C’è spazio per i cittadini onesti o dobbiamo subire questi partiti?

GENTEdi ENZO TRENTIN

Con una buona approssimazione possiamo affermare che la cosiddetta civiltà comunale ebbe inizio a seguito di due eventi dirompenti del tempo sul piano politico e religioso: la restaurazione dell’impero e quindi dello stretto rapporto Germania-Italia, fondamentalmente nuovo rispetto al passato, e il dibattito sulla riforma della Chiesa, incentrato sulla possibile nuova funzione effettivamente direttiva del papato a livello europeo, favorita dall’eclissi della sede di Bisanzio per effetto dello scisma (tuttora operante, ma risalente), anch’esso negli anni decisivi intorno al 1054.

Tutto ciò comportò delle novità molto rilevanti, che si innestarono su processi già avviatisi nei decenni precedenti. I potenti in lizza tra loro per la corona d’Italia o per gli uffici pubblici maggiori (di marchese in particolare ma anche di vescovo, che era un «ufficio pubblico» nell’ottica del tempo) per conservare un legame con i poteri radicati nel territorio furono infatti costretti a largheggiare in concessioni di diritti pubblici – che tanto essi non avrebbero mai potuto esercitare effettivamente da lontano.

Di fronte all’incombere delle razzie ungare, ad esempio, i re d’Italia non seppero far di meglio che autorizzare con solenni diplomi questo o quel vescovo, questo o quel gruppo di habitatores, a fortificare il proprio insediamento. Il che fu ammissione di impotenza ma anche, si dirà, di saggezza, visto che non poteva farsi di meglio per rimanere presenti come publicum in «periferia». Solo che le concessioni furono fatte a titolo di donazione, cioè come alienazioni del patrimonio pubblico di diritti a favore dei poteri locali, che si sentirono perciò più forti e responsabili come si sentirono anche i poteri locali che avevano proceduto alla fortificazione senza alcun privilegio specifico dall’alto.

La debolezza del potere centrale portò, insomma, alla creazione di centri localmente autosufficienti, spesso anche ufficialmente «dotati», in quanto titolari di un proprio patrimonio di poteri pubblici garantiti dall’alto e apparentemente intoccabili da parte dei successori dei concedenti. Che detenessero o meno delle «doti», per così dire, quanto meno sul piano di fatto i poteri locali si configurarono a differenza di quanto avrebbe dovuto avvenire in età carolingia – in una miriade di situazioni differenziate, in dipendenza del diverso rapporto intessuto (o non) col potere superiore. Centri che comunque fecero un uso diverso dei poteri usurpati o concessi, e in quest’ultimo caso spesso anche un uso ben più largo di quanto formalmente concesso. Una situazione che favorì ancor più di prima la tendenza alla formazione di ceti dirigenti locali che si identificarono fortemente con la città, stringendosi generalmente attorno alla chiesa e al suo capo, fosse o meno anche conte in senso formale. (1)

Se questo sistema, nei secoli successivi, si espande e si afferma in Italia centro-settentrionale ed in altre parti d’Europa, non è però il sistema di governo allora prevalente sul continente, e quindi anche in Francia, ove negli anni ’60 del Duecento l’esule da Firenze Brunetto Latini, il famoso notaio maestro di Dante, nel suo Trésor, opera enciclopedica in francese, scriveva che le «signorie», cioè i governi, potevano essere di tre tipi. C’era «quella dei re, quella dei “buoni”, e quella dei “Comuni”». Aggiungendo subito dopo: «la quale ultima è la migliore di tutte» (2). Un mezzo secolo più tardi a Firenze lo stesso Brunetto, già cancelliere della repubblica, sarebbe stato ricordato come colui che aveva insegnato ai Fiorentini a «governare la nostra Repubblica seguendo la politica» (3).

Si tratta del quadro assiologico, l’orizzonte di valori, che verrà ancor più chiaramente teorizzato nel Trecento, da un Marsilio da Padova (uno dei primi scrittori a teorizzare la cosiddetta sovranità popolare, e per questo perseguito dalla chiesa) e da un Bartolo da Sassoferrato, il maggiore giurista del tempo. Quel che qui preme invece subito aggiungere è che questa teoria e prassi del governo «ascendente», dal basso verso l’alto (4), molto innovativa (potremmo dire democratica, e l’unica democratica in quel contesto urbano dato), non escludeva né il governo per delega a ristrette commissioni (balie per la guerra, per le imposte, gli statuti ecc.), né la faziosità e le esclusioni anche di massa. Aperture teoriche e formali e tentativi di controlli elitari o chiusure vere di fatto coesistevano contraddittoriamente nelle convulse vicende di quei decenni. Ma riconosciuta la contraddizione, c’è da chiedersi se essa non sia stata un altro elemento notevole, caratteristico e di modernità essa stessa di quel mondo politico-istituzionale che si reggeva all’insegna di libertas e aequalitas tra i cittadini.

Perché c’è l’idea della res publica, d’una entità che non appartiene a nessuno in particolare, a nessun privato e di cui va difeso l’honor, bene essenziale non solo della persona fisica, ma della città, essenziale nei suoi rapporti con i terzi, con le altre città, con i principi, i signori ecc. C’è quindi l’idea d’una sfera di diritti in qualche modo intangibili, fuori commercio, inalienabili. Diritti pertinenti a una realtà impalpabile, astratta, al di là delle persone dei singoli governanti, sempre rappresentanti pro tempore di essa, ma mai padroni; diritti pertinenti all’ente che noi oggi chiamiamo Stato e che non a caso viene individuato, riconosciuto, da chi in questa esperienza è vissuto.

Siamo agli antipodi del cosiddetto «Stato patrimoniale», a disposizione di un sovrano perché nel suo «patrimonio», e pertanto nella sua disponibilità. Il che concorre con un altro punto importante a costruire il profilo che oggi diremmo «secolare», laico, di queste istituzioni. Questi governi, proprio perché affermatisi grazie a sviluppi non previsti dal mondo della legalità monarchica, imperiale o pontificia, conservavano sempre un qualche profilo di illegalità, di novità eversiva, immotivata, anche quando destinatari di privilegi imperiali. Profili si confermavano platealmente quando le città si ribellavano ai poteri universali.

Nella cultura costituzionale di queste città infatti c’è piena adozione del principio maggioritario per le votazioni assembleari, divergente dalla massima politica che proprio allora, traendo da un passo del Digesto di Giustiniano, sanciva che «quel che tocca tutti da tutti deve essere approvato» (quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet), il famoso principio passato anche nell’Oculus pastoralis ricordato, ma divenuto fondamento precipuo del parlamentarismo medievale per ceti.

Il terzo millennio è da poco cominciato, e la storia sembra riproporci l’antico quesito. L’Unione Europea e la sua moneta unica: l’€uro, hanno dimostrato come il sogno autenticamente federalista si sia ancora una volta dimostrato un incubo dove alle Signorie si sono sostituiti poteri economici tanto poco occulti, quanto nefastamente operanti. I rappresentanti pro tempore ed una burocrazia pervasiva ed inumana hanno reso insopportabile il vivere civile e la libera imprenditoria.

È giunto il tempo per i cittadini onesti, quelli che vivono del loro lavoro e non di un reddito pagato per mezzo delle tasse imposte da uno Stato insopportabilmente pauperistico, di pensare ed agire per quello che il Prof. Gianfranco Miglio definiva il neo-federalismo. Secondo Miglio «Il nuovo federalismo che sta dilagando in tutto il mondo, ha un’origine totalmente opposta rispetto a quella da cui nasceva il federalismo “tradizionale”. Mentre, ancora nel secolo scorso, il problema dominante era come fare di ogni pluralità di paesi minori un più o meno grande “Stato nazionale”, oggi la questione cruciale è come restituire, o assicurare, alle convivenze particolari il diritto a conservare e sviluppare la loro identità nel quadro dei sistemi economico-politici non dominati dai principi dell’unità o dell’omogeneità.»

Smettiamola, dunque, con i partiti sedicenti indipendentisti, i cui pseudo leader ambiscono ad essere eletti nelle istituzioni dello Stato dal quale pretenderebbero di secedere. Il poeta Pablo Neruda ebbe a scrivere: «La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.» La storia è lì a dimostrarci che lo Stato italiano non si cambia dal suo interno. Del resto non è una novità. Lo stesso Charles De Gaulle, nel 1952, ebbe a constatare: «Le règime ne se transformera pas de lui-même. Cela n’est jamais arrivé dans notre histoire. Il faut un pression de l’éxtérieur.» Ed ancora Platone ci ammonisce con questa frase a nostro parere molto attuale «Il prezzo da pagare per il non interessamento nei confronti della politica è che si finisce coll’essere governati dai propri inferiori.» Che la partitocrazia italiota sia prevalentemente composta da personale “inferiore” (ed usiamo un eufemismo) non può che convincerci a rifiutare qualsiasi organizzazione che si presenta con le vesti e le operatività del partito politico.

* * *

NOTE:

  1. 1.     «Le Città-Stato» di Mario Ascheri – Edizioni «il Mulino»
  2. Li livres dou Tresor, n, 44, a cura di F. J. Carmody, Berkeley-Los Angeles, 1948, p. 211.
  3. Così il ricordo che ne fa il cronista Giovanni Villani; si veda ad esempio Q. Skinner, Machiavelli’s Discorsi and the Pre-humanist Origins of Republican Ideas, in Q. Skinner et al., Machiavelli and Republicanism, Cambridge, 1990, pp. 121-141, oltreché ora E. Artifoni in «Roncioniana», 2006.
  4. Di cui con grande acume ha cominciato a segnalare l’interesse nella storia delle dottrine politiche Walter Ullmann e sulla quale cfr. ora N. Rubinstein. Le origini medievali del pensiero repubblicano del secolo XV, in Adorni Braccesi e Ascheri (a cura di), Politica e cultura, cit., pp. 1-20.
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2 Comments

  1. giancarlo says:

    Bisogna anche conoscere cosa sta succedendo veramente. Vedere il link sotto riportato. Grazie !1

    http://accademiadellaliberta.blogspot.it/2018/02/da-ascoltare-due-volte-ed-inviare-piu.html?m=1

  2. Carlo De Paoli says:

    PER LA RICOSTITUZIONE DEL NOSTRO STATO BISOGNA CONOSCERE LA STORIA PRECEDENTE A QUELLA NELLA QUALE CI TROVIAMO A VIVERE ATTUALMENTE.

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