C’era una volta la voce del Nord. Tutto quello che non vi dicono su Radio Libertà

di ANGELO GIORGIOradio

In un tempo lontano, a Milano, capitale della voglia di cambiare, un gruppo di uomini liberi e coraggiosi decise di dare vita a RadioLibertà, voce libera e megafono della voglia di raddrizzare questo Paese. Una radio che con il passare degli anni diventava più forte, si radicava e si candidava a diventare il megafono del malumore. L’unica voce senza filtri, in grado di fare sentire forte agli amici del centralismo e ai nemici dell’indipendentismo, che il tempo di cambiare era alle porte e che la Locomotiva del Paese era stanca di essere vista come una gallina dalle uova d’oro. Basta vacche grasse da mungere, insomma. Il tempo degli sprechi era finito, iniziava una nuova era.

Ma come troppo spesso accade, chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova.

Ecco allora che anche Radiolibertà di fatto diventava una merce di scambio. Un trampolino per lanciare i rampolli più vicini ai capibastone della rivolta e per mettere a tacere chi sosteneva una linea diversa. Le vecchie voci “on air” venivano sostituite con “new entry” e antiche trasmissioni messe fuori dal palinsesto.

Spazio a giovani idee e a chi sostiene che la Libertà non ha prezzo, soprattutto se non bisogna pagare chi la promuove. Così a poco a poco Radiolibertà si tramutava in Radiononso. Dove non solo non si sapeva dove si andava, ma non era nemmeno chiaro se alla fine del mese arrivavano i soldi. A Radiononso, infatti, si lavorava gratis, tutti, o quasi. Magari qualcuno il suo stipendio più o meno lauto se lo portava sempre a casa mentre gli altri dovevano aspettare che le casse venissero riempite non sono dal vecchio finanziamento dell’allora RadioLibertà, ma dalle donazioni degli ascoltatori. Quelli tanto attaccati alla radio da decidere di sostenerla a proprie spese.

Tanti, ma non gli unici. Al loro fianco, infatti, anche gli inserzionisti. Quelli che avevano comprato finestre pubblicitarie e che aspettavano di sentire reclamizzato il loro prodotto sulle frequenze di Radiononso. Ma l’emittente non sapeva e a furia di non sapere prendeva decisioni strane come quella di non  pagare i fornitori o di dismettere di fatto alcuni ripetitori di segnali. Non vedendosi pagate le fatture, i manutentori bloccavano il lavoro e Radiononso diventava Radiononsisente.

Una brutta rivisitazione di RadioLibertà dove i pochi dipendenti continuavano ad essere pagati quando capitava, i fornitori a non essere praticamente pagati e i radioascoltatori a telefonare ai centralini per segnalare che la radio non si sentiva più. Ma esattamente questa era la situazione: La radio non si sentiva più in molte realtà del Nord. A Brescia ad esempio, dove la voglia di autonomia e di libertà è forte ancora oggi, il segnale non arrivava e non arriva più. E agli inserzionisti che hanno pagato per reclamizzare i loro prodotti? Le risposte non arrivavano. Il nuovo vertice aveva infatti deciso di seguire la strada del silenzio rispondendo, solo alle lettere degli avvocati. Magari non alla prima, ma alla seconda di regola, sì. Risposte interlocutorie e vane, ma almeno qui il segnale arrivava: a Radiononsisente, qualcuno c’è ancora. Asserragliato come i soldati giapponesi che continuavano a sparare a tutto e a tutti perché nessuno li aveva avvisati che la seconda guerra mondiale era finita.

Ma che fine può fare una Radio che non si sente? Certo non scalare gli indici di gradimento e di ascolto. Ecco allora che per capire che valore può avere la radio, qualcuno ha avuto la brillante idea di fingere un interesse a venderla. E, sorpresa, si è fatto avanti anche un possibile compratore. Sconosciuto, ovviamente, ma senza dubbio un libertario della prima ora. Uno che sulla radio vuole scommettere e che ancora ci crede. Ma nulla di fatto: era solo un bluff, un modo per capire se la radio aveva un valore e cercare di quantificarlo. E così Radiononsisente si trasforma in Radiofarsa.

Una Radio con un passato glorioso e un presente … Presente? Beh sì, un presente sconosciuto. Anche perché i dipendenti continuano ad attendere i loro stipendi, i vertici cercano altri lidi dove andare a sedersi più comodamente, gli ascoltatori continuano a chiamare per chiedere quando verranno ripristinati i segnali e i fornitori hanno ormai capito che non vedranno nemmeno un solo centesimo.

Ma Radiofarsa continua a chiedere i soldi ai pochi ascoltatori che ancora riescono a sentirla. Raccoglie fondi e attende. Forse la fine dell’anno per poi vendere i ripetitori a un grande colosso radiofonico del Nord. Uno, si dice che ha 10,5 buoni motivi per accaparrarsi i tralicci. Quelli che fino al passaggio delle onde sul digitale ancora valgono qualcosa.

E RadioLibertà? Un ricordo che sicuramente mancherà a molti uomini liberi e coraggiosi. Qualità che sembrano mancare del tutto a chi la Radio avrebbe dovuto gestirla.

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