CELENTANO NON CAMBIA, IL SOLITO GIULLARE IN PANTOFOLE

di CARLO ZUCCHI

Lunedì sera non è semplicemente andato in onda il solito vaniloquio di Adriano Cementano. È andata in onda l’ ennesima autocelebrazione di uno dei maggiori esponenti di una generazione, quella dei magnifici anni Sessanta, che ha occupato il palcoscenico oltre 40 anni fa e non vuol più saperne di sgombrare. Non è un caso che abbia perorato la causa di un governo come quello presieduto da Romano Prodi; un governo immobile, attaccato alle poltrone come Celentano e la sua generazione sono attaccati al palcoscenico. Sbaglia chi ha letto in quella marchetta una pura e semplice forma di piaggeria nei confronti del potere. No, oltre a quello c’è di più. Una sorta di comunanza di intenti, spontanea quanto inconscia, perché entrambi vivono l’uscita di scena come il peggiore degli incubi. Insomma, la pensione a 50 anni va bene per tutti gli italiani, tranne che per questi tromboni. Celentano è lo specchio di un paese che negli anni Sessanta è entrato nel novero dei paesi ricchi e lì si è fermato. I valori, le mode e i personaggi che andavano allora hanno ipotecato il futuro di questo paese, come dimostra l’odierno proliferare di programmi dedicati a quegli anni e al come eravamo, perché pensare a come saremo è un po’ meno divertente. Con la loro prepotenza, attori, scrittori e intellettuali di quell’epoca hanno tracciato un solco dal quale uscire è impossibile. Una generazione cresciuta male e invecchiata peggio. Buonista e rivoluzionaria da giovane, quanto cinica e parruccona da vecchia. Protagonista di una finta rivoluzione grazie alla quale ha scalzato dalle sedie gli intoccabili di allora, al solo scopo di prenderne il posto con tanto di privilegi annessi e connessi. Ma con quel quid di ignoranza in più che tanto guasta, eccome se guasta.

Intendiamoci, Celentano ai suoi tempi non fu mai “impegnato” e politicizzato, ma da buon rappresentante di quella generazione (che ahinoi ha fatto da balia a quella odierna) non manca mai di ostentare la propria ignoranza. Cultura e competenza sono cose troppo faticose e complicate. Meglio sbraitare contro qualche cattivo di turno, che è poi sempre lo stesso (Berlusconi), perché additare colpevoli è sempre più facile che trovare soluzioni. Tipico comportamento giacobino, come giacobina era la generazione degli anni Sessanta, gli anni del Papa buono – Giovanni XXIII – il cui Concilio contribuì non poco a far crollare le vocazioni, del presidente buono – Kruscev – che stava per far scoppiare una guerra nucleare, e di tanti ragazzi della Via Gluck altrettanto buoni e così nutriti di splendidi ideali, che di lì a pochi anni daranno vita a un decennio abbondante di morte e violenza. Insomma, buoni sì, ma a sparare e menare le mani, salvo paracularsi borghesemente a vita una volta finiti gli anni di piombo. E paraculati così bene che persino Romano Prodi diventa preferibile a qualsiasi ipotesi di cambiamento.

E così come il molleggiato si erge a rigido moralista, altrettanto certi anarchici del partito dell’ordine non perdono occasione di stabilire il codice a cui ognuno deve conformarsi, perché quando lor signori erano intenti a giocare alla rivoluzione tutto era lecito, mentre oggi che si godono la vecchiaia tra successi e privilegi si scoprono bigotti e perbenisti, vecchie carcasse che amano dare buoni consigli solo per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi. Come l’attuale Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, tanto amante delle molotov in gioventù, quanto amante di un “paese normale”una volta cresciuto. E sistemato.

E come Celentano, anche Prodi è un prodotto di quegli anni. Certo, lui non ha giocato a fare la rivoluzione, ma è espressione di quell’eresia dossettiana che politicizzò il messaggio cattolico, compreso il Concilio Vaticano II, dando impulso a ciò che in America Latina è stata la teologia della liberazione, con preti e vescovi a tal punto politicizzati, che alcune sagrestie si erano trasformate in autentiche sante barbare al servizio di rivoluzionari atei e comunisti. Come Dossetti si vantò di non aver mai avuto un maestro (quando tutti i grandi teologi, da Tommaso d’Aquino a Sant’Agostino ne hanno sempre avuto uno), allo stesso modo quella generazione si vantò di aver demolito qualsiasi figura fosse dotata di autorità, fosse esso il padre, il sacerdote o, appunto, il maestro. Non è quindi un caso che Prodi treschi con la sinistra più estrema, espressione compiuta del Sessantotto, al fine di frenare ogni ipotesi di cambiamento. Il tutto, naturalmente, con il consenso di eminenti banchieri, italiani ed esteri. E, perché no, di un giullare in pantofole come Adriano Celentano.

(scritto il 1° dicembre del 2007)

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