Charlie Hebdo 3 / L’islam sta con i residuati del comunismo solidale

bin ladendi ROMANO BRACALINI – La tecnica non è cambiata in 70 anni, gli arabi sono noiosamente ripetitivi ma mancano di metodo. Prediligono la tortuosità e il familismo tribale, la vendetta di sangue: armi di lotta arcaica. Anche allora incendiavano i pozzi petroliferi, e davano la caccia agli ebrei. La proposta inglese di costituire in Palestina due Stati separati, ebraico e arabo, l’avevano respinta con sdegno. Per gli ebrei non c’era posto. Avrebbero dovuto fare le valigie. C’erano troppi elementi di inquietudine. Il mondo arabo viveva in uno stato di prostrazione e umiliazione da quando, nel 1919 le due maggiori potenze occidentali, Gran Bretagna e Francia, si erano spartite le spoglie dell’ex impero ottomano. L’umiliazione si trasformò in rancore che fa da tramite all’odio.

 

Nelle moschee gli imam mettevano in guardia contro le contaminazioni degli “infedeli” e con la passione per il dettaglio avevano manifestato una forte opposizione al cappello occidentale, il “turbusc”. Era non solo il frutto di una comprensibile “xenofobia” verso tutto ciò che sapeva di straniero e che minacciava di scalzare le secolari tradizioni dell’Islam, ma era dettata anche da una preoccupazione di carattere liturgico. Le preghiere infatti, per avere
un valore canonico, dovevano essere fatte a capo coperto. Ora, la foggia dei cappelli occidentali con la loro tesa più o meno larga impediva ai musulmani
di toccare il suolo con la fronte durante le esercitazioni di rito, quando il “muezzin” ne dava l’annuncio dall’alto del minareto. Anzi, le supreme vestali della purezza dell’Islam non solo avevano lanciato l’anatema contro il cappello occidentale, ma avevano ricordato il famoso passo della legge islamica che suona così: «Ogni credente il quale imiterà gli infedeli nei loro costumi per puro spirito di imitazione diviene un criminale e se varca la soglia di una chiesa diventa a sua volta infedele».
Il “Grande Satana” era la Gran Bretagna, ovvero la “Perfida Albione” della vulgata fascista. Si vedrà che l’accostamento non è casuale. Il segnale della
rivolta era partito dalla Palestina, ieri come oggi incubatrice della violenza fondamentalista. Gli insediamenti ebraici furono il pretesto per una rivolta
generalizzata contro l’Occidente che umiliava l’Islam. Bin Laden vi ha fatto recentemente esplicito riferimento. Nel 1937 la Gran Bretagna, potenza
mandataria in Palestina, dovette affrontare la prima insurrezione araba in grande stile che aveva trovato nel Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Amin El-Husseini, precursore di Bin Laden, l’ispiratore moderno della guerra santa. Gli inglesi, pragmatici e poco inclini al sentimentalismo, reagirono con arresti in massa, perquisizioni e distruzioni di case sospette. La stampa italiana, allineata e coperta, condannò la repressione britannica e commiserò i poveri palestinesi. Gli arabi di Libia, protetti da Roma, solidarizzarono con loro. Venne scoperto un vasto disegno arabo per estendere la rivolta antinglese dalla Siria, all’Egitto, al Marocco francese, col proposito di attaccare ovunque gli interessi occidentale nell’Islam.

 

Il Gran Mufti, deposto da tutte le cariche pubbliche per attività sediziosa, si era asserragliato nel santuario della moschea di Omar. Viveva in un nascondiglio segreto scavato nella roccia, protetto dai suoi luogotenenti. Le leggi dell’Islam vietano di toccare un uomo che si è rifugiato in un luogo sacro e gli inglesi non osavano sfidare la tradizione islamica e procedere all’arresto del Gran Muftì. Oltre 200 guerriglieri armati vigilavano alle porte della moschea pronti a impedire alla polizia britannica di penetrarvi. Intanto il capo religioso trasmetteva i suoi ordini a tutti i centri di agitazione musulmani
in Palestina. Gli arabi dicevano che in fondo alla sua grotta il Gran Muftì pregava, ma gli inglesi supponevano che preparasse la proclamazione della Jihad. La polizia aveva circondato la moschea di Omar, poiché tutti sapevano che Haj Amin El-Husseini avrebbe tentato di fuggire oltre confine. Così
avvenne. Su un motoscafo veloce, protetto da armati, aveva potuto raggiungere la costa siriana ma era stato scoperto e catturato dalla polizia francese e trasferito a Damasco. Più tardi liberato, potè tornare a Gerusalemme. Scoppiata la guerra, divenne il più fedele alleato della Germania nazista, fermamente
deciso a impedire «l’istituzione in Palestina di una sede naturale (“national Home”) per il popolo ebraico», secondo l’impegno del governo britannico
che nella dichiarazione Balfour (novembre 1917), aveva riconosciuto il nesso storico che «univa il popolo ebraico alla Palestina».

 

In una trasmissione in lingua araba a Radio Berlino, il 1° marzo 1944, El- Husseini dichiarò sobriamente: «Gli arabi sono risorti come un solo uomo e
combattono per i loro sacri diritti. Uccidete gli ebrei ovunque essi si trovino! Questo piacerà a Dio, alla storia, alla religione. Questo salverà il vostro onore.
Dio è con voi». ”Gott mit Uns”, era il motto dei tedeschi. Ciascuno adatta la divinità ai propri turpi disegni. La storia, per fortuna, è andata diversamente.
C’era stato un reciproco, gigantesco abbaglio. Gli arabi avevano scelto il nazifascismo, così connaturato al loro ideale di governo, in funzione antiebraica
e antioccidentale; l’Italia e la Germania (ma l’Italia fascista di più per evidenti interessi mediterranei) proteggevano l’Islam in funzione antifrancese
e antinglese, e naturalmente antiebraica.

 

Ma disgraziatamente per l’Islam il nazifascismo venne sconfitto (dall’America, sure) e i programmi dei nazisti musulmani dovettero essere rinviati.
Haj Amin El-Husseini venne processato come criminale di guerra. (El-Husseini era parente stretto di Arafat, stesso sangue, stessa scuola di pensiero).
Il fondamentalismo islamico ha sempre ricercato una sponda europea. L’Italia è sempre stata il ventre molle d’Europa. Oggi, dopo la spada dell’Islam
donata al Duce nel 1937, il terrorismo islamico, nuova minaccia globale, può contare sui residuati del comunismo, variante autoritaria del fascismo,
travestiti da no global, pacifisti, verdi e violenti d’ogni risma. Non sarà una cosa seria, ma tutto sommato i conti tornano
lo stesso.

(da Il federalismo, anno 2004, direttore Stefania Piazzo)

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