C’è posto per il neocentrismo

di STEFANIA PIAZZO

 

Cosa sta per nascere nel panorama politico che sta fagocitando pezzi di destra e di sinistra e, perché no, di alleanza con la Lega? Che conglomerato politico si sta delineando per consolidare l’asse centralista col quale, peraltro, forze che si dichiarano indipendentiste, vanno a pranzo, cena e dividono tutti i giorni il governo del territorio, ovvero i posti di comando?

Un nuovo conglomerato centrista a guida renziana si profila dopo trent’anni di centro che si è squagliato, ricomposto, diasporato? Non si può continuare a ignorare la tradizione cattolica in politica. Non è questione di cresime e battesimi confessionali parlamentari, quanto di un peso sociale ed economico che ha sempre avuto e continua a svolgere una certa fetta di politica italiana che arriva “da là”.

“Il mondo cattolico impressiona per la sua capacità di incidere nel mondo politico. Mentre la stragrande maggioranza dei movimenti religiosi a cominciare dall’Azione Cattolica, hanno fatto la scelta religiosa mettendo in secondo piano quella politica, Cl ha sviluppato la sua azione anche su questo fronte”, ci spiega un sacerdote milanese che, convenzionalmente, chiamiamo qui don Alberto.

Quindi un modo di essere confessionali molto spinto?

“Non del tutto. In Cl si è consumata tempo fa una frattura piuttosto antica, definiamola così, già negli anni ’80, quando le giovani leve rampanti dell’Università Cattolica sostituiscono e spiazzano le vecchie leve”.

Ad esempio?

“Penso a personaggi di spicco come Portatadino, ancora dentro Cl e oggi impegnato in una Fondazione per l’Europa unita. Poi penso ad altri autorevoli esponenti come Amicone, direttore di Tempi, Simone o Vittadini o Intiglietta e, attenti bene, lo stesso Lupi”.

Protagonista oggi dello strappo da Formigoni?

“A quanto pare…”.

E Formigoni, don Alberto, che c’entrava?

“Negli anni ’80 era il leader del Movimento Popolare. E proprio lui, in quegli anni, diventa una sorta di figura di mediazione, di incontro tra le vecchie e le nuove leve cattoliche dell’Università e dintorni. Formigoni traghetta dopo le elezioni del ’92 l’area ciellina verso quella che sarebbe poi diventata Forza Italia. Quindi Berlusconi”.

E le giovani promesse?

“Salgono anche loro sullo stesso traghetto. Grazie all’azione di Formigoni si vedono confermate posizioni di rilievo, di spicco”.

Accade quando lo slogan era “Più società meno stato”. E’ così?

“Erano quegli anni, sì. Ma in realtà, interessava anche il “più Stato”, perché la stessa nascita e la diffusione della Cdo, la Compagnia delle Opere, beneficiava anche dei sostegni, leciti s’intende, anche di natura pubblica.   Il numero impressionante di imprenditori che vi aderiscono spiega che la struttura sa sfruttare al meglio le risorse sul campo”.

L’equilibrio fra le due generazioni fino a quando ha retto? Siamo arrivati ora ad una sorta di resa dei conti o di cambio della guardia?

“L’equilibrio è durato, come spiegavo, con la mediazione formigoniana. Ora però stiamo assistendo ad un salto di qualità. Le ex giovani leve non hanno più bisogno di Formigoni. Al di là della scalata di potere personale e di poteri interni, congeniti alla natura umana, oltre che politica, c’è anche altro…”.

Ovvero?

“La parola chiave è sempre quella: il potere. Negli anni ’60-’70, sull’onda del Concilio, nel mondo cattolico si fa strada e si consolida l’idea che il potere è male. Comunione e liberazione invece è l’unica realtà cattolica a sostenere che il potere non è solo male. Don Giussani scrive dei testi in cui afferma che il potere è un mezzo e il suo calibro dipende da come lo si usa”.

Osservazione più che corretta, però..?!

“Sì, è una osservazione in linea con la tradizione secolare cattolica e teologica. Il punto è che  il “cerchio magico” che allora circondava don Giussani, interpreta questa affermazione in maniera assolutamente radicale. Non cioè che il potere in sé non è male e che dipende da come lo si usa, bensì che il potere è bene e attraverso il potere si può fare il bene”.

Don Alberto, teoricamente suona “quasi bene…”!

“Eh certo. In realtà il problema è il bene proprio! Questo è il passaggio discutibile, ulteriore. Nella tradizione cattolica, il potere, il bene è vero che non è il male, ma non è neppure il bene in senso stretto. Dal potere ci si deve guardare, tanto che Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, e e maestro dell’attuale papa Francesco, che da questo punto di vista è estremamente coerente, ha sempre sostenuto che nella Compagnia del Gesù il potere va dato a chi non lo cerca”.

Mentre c’è una fetta di mondo cattolico che il potere lo cerca.

“Appunto. C’è una interpretazione radicalistica di questo modo di leggere il potere. Da strumento neutro diventa diventa un bene, qualcosa da cercare in sé e per sè”.

Così fan tutti, non è strano.

“No, così fan tutti ma non tutti arrivano a teorizzarlo, da cattolici”.

Tornando ai principi e alle cose pratiche, Formigoni viene scaricato.

“Passo indietro. Poiché quel che conta è mantenere il potere, non importa con chi ti allei. Basta vedere gli accordi, legittimi sia chiaro, tra Cdo e altre realtà come la Lega delle cooperative, giusto per fare un esempio. Tutto lecito, ma la linea di pensiero è conquistare nuovi spazi di gestione. Ripeto, lecito. Noi stiamo discutendo sui principi che animano gli uomini”.

E don Giussani che ne pensava, don Alberto?

“Diciamo che ancora vivo lui, quando era malato, si consumò una frattura, anzi, ci furono più fratture dentro Cl. Quando le giovani leve della Cattolica diventano classe dirigente in Cl e nel suo braccio politico, la Jaka Book si stacca. Governata da Sante Bagnoli, intellettuale finissimo, accusato di “terzomondismo”, rifiuta l’accordo con Berlusconi e non a caso da allora gli scritti di don Giussani escono pubblicati da Rizzoli, fateci caso. C’è insomma un filone di intellettuali cattolici che non si vogliono mettere nella barca del Cavaliere, considerando il loro cattolicesimo incompatibile con il neoliberismo e il neocapitalismo rampante. La risposta fu l’isolamento di questo gruppo, tuttavia ancora attivo”.

E quale fu l’altra frattura di cui lei fa cenno?

“Fu di natura religiosa. Sempre in quegli anni, un gruppo che faceva capo ai Frati Carmelitani, si stacca da Cl e si costituisce come Movimento delle famiglie carmelitane. Accade in Veneto e a Brescia. Allora la stampa non diede molta voce a questa frattura ciellina. E siccome la Chiesa è madre e benché Cl conti molto dentro la Chiesa, il gruppo ha avuto riconoscimento dalla Santa Sede, e non fa scelte politiche, è coerentemente solo un movimento religioso.

E mentre al Nord si impone e vince il modello lombardo delle ex giovani leve della Cattolica, in altre parti d’Italia non è così. Ad esempio a Roma la vecchia guardia Dc, ex andreottiana, continua a rimanere fedele a quel modello. Vedi Buttiglione. I ciellini romani non seguono il modello lombardo”.

Oggi siamo al capolinea di quella parabola dei giovani intellettuali della Cattolica, parabola che ha lasciato sul campo delle spaventose fratture, di cui l’attuale presidente di Cl è consapevole, tentando a mio parere di prendere timidamente delle distanze. Qualcuno in ambito ecclestiastico addirittura sostiene che lo stesso don Giussani avesse preferito indicare un leader non italiano, bensì spagnolo, per evitare che la politica si “appropriasse” di tutto il suo pensiero”.

Insomma, siamo ad una fine corsa e all’inizio di un nuovo centrodestra?

“La nuova fase che si sta delineando è quella di un neocentrismo, un nuovo grande centro. Prova ne sia che Lupi, Cl, è del Pdl e Mauro, Cl, è di Scelta Civica. Riaccorpare tutte le vecchie anime centriste, finalizzando l’operazione al consolidamento del potere e non per il cambiamento. Per il potere si fanno accordi con tutti. O no? Tanto il potere è un bene”.

 

Tra Pdl e Scelta civica, almeno tra gli esponenti di Cl che ne fanno parte, ci sono disaccordi?

“Direi proprio di no. E questo la dice lunga verso quale   nuova realtà politica si stia andando, e il governo Letta ne è l’espressione più lampante. Alle grandi questioni ideologiche si preferiscono i grandi accordi pratici. Il mantenimento dello status quo con qualche correzione, con qualche abbellimento giusto perché si tratta di ottenere il consenso. Non a caso il nuovo pontefice non è molto osannato dentro Cl. Ma attenzione, va distinta la base,  da altri livelli di gestione”.

Insomma, da don Giussani ad oggi, il percorso è mutato…

“L’obbedienza è una virtù, ma un conto è l’obbedienza a Pietro, altra cosa ai capetti di turno”.

 

 

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