare appalti è un’altra ancora. E con cosa, allora? Con gli 80 euro? Nemmeno….

Cercasi Catone 

E quindi? Forse fermando i gommoni degli scafisti? No, non ne sanno di bilanci comunali. Cacciando i nomadi dalle periferie occupate? Magari bastasse quello… Il problema è formare e sfornare politici non solo capaci, ma avere una forma di Stato che non è esattamente quella che oggi ci conservano come intoccabile e, anzi, rafforzata da un appiattimento neocentralista e dal tutti insieme, tutti uguali, la rappresentanza non è più questione di territori e delle loro esigenze dimenticate. Ma né la parola federalismo né quella di autonomia o di secessione (da museo delle cere, oramai) sembrano avere più cittadinanza nel dibattito sulla crisi e sul Paese che sprofonda. Gli elettori cercano il Catone meno cattivo e più accattivante che li porti dall’altra parte pagando il biglietto meno caro. E’ questo davvero quello che volevamo?spesa storica

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2 Comments

  1. Riccardo Pozzi says:

    I costi standard della riforma Calderoli si sovrapponevano perfettamente a quelli storici, come prontamente smascherò il prof. Luca Ricolfi che di federalismo fiscale aveva scritto e studiato a lungo.
    Il fatto che Monti avesse affossato i decreti attuativi fu solo la foglia di fico di una riforma che, anche se fosse andata a regime, avrebbe lasciato tutto intatto. Come ogni brava finta rivoluzione, avrebbe cambiato tutto per non cambiare nulla. Ma a scanso di equivoci hanno affossato anche quella. Hai visto mai…

  2. lombardi cerri says:

    Per poter praticare la tecnica dei “Costi standard” occorre disporre di un sistema di rilievo costi reali efficiente. Dove sta l’efficienza nelle file della burocrazia statale? Perfino sul valore della disoccupazione non quadrano i rilievi!

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