REGNO D’ITALIA, LA VERITA’ SU UOMINI E COSE

di ALINA MESTRINER BENASSI

“…se vi ha scandalo, non è mia colpa, ma è colpa dei fatti…”. Un piccolo, prezioso libro, curato da Elena Bianchini Braglia per i tipi dell’Associazione Culturale modenese “Terra e Identità”, rivisita coraggiosamente alcuni degli intrighi e degli inganni che portarono all’unità d’Italia. Attraverso le confessioni, riportate fedelmente, di un agente segreto, che li visse in prima persona, il volumetto porta nuova luce sui lati più reconditi della storia, infarcita di leziosi ornamenti in similoro, di uno strano paese, che non trova ancora ridicolo e penoso inventarsi vittorie e dignità, mai nemmeno sfiorate, né ora, né mai, nel suo incongruente passato.

Dagli archivi riservati di Teodoro Bayard De Volo, ministro del Duca di Modena FrancescoV, si invera, a denuncia, la cosiddetta “rivelazione” di un “agente segreto del conte Cavour”, firmata, semplicemente, con le lettere: J.A.

“Sono stato per più di due anni l’agente segreto del Conte Cavour…durante i trenta mesi circa che ho disimpegnato simili funzioni sono stato incaricato di missioni importantissime ed iniziato a molti segreti…ho veduto da vicino gli avvenimenti e gli uomini che hanno occupato l’attenzione pubblica in questo periodo di tempo cotanto rimarchevole. Oggi che ho ripreso la mia libertà ho pensato che il racconto delle mie missioni potrebbe interessare gli uomini seri che, studiando la storia della loro epoca, vogliono penetrare al fondo delle cose…non ho avuto altro movente per scrivere.”

Il sorprendente documento, conservato nell’Archivio di Stato di Modena, riportato dal De Volo nella succitata, esauriente biografia del Duca, pubblicata a Modena tra il 1878 e il 1882, reca, in nota, nel capitolo sulle Annessioni, la notizia che le “rivelazioni” di J.A. comparvero, in un primo tempo, a Bruxelles, in francese, per opera della tipografia Delièvu, e, successivamente, in versione italiana, attribuite a un certo Filippo Curletti, agente segreto di Cavour e capo della polizia politica del Dittatore Luigi Carlo Farini.

La studiosa Elena Bianchini Braglia riscopre l’episodio, che, dopo secoli di opportunistico e ipocrita silenzio, si rivela di grande interesse per tutti coloro che mai si accontenteranno della cosiddetta storia raccontata dai vincitori. Apprendiamo dunque che il nostro futuro agente, romagnolo di origine e figlio di un magistrato fedele al Papa, aveva seguito la famiglia nel volontario esilio a Roma, dopo l’ingresso dei Piemontesi nelle Legazioni pontificie. Conosciuti, così, nel 1854, l’ambizioso Marchese Pepoli e il commendatore Minghetti, capi dei liberali in Romagna, già parente, il primo, di Napoleone e di Brunswick, fu da costoro conquistato alla causa rivoluzionaria, diventandone, in breve tempo, ligio operatore. Una lettera di raccomandazione del Marchese per il Conte di Cavour, servì, di lì a poco, nel 1858, a introdurre Curletti al ministero, dove il titolare, valutato in un batter d’occhio il “giovinotto ardito e fidato”, non tardò ad affidarlo al generale Saint Frond, che lo mise subito alla prova.

“…sei tu capace di rapire una ragazza e di condurla questa sera a Moncalieri?…Ebbene! Vieni che te la faccio vedere…Non voglio entrare nei dettagli di simile avventura colla quale incominciavano, in una guisa abbastanza strana, i miei servigi alla causa italiana: essa fece d’altronde molto rumore a Torino, dove nessuno ignora la storia della signorina Maria D… il cui fratello poco dopo fu nominato capo uffizio alle Poste.”

Assunto, dopo cotanto servizio, in pianta stabile, dal Conte in persona, con un appannaggio mensile di cinquecento franchi, al romagnolo fu subito affidato l’incarico di spiare lo stesso Saint Front, insieme a Rattazzi, Della Margarita, Brofferio, Revel e De Beauregard. Missione che il nostro attese in modo più che zelante, guadagnandosi subito “la confidenza” del ministro, che lo incaricò, subito dopo, di tenere d’occhio Napoleone III, dal momento dello sbarco a Genova, fino alla sua partenza da Alessandria e anche un po’ dopo, grazie al supporto venale dell’ispettore di polizia Hyrvoix, appartenente alla casa imperiale. Curletti, in seguito, fu mandato in Toscana per il coordinamento dei comitati “spontanei” che erano sorti nel Granducato, allo scopo di suscitare agitazioni popolari contro i sovrani legittimi.

Il piano, si sa, riuscì puntualmente e, alle quattro del pomeriggio del’11 maggio1859, il Commissario piemontese Conte Buoncompagni si installò nel palazzo del Sovrano, vuote, al contempo, tutte le casse pubbliche senza che una sola lira fosse entrata nel tesoro di Casa Savoia. Il compenso del nostro agente fu di ben seimila franchi.

J.A. ebbe poi l’ordine di rendersi immediatamente a Parma, accompagnato da uomini decisi e fidati, per dare man forte al Conte Cantelli nell’espellere dalla città la Duchessa. Per quanto riguarda la situazione modenese, Curletti stesso si dichiara stupito della condotta del Duca, che, senza colpo ferire, abbandona i suoi Stati.

Veniamo a sapere, infatti, nel libro, come il romagnolo Farini, medico esperto di malaria, divenuto famoso per il Manifesto di Rimini, in cui auspicava riforme amministrative e politiche dal governo pontificio, cui si ispirò persino Massimo D’Azeglio nel suo I casi di Romagna, si preparasse a diventare ”itagliano”, impadronendosi con destrezza, mentre ricopriva la carica di dittatore dell’EmiliaRomagna, dell’argenteria e del guardaroba del Palazzo Ducale di Modena. I beni furono utilizzati, in seguito, dalla moglie Genevieffa Cassiani, dalle figlie e dal genero Riccardi, suo segretario all’epoca dei fatti. Non solo: il genero-segretario avrebbe anche intascato, in seguito, ingenti somme di denaro, in cambio di protezione, dai sostenitori del Duca esiliato che temevano l’arresto, inaugurando un’altra ben radicata consuetudine italica.

Fatti inquietanti, soprattutto perché l’ingente ammanco di argenteria e di abiti, verificatosi a Palazzo Ducale durante tutto il 1860, è sempre stato imputato al povero Francesco V. Le fortune del Farini avevano avuto, comunque, inizio dopo che, separatosi da Mazzini, era diventato seguace di Gioberti e di Balbo. Grazie all’amnistia concessa da Pio IX, rientrato a Osimo, da lì a due anni, era stato convocato a Roma con l’incarico di direttore generale al Ministero dell’Interno. Il nostro, in seguito, dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi e la fuga del Papa a Gaeta, si era trasferito prima in Toscana poi in Piemonte, fondando il giornale La Frusta, che sosteneva il ministero D’Azeglio. Fu dato alle stampe, sempre in quell’epoca, il suo La Storia dello Stato Romano dall’anno 1814 al 1850, che lo rese celebre finanche in Inghilterra. Guadagnatasi la cittadinanza piemontese, fu più volte deputato fino a essere chiamato da Massimo D’Azeglio, nel 1851, a reggere il Ministero della Pubblica Istruzione, nello stesso governo in cui il conte Benso fu ministro dell’Agricoltura prima, delle Finanze poi.

Da Cavour in persona, il Farini ebbe, nel 1859, l’incarico di commissario a Modena, dove l’indomani dalla partenza del Duca, si era insediato l’avvocato modenese Luigi Zini, che, in appena cinque giorni, era riuscito a sequestrare i beni allodiali di Francesco V e a cacciare i Gesuiti, prima di dover dare le consegne al sopraggiunto Farini.

Quello stesso giorno, il 19 giugno, il Dittatore avrebbe emanato un proclama che mostrava le forti preoccupazioni per la situazione politica, in una Modena non così filo piemontese come si voleva far credere, anche perché una clausola dell’armistizio di Villafranca veniva a prevedere il ritorno dei principi spodestati nei loro domini, sia pure senza l’appoggio di eserciti stranieri.

Sarebbero forse stati sufficienti i tremila uomini della indomita, fedelissima Brigata Estense, in esilio con il Sovrano in Austria, a cambiare il corso della storia? Non lo sapremo mai. Sappiamo soltanto che lo stesso dittatore Farini scampò, da lì a poco, a un attentato dei legittimisti: non fu nemmeno possibile, in ogni modo, perseguire gli autori, rimessi in libertà in un detto e fatto dai soldati ammutinati. La leva obbligatoria del 3 agosto 1859, ordinata dal Farini per inquadrare nei ranghi della Guardia Nazionale i rampolli delle famiglie cittadine, abortì in vari tumulti, specialmente nella zona della “bassa modenese”, conclusi con l’arresto di almeno centoventi persone e si dovette persino trasferire, da Parma a Modena, un reggimento dei Cacciatori della Magra per fortificarne il presidio.

Luigi Carlo Farini, quando, finalmente, conclusa la sua missione, nel marzo 1860, ritornò a Torino, fu per consegnare a Vittorio Emanuele i risultati del plebiscito nel Ducato di Modena, piuttosto addomesticati, però, secondo Bayard De Volo. Le cosiddette “rivelazioni” alzano finalmente ora il sipario sull’inquietante “dietro le quinte” di questa imbarazzante pagina della nostra storia, questo Risorgimento, pilastro della nuova era, degno anticipo dell’Italia che verrà. Le appropriazioni avvenute nel Palazzo Ducale di Modena, riproposero, se si può in modo ancora più sfacciato, quelle nella reggia dei Borboni a Parma e nella villa Farnese di Colorno, piccola Versailles e gustoso bottino per il carniere sabaudo.

Il sedicente J.A., individuato ormai, quasi unanimemente, dagli storici in Filippo Curletti, una volta libero, dopo trenta mesi di onorato servizio al soldo del conte di Cavour, prese la decisione di vuotare il sacco su quanto era realmente accaduto in quegli anni “gloriosi”, nell’intenzione dichiarata di essere utile a tutti coloro che si considerano “uomini seri che, studiando la storia della loro epoca, vogliono penetrare al fondo delle cose, e non si contentano di conoscerne la superficie”. Con l’avvertire che “qualcheduno griderà forse allo scandalo: è più comodo che di confutare. Ma quelli che mi avranno letto e che vorranno rendere giustizia alla moderazione del mio linguaggio, riconosceranno che, se vi ha scandalo, non è mia colpa, ma è colpa dei fatti”.

In questo modo, orchestrata la farsa, ebbe inizio la commedia del tanto conclamato risorgimento della patria unita, con i suoi comici, interpretati da una ristretta elite di intellettuali e borghesi, pressoché nullafacenti e socialmente disadattati, ispirati dal personale tornaconto, non da ideali patriottici. Costoro, più che del seguito di un popolo anelante alla libertà, si facevano forti di taroccati plebisciti, messi giù al tavolino da chi stava orchestrando l’intero canovaccio. La prova che il popolo non c’entrava nulla con siffatte “manifestazioni spontanee” si ebbe a Modena dopo l’annessione al Piemonte e l’esilio del Duca Francesco V, quando l’8 agosto 1859, circa quattrocento villani di San Martino, Motta, Rovereto e Cortile, impugnati fucili e forconi, al grido di ”Viva FrancescoV! Morte ai liberali!, erano scesi in strada, mentre a Piandelagotti erano stati abbattuti tutti i vessilli tricolori.

“Il mio racconto sorprenderà forse coloro che hanno veduto le agitazioni politiche solo attraverso il prisma moltiplicante della paura o dai giornali del partito vittorioso. Con tuttociò quella che io espongo è la storia di tutte le rivoluzioni. Esse sono quasi sempre l’opera di qualche uomo a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte e di cui il popolo, perlopiù indifferente alle questioni che si agitano, diventa il complice senza saperlo…”.

Saranno poi innalzate statue e monumenti, intitolato piazze e strade a truffatori, ladri, arrivisti e libertini dalle orecchie mozzate, addirittura, a volte, anche a efferati assassini, gabellati ai creduli italioti come fulgidi esempi di patriottico, fervido eroismo: abbiamo un Garibaldi o un Mazzini, su scala nazionale, tanto per fare un esempio, e, nel piccolo di Modena, un Farini o un Menotti.

A Modena, forse, come si evince dallo scritto del nostro coraggioso Curletti, furono perpetrati gli inganni più deplorevoli e il broglio che, alla fine, sancì l’annessione del Ducato D’Este al Piemonte. Incaricato, appunto, di coordinare in città le operazioni di voto, chi più dell’autore delle “Rivelazioni” poteva avere conoscenza diretta dell’addomesticamento del plebiscito?

Recita, infatti, la “gola profonda” di Cavour: “Per ciò che concerne Modena, ne posso parlare scientemente perché tutto si fece sotto i miei occhi e la mia direzione… Del resto un metodo perfettamente uguale fu seguito a Parma e a Firenze.” “…Le manifestazioni che nelle città precedettero o accompagnarono il voto furono egualmente organizzate da noi. Tutti i cartelli di cui i giornali piemontesi facevano così gran rumore e che portavano gli uni: Viva l’indipendenza d’Italia!, gli altri: Noi vogliamo per nostro re legittimo Vittorio Emanuele!, erano mandati belle e stampati da Torino e li ponevamo noi stessi a tutti i balconi e a tutte le finestre”.

Ai cittadini era intimato di non toglierli e, al tempo stesso, quando i liberali avevano da festeggiare, imposto l’obbligo di illuminare le finestre e “guai ai vetri di quelli che non obbedivano abbastanza presto alle grida imperative di Lumi! Lumi!…”.

Si paventava poi che l’imminente partenza del Farini avrebbe prodotto un calo di sorveglianza e una probabile sollevazione popolare, visto che il Curletti, per contromisura, aveva riunito, il giorno fissato, sotto la Ghirlandina, tutti gli agenti piemontesi infiltrati a Reggio, Carpi, Mirandola e Pavullo, che, mischiatisi al popolino, cominciarono a gridare: “Viva Farini…egli non partirà, egli è il nostro padre!”, tirandolo giù dalla carrozza a forza, impedendogli, di fatto, di partire e, secondo un bel copione scritto prima, acclamandolo seduta stante “cittadino di Modena” e “Dittatore”.

Su questi plebisciti imbarazzanti e su altri, che vennero poi, è stata fatta l’Italia.

I liberali, infatti, non si fecero mancare nulla, fra tutti gli espedienti della più bassa lega, che l’autore non tralascia di rivelare, dalla corruzione, agli scambi di favori, al ricatto fino all’eliminazione fisica di persone ostili. In un eventuale ricorso a libere elezioni, infatti, probabilmente i cittadini di Modena avrebbero scelto il Duca, se anche il liberale Carlo Collodi non ebbe difficoltà ad ammettere che la situazione in città era nettamente favorevole a FrancescoV, in una lettera scritta durante la guerra di indipendenza: “Per tutto e da tutti abbiamo avuto buona accoglienza menochè a Modena dove ci aspettavamo molto e avemmo poco, per non dir nulla…”.

Filippo Curletti, ancora, nel suo illuminante scritto, non manca di farci conoscere interessanti particolari sulla ben nota ai più “spedizione dei Mille”, degna forse del diario di un bordello dell’epoca più che della cronaca eroica di una fulgida impresa guerresca: “Io trovai Napoli nel più incredibile disordine. Il campo di Caserta in un disordine più incredibile ancora. L’armata riboccava di donne, Milady Withe e l’Ammiraglia Emile ne erano le eroine, le notti si passavano in orgie! …Garibaldi, nella stessa attività, fosse l’inebriamento del successo o semplice effetto del clima, non era più riconoscibile. Quando non soddisfaceva la sua passione di popolarità, facendosi acclamare nelle strade di Napoli, divideva il suo tempo fra Milady Withe ed Alessandro Dumas, che lo seguiva dovunque.” E ancora: “Bertani, segretario di Garibaldi, era, prima della spedizione della Sicilia (1860), semplice ufficiale di sanità a Genova facendo delle visite a 1 franco e 30 centesimi. Egli è oggi (1861), colonnello di Stato maggiore, e la sua fortuna, seguendo le valutazioni le più moderate, non è minore di 14 milioni!!! Non si conosce l’origine che di 4 milioni. Furono la mancia che Bertani pretese dai banchieri Adami e comp. Di Livorno per far loro accordare una concessione di strada ferrata a cui aspiravano.”

Continua il suo racconto, l’uomo di fiducia del Conte Benso e vediamo scorrere nomi molto noti, quali Nigra, Carignano, Cialdini, altri di mezze figure sepolte nell’oblio della storia. Allude a lettere, documenti, prove, mai occultati, ma nemmeno mai resi noti in questo sventurato paese: fatti su cui meditare, con cui misurare gli eventi e le scelte di quegli anni lontani.

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L’agente J.A. chiude finalmente le sue confessioni-memorie con una scorata disamina: “Insomma io non avevo scorto da nessuna parte quell’entusiasmo per l’unità italiana, che imbevuto dalle illusioni piemontesi io mi ero atteso di vedere manifestarsi ovunque…da per tutto infine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore. In faccia a tali sentimenti, sono obbligato di riconoscere che il vero stendardo del movimento italiano non aveva mai cessato di essere l’indipendenza e non era mai stato l’unità, di cui l’idea non era anche matura!…L’unità di una nazione non si crea: bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente può essere forte e durevole.”

Un libretto da assaporare, veramente, una parola dopo l’altra…

TITOLO: La verità sugli uomini e sulle cose del regno d’italia. Rivelazioni di J.A. agente segreto del conte Cavour; AUTORE:  Elena Bianchini Braglia (a cura di); EDITORE: Modena: edizioni terra e identità, 2005; PAGINE: 95;

 

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