CATALUNYA: GAME OVER?

catalognadi ENZO TRENTIN –  La partita per l’autodeterminazione della Catalogna sembra essere perduta sostanzialmente per la presunzione dei leader indipendentisti. Intendiamo parlare di un atteggiamento ispirato a supposizione, ad ambizioni, a pretese orgogliose, ed ovviamente indisponenti e irricevibili per lo Stato spagnolo. È difficile cambiare o secedere da uno Stato con il consenso dello Stato stesso.

Per comprendere è necessario partire dal carattere dei catalani, e per brevità ricorreremo al pensiero (tratto da “Dio e lo Stato”, Edizioni “RL”, Pistoia 1974) di Michail Alexandrovič Bakunin, un rivoluzionario russo, considerato tra i fondatori dell’anarchismo moderno, assieme a Pierre-Joseph Proudhon, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta.

«[…] la ribellione dell’individuo contro la società è ben più difficile della sua ribellione contro lo Stato. Lo Stato, infatti, è una istituzione storica, transitoria, una forma effimera della società – allo stesso modo della Chiesa, di cui lo Stato è il fratello primogenito – e non ha il carattere fatale ed immutabile della società, la quale è anteriore a tutti gli sviluppi dell’umanità e che, essendo pienamente partecipe delle leggi, dell’azione e delle manifestazioni naturali, costituisce la base stessa di ogni umana esistenza. L’uomo, almeno dopo che ha fatto il primo passo verso l’umanità, dopo che ha incominciato a divenire un essere umano, cioè un essere più o meno parlante e pensante, nasce nella società, come la formica nasce nel suo formicaio e l’ape nel suo alveare; l’uomo non sceglie la società, ne è, al contrario, il prodotto ed è quindi anche fatalmente sottoposto alle leggi naturali che presiedono ai suoi sviluppi necessari, così come obbedisce a tutte le altre leggi naturali.

«La società, come la natura, è anteriore e contemporaneamente sopravvive a ciascun individuo umano; essa è eterna come la natura; o, meglio, dato che è nata sulla terra, essa durerà tanto quanto durerà la nostra terra. Una rivolta radicale contro la società sarebbe altrettanto impossibile quanto una rivolta contro la natura, giacché la società umana non è altro che l’ultima grande manifestazione o creazione della natura su questa terra; e un individuo che volesse mettere in dubbio la società, cioè la natura in generale e specialmente la propria natura, si porrebbe per ciò stesso al di fuori di tutte le condizioni di una esistenza reale, si getterebbe nel nulla, nel vuoto assoluto […].

«Non ci si può quindi chiedere se la società sia un bene o un male, allo stesso modo come è impossibile chiedere se la natura, l’essere universale, materiale, reale, unico, supremo, assoluto, sia un bene o un male; è più del bene e del male, è un immenso fatto positivo e primitivo anteriore ad ogni coscienza, ad ogni idea, ad ogni apprezzamento intellettuale e morale, è la base stessa, è il mondo in cui fatalmente e successivamente si sviluppa per noi ciò che chiamano il bene e il male. Non è così per lo Stato e non esito a dire che lo Stato è il male, ma un male storicamente necessario, tanto necessario nel passato quanto sarà prima o poi necessaria la sua estinzione, tanto necessario quanto necessarie sono state la bestialità primitiva e le divagazioni teologiche degli uomini.»

Insomma i catalani, come i gli scozzesi, i sud tirolesi, i corsi, i veneti ed altri ancora, sono fatti in un certo modo perché forgiati dalla loro società, che è diversa dallo Stato pro tempore che li governa.

Dalle notizie dell’ultim’ora sembra che la situazione in Catalogna rientrerà nell’ambito della legalità spagnola, e dell’indipendenza della regione non se ne farà nulla principalmente per l’insipienza degli attuali leader. Un’inadeguatezza che è emersa dal marcato accordo che avrebbe consentito alle due parti di “salvare la faccia”, come dicono i cinesi. Infatti, la diplomazia aveva cercato d’imbastire un accordo con trattative riservate, ma queste sono fallite per ingenuità o presunzione o incapacità del governo della Generalitat de Catalunya.

Carles Puigdemont ha rinunciato a sciogliere la Generalitat per indire nuove elezioni che avrebbe potuto gestire e controllare. Lo ha fatto invece Mariano Rajoy, fissando la data del 21 dicembre 2017, e dichiarando che alle stesse potranno partecipare anche i partiti indipendentisti. E cosa questo possa significare ce lo dice la storia italiana.

Su “Il Giornale” del 25 aprile 2004, Stefano Lorenzetto pubblica una lunga intervista a Massimo Caprara, per 20 anni segretario di Palmiro Togliatti, intitolata: «Io, segretario di Togliatti, vi dico che fu il Peggiore» http://www.stefanolorenzetto.it/ultime_notizie/Caprara.pdf dove tra l’altro si afferma:

È vero che il 10 giugno 1946 Togliatti, ministro della Giustizia, bloccò la proclamazione dell’esito del referendum monarchia-repubblica perché non era sicuro d’aver vinto?
«Certamente la Repubblica è nata con un parto cesareo. L’ostetrico fu Togliarti, aiutato da Marcella Ferrara e da me. Il computo dei voti veniva fatto al ministero della Giustizia, non so se mi spiego… Eravamo efferati, ma non stupidi. I passaggi più delicati li ho visti tutti».
Sta confermandomi i brogli?
«Le dico solo questo: avevamo fatto stampare più schede del numero dei chiamati alle urne. In caso di necessità…».

L’altro errore di Puigdemont & Co. è stato quello di dichiarare l’indipendenza attraverso una votazione segreta. La forma collegiale ed il voto riservato indicano una mancata assunzione di responsabilità personale di ogni parlamentare. Questo, ovviamente, per cercare di sfuggire alle maglie della giustizia spagnola. Ma ciò ha indignato gli indipendentisti più veraci che hanno accusato la Generalitat di codardia.

I risultati si sono visti immediatamente: venerdì 27 ottobre nelle trasmissioni televisive gli indipendentisti più autorevoli non si sono presentati, lasciando spazio a personaggi assolutamente di secondo piano e poco rappresentativi. Questi, oltretutto non hanno ben figurato. E qui gli indipendentisti italiani dovrebbero prenderne nota, considerato che tali personaggi godono del loro credito.

Un’altra presunzione e ingenuità della leadership della Generalitat è stata quella di non aver approfittato della “simpatia” e del biasimo internazionale per le manganellate distribuite dalla Guardia Civil a vecchiette e pacifici cittadini, giustificando le accuse di franchismo al governo Rajoy. Se Puigdemont e alleati avessero indetto loro le elezioni avrebbero potuto continuare a sostenere che il governo madrileno con il suo atteggiamento repressivo non era degno di fiducia.

Il “successo” del referendum del 1° ottobre, probabilmente poteva ripetersi ed accrescersi. Gli indipendentisti catalani, infatti, sono quantificati al 48% dell’elettorato; forse presentandosi alle elezioni con l’aura della vittima, qualche indeciso avrebbe cambiato campo. Ma dove si raggiunge l’autolesionismo è nell’infelice dichiarazione di Candidatura d’Unitat Popular (CUP) partito politico catalano indipendentista e di estrema sinistra, che ha affermato di voler disertare le urne alle elezioni del 21 dicembre; in ciò aumentando le chance di vittoria degli unionisti spagnoli.

L’ atteggiamento ispirato a supposizione ha fatto trascurare a Puigdemont e soci l’importanza del controllo del territorio. L’indipendenza è stata dichiarata senza avere il pieno governo sulle frontiere e sulle infrastrutture: porti, aeroporti, ferrovie, sedi governative etc. Infatti si sono lasciati sfuggire la padronanza dei mossos d’esquadra; ovvero la polizia regionale che, in quanto armata, avrebbe anche potuto “proteggere” il territorio anche solo con la deterrenza delle armi. Pere Soler, direttore generale dei Mossos, venerdì 27 ottobre ha inviato una lettera di commiato al corpo di polizia poco dopo che il governo spagnolo lo ha destituito a norma l’articolo 155 della Costituzione. Parallelamente è stato esautorato il capo Josep Lluis Trapero, accusato di sedizione e sostituito d’imperio dal commissario Ferran Lopez, indicato dal ministero degli Interni spagnolo. La gestione dei mossos è ora del governo spagnolo.

La tensione inizia a farsi palpabile anche con episodi di violenza fra indipendentisti e unionisti. Nella notte di sabato 28, infatti, ci sono stati scontri fra le due fazioni nelle strade di Barcellona, il che non fa ben sperare in vista delle manifestazioni di piazza previste da parte di entrambe le parti. Almeno un migliaio di unionisti stavano sfilando con bandiere ispaniche per protestare contro la dichiarazione d’indipendenza, quando un gruppo si è staccato per attaccare la sede di Catalunya Radio, sfondandone le vetrine. Sono stati poi respinti dall’intervento dei Mossos d’Esquadra,  alcuni dei quali sono stati presi a pugni.

Tutto indica che in queste ore siamo in una strana impasse che sarà chiarita lunedì (oggi per chi legge), quando si potrà verificare come il governo spagnolo intende muoversi. Allo stato in cui scriviamo  molte persone sentono la questione come una sconfitta. Il ministro belga per l’immigrazione e l’asilo ha dichiarato: «Voglio vedere in che misura sarà possibile processare Puigdemont. Il governo del Belgio è pronto a concedergli l’asilo politico». Contro tutto quello che può apparire, sembra che non ci sia alcun vincitore. Ogni concorrente ha i suoi validi argomenti. Il governo catalano è evidente che non può fare quello che vuole. Così pure il governo spagnolo.

Sia Madrid che Barcellona hanno anche un importante motivo per distrarre l’opinione pubblica: la corruzione del Partido Popular (PP), mentre in Catalogna stanno arrivando al pettine le vicende giudiziarie della famiglia di Jordi Pujol (il padre dell’indipendentismo catalano). In ambedue i casi, e per molti il cui elenco sarebbe lungo, la lenta magistratura spagnola sta comunque procedendo. Distrarre i cittadini da queste vicende che assomigliano moltissimo a quelle italiane di Tangentopoli fa comodo a tutti i soggetti politici.

Queste le prime rilevazioni “a caldo” che ci giungono da nostri corrispondenti in Catalogna. Speriamo si sbaglino, ma soprattutto speriamo che gli indipendentisti di casa nostra traggano utili insegnamenti da queste esperienze.

 

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