Cattolici e politica, di tutti e di nessuno

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di GIOVANNI COMINELLI – Cattolici e politica. Alcune date per capire. Che cosa significa oggi la “differenza” cristiana in politica. Durante il Congresso del 23-26 luglio 1993, Mino Martinazzoli annunciò lo scioglimento della Democrazia cristiana e un nuovo “partito nazionale di programma, fondato sul valore cristiano della solidarietà”, che si sarebbe chiamato Partito popolare.

L’ultimo segretario della DC pensava ad “una terza fase storica della tradizione cattolico-democratica”. Il PPI sarebbe stato costituito ufficialmente il 18 gennaio 1994, mentre il PPI di Sturzo era stato fondato lo stesso giorno, ma nel 1919. La DC avrebbe cessato di esistere ufficialmente il 29 gennaio 1994.

Di lì incominciò una lunga diaspora, disarticolata nella sinistra dei Cristiano-sociali di Gorrieri, nel centro del PPI di Gerardo Bianco, nella destra forlaniana e dorotea del CCD di Casini-Mastella e del CDU di Buttiglione-Formigoni, “vicini” a CL.

Ora, l’addio alla politica di Comunione e Liberazione, in corso da un paio d’anni, ci consegna un mondo cattolico politicamente definitivamente multipolare, che ha abbandonato l’idea che la politica serva a proteggere la presenza cattolica nella società italiana dallo tsunami della secolarizzazione, che non ha ancora esaurito la sua furia.

Con il senno di poi, si deve constatare che se la DC riuscì a costruire la diga contro il comunismo, non riuscì a edificarne una solida contro la secolarizzazione. L’ultimo tentativo visibile e fallimentare fu quello di Fanfani, quando schierò il partito sul SI nel referendum del divorzio nel 1974. Nonostante i vari convegni degli ultimi vent’anni – recente quello di Orvieto dell’8-9 luglio 2016 – nei quali sigle politiche, associative e culturali del poliverso cattolico si sono radunate ogni volta per interrogarsi sul ruolo politico dei cattolici nella società italiana, la terza fase storica della tradizione cattolico democratica non è mai veramente incominciata.

I cattolici che hanno la vocazione politica si sono distribuiti nel PD, sulla base di una piattaforma che tiene insieme il socialismo liberale con il cattolicesimo liberale, in Forza Italia – avendo investito su Berlusconi quale nuovo defensor fidei – nell’UDC (fusione di CCD e CDU), nel NCD, in Area popolare.

I cattolici devono dunque quietarsi e rinunciare a fare politica in quanto credenti? Una risposta a questa domanda è storicamente consistita da parte di settori cattolici nel buttarsi sul “sociale” o sul “culturale”, fermandosi tuttavia alle soglie della politica e dei partiti. E certo, c’è un gran bisogno di animazione e di fermenti di umanità e di solidarietà nella società civile attuale, attraversata da individualismi e solitudini.

L’attenzione ai poveri, agli ultimi, alle periferie esistenziali ha fatto emergere un volontariato cattolico diffuso, in cui si mescolano, spesso inconsapevolmente, l’attenzione all’altro, il rifiuto del cortocircuito integralistico – in forza del quale si tenta di  difendere per via partitica o legislativa i valori cosiddetti “non negoziabili” – la sfiducia nella politica. Tuttavia, se il rifiuto della ricerca del potere e dell’egemonia approdasse ad una dimensione intimistica e spiritualistica e alla diserzione dall’impegno politico che il citatissimo Paolo VI definiva “la forma più alta di carità”, sarebbe una perdita grave per la società civile italiana, già fortemente impoverita di attenzione all’altro, di legalità, di senso del bene comune e dello Stato.

Brutalmente spezzata dal fascismo, in accordo con il Vaticano, l’esperienza sturziana del “partito di cattolici”; abbandonata per sempre l’illusione di Pio XI negli anni ’30 del ‘900 di costruire un involucro protettivo  statal-corporativo a difesa della nuova cristianità; persa per strada nel corso del dopoguerra l’idea di Pio XII e di Gedda di fare politica in proprio, utilizzando le organizzazioni cattoliche, prima fra tutte l’Azione cattolica; esauritasi l’esperienza della DC, “partito per cattolici”, fortemente accompagnata e patrocinata da Mons. Montini fin dal Convegno di Camaldoli del 17-23 luglio 1943… cosa resta di politica ai credenti?

La risposta a questa seconda domanda dipende dalla concezione che si ha dell’azione politica. Essa può essere condotta sia per la difesa legittima di interessi particolari, di comunità e di minoranze – e tali sono ormai i cattolici e i cristiani in Italia e in Europa – sia per costruire istituzioni, in cui si incarni il Bene comune.

Institutions building: è questo che provò a praticare don Sturzo, è questo che ci ha dato Alcide De Gasperi nel dopoguerra, indirizzando gli sforzi del suo partito, in collaborazione e conflitto con gli altri partiti, in direzione della costruzione di un nuovo Stato. È questa la nuova frontiera su cui è impegnata oggi l’intelligenza cattolica più attenta alle sfide del presente. Tenere aperto il discorso universalistico – il Bene di tutti –  e inventare nuove istituzioni è ciò che corrisponde alla vocazione “cattolica” più profonda. Discorsi astratti? Mica tanto. L’Europa e l’Italia hanno esattamente questo punto drammatico all’ordine del giorno.

Con un’avvertenza essenziale: per un credente “la città dell’uomo” non è l’ultima dimensione dell’esistenza, non è la patria finale. Questa è “la città di Dio”. La tentazione di “fare patria” sulla terra e di farsi stato è l’essenza dell’integrismo: costruire le istituzioni per difendere se stessi, la Chiesa, il clero, il proprio insediamento socio-economico. La sporgenza del credente oltre la città dell’uomo sarà sempre causa di tormento, di critica e di insoddisfazione dei credenti rispetto alla politica. Ma, al tempo stesso, questo “oltre”, questa “distanza critica” diventa la condizione dell’universalismo delle istituzioni per tutti.

Paradossale nemesi storica: la crisi culturale del cosmopolitismo illuminista e kantiano, eroso dal multiculturalismo, dalla retorica delle identità e delle differenze comunitarie, riapre l’attualità storica dell’universalismo cattolico. Chi rappresenta oggi le domande di rispetto della persona, dei suoi diritti fondamentali, mentre le culture dell’Occidente dibattono sui diritti delle differenze?

da www.santalessandro.org

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