CATALOGNA: L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Catalan regional president Carles Puigdemont speaks during the official launch of the Catalan main separatist parties' campaign for an independence referendum, at the Tarraco arena in Tarragona on September 14, 2017. Catalan separatists launched their campaign today for a banned independence referendum in front of thousands of cheering supporters, despite growing desquiet in Spain as pressure mounts to stop the vote at all cost. / AFP PHOTO / Josep LAGO

di ENZO TRENTIN  – Come per tutte le questioni, quella catalana ha un’altra faccia della medaglia anche se non se ne parla molto.

Ne scrivevamo già il 21 gennaio 2013 [Dormi perchè altrimenti arrivano i catalani”https://www.miglioverde.eu/garbin-veneti-catalani-trentin/ ] e per comodità dei nostri lettori, riproporremo in calce a questo articolo per coloro che desiderassero approfondire. (*)

Intanto premettiamo che sembra esserci una immensa opera di subornazione del popolo catalano. Ovverosia, da un lato si esalta l’orgoglio e la storia di quel popolo, dall’altro si adorna, abbellisce, e corrompe, per indurre nascostamente il popolo catalano, con legittime rivendicazioni economiche e qualche altro vantaggio, a compiere un atto contrario al proprio dovere: la NON dichiarazione d’indipendenza, fatta da Carles Puigdemont il 10 ottobre 2017, a seguito di un referendum che si è svolto il 1° dello stesso mese con una massiccia partecipazione di aventi diritto al voto, e le operazioni di repressione poliziesca che tutto il mondo ha potuto vedere, giudicare e disapprovare.

Cinque giorni fa il governo spagnolo aveva lanciato un ultimatum a Barcellona: “Fate chiarezza”. 16 ottobre 2017 è arrivata la risposta, ma la vicepremier spagnola fa sapere che è insoddisfacente: “Avete tempo fino a giovedì”. Il primo ministro, Mariano Rajoy, ha dichiarato: «deploro profondamente che il presidente catalano Carles Puigdemont abbia deciso di non rispondere alla richiesta contenuta nell’ultimatum». A questo punto, viene rilanciato ufficialmente un secondo ultimatum, il definitivo [così pare Ndr] per giovedì prossimo, sempre alle ore 10, prima dell’attivazione delle «misure costituzionali».

Della farsa se ne sono accorti anche altri osservatori italiani, e qui – uno per tutti – riportiamo alcuni brami di un intervento di Mauro Bottarelli [www.rischiocalcolato.it ]: «Tanto tuonò che non solo non piovve ma uscì quasi il sole. Come era ovvio, Puigdemont ha dimostrato di non avere i coglioni e si è lanciato in un compromesso che nemmeno durante un congresso della DC di metà anni Ottanta: proclamo l’indipendenza ma la sospendo per trattare. Che cazzo tratti se Madrid ha già detto di no? E qui casca l’asino: il nostro Braveheart dalle palle mosce ha detto chiaro e tondo, nel corso del suo paraculesco discorso, che alcuni tentativi di mediazione sono noti e altri sono segreti ma in atto. In parole povere, ha giocato facile una recita a soggetto.

«Delle due l’una: o sa che ormai è fottuto e allora cerca la fine del martire, anzi della vittima per farsi salvare il culo da un’entità terza che intervenga per placare gli animi o invece sa di avere un paracadute pronto. Ovvero, l’UE – contestata per il suo immobilismo pre-referendario – sta già lavorando per una soluzione che eviti una figura di merda sia a lui che a Rajoy. Tanto più che appare quantomeno ridicolo ritardare di un’ora il proprio intervento “storico”, salvo far vedere attraverso le telecamere della TV catalana, il fitto lavorio di mediazione tra le due anime del movimento indipendentista catalano. Si sapeva di questo appuntamento da almeno cinque giorni, quale leader credibile si fa vedere con la maggioranza spaccata a pochi minuti dal discorso che ha tenuto bloccata davanti agli schermi una nazione intera? Un cretino. O un gran furbacchione.

«Puigdemont sa di aver pisciato fuori dal vaso ma la trasposizione iberico-catalana di “Scemo e più scemo” gli ha garantito la sponda di un Rajoy che con il peccato originale delle cariche della Guardia Civil ha tramutato l’indipendentismo catalano in un culto laico a livello globale: a quel punto, non c’era che da mediare.

«Ma non con Madrid, bensì con la gente che si era bellamente presa per il culo, ammantando un referendum che l’OCSE invaliderebbe dopo 30 secondi in un atto epocale per il quale vale la pena anche di prendersi le manganellate. Pensate infatti che la gente che ha dormito nei seggi per presidiarli, quella che si è fatta trascinare via a brutto muso dalla polizia, quella che è stata in coda per ore, abbia compiuto quei gesti per ottenere un’indipendenza proclamata e subito sospesa, in virtù della ricerca di un dialogo? Se Puigdemont non avesse fatto riferimento all’indipendenza nel suo discorso, se lo inculavano con tutti i pantaloni. E giustamente.»

Per ritornare a noi, giusto cinque anni orsono scrivevamo che la classe dirigente catalana, per salvaguardare se stessa, ha assecondato il vento indipendentista. Si osservi il quotidiano “La Vanguardia” di indirizzo conservatore e monarchico spagnolo, che nel giro di pochi mesi cambia sintonia e arriva “quasi” a sposare le tesi sovraniste dell’ERC. Per capirci è come se il quotidiano “La Stampa” di Torino avesse da qualche mese cominciato a criticare gli affari della famiglia Agnelli. Per ritornare più di recente a prendere le distanze dall’indipendentismo.

Insomma, la questione è che in Spagna esiste una classe partitocratica non dissimile da quella italiana. Invischiata in scandali sempre più numerosi si palleggia vicendevolmente l’avvertimento che potremmo banalizzare così: “se tu parli dei miei difetti, io spiattello i tuoi”. E in tutto questo il popolo è solo la “coperta corta” che viene tirata di qua e di là dai partiti politici.

A farne le spese, come sempre è il cosiddetto popolo sovrano che sovrano non è. Anzi, abbiamo raccolto le testimonianza di alcuni operatori economici catalani che hanno, in questi giorni, presenziato ad una fiera in Germania. Uno di costoro ci ha addirittura fatto i nomi di almeno 9 operatori economici spagnoli che hanno visitato il suo stand. Tutti e nove, compreso uno che ha ribadito le sue argomentazioni via e-mail, hanno dichiarato che pur interessando loro i prodotti esposti non hanno operato alcun acquisto in quanto si considerano spagnoli, mentre l’azienda è catalana.

E questo ci riporta alle dichiarazioni di alcuni indipendentisti veneti, che nelle vesti di operatori economici, hanno affermato che dopo il referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto del 22 ottobre 2017, avrebbero operato solo con chi potesse esibire la documentazione del voto effettuato. Oppure, di trattamenti di affezione per quei loro clienti che potessero esibire uguale certificazione.

Si veda qui: http://www.lindipendenzanuova.com/referendum-e-affari-in-salsa-veneta-indipendentista-2/

 

 

 

*«Dormi perché altrimenti arrivano i catalani!»

http://www.lindipendenza.com/garbin-veneti-catalani-trentin/

di ENZO TRENTIN

lì, 21 gennaio 2013

I veneziani, ovvero i veneti, hanno a lungo guerreggiato sulle sponde dell’Adriatico, dell’Egeo e del Mediterraneo, ma in nessun luogo hanno lasciato un ricordo di sé come quello delle truppe mercenarie catalane, dette anche Almogàver. Così ancor oggi in molti luoghi dell’Egeo le madri per smorzare i capricci dei loro bimbi lanciano l’antico ammonimento: «Dormi perché altrimenti arrivano i catalani!»

La campagna degli Almogàver in Asia Minore durante il 1303 e il 1304 ebbe come risultato una serie di vittorie militari, ma quando insistettero per ricevere il pagamento concordato, l’imperatore si rifiutò. Di conseguenza gli almogàver si diedero ad episodi di violenza, rendendo la loro presenza intollerabile per la popolazione bizantina. Roger de Flor ed il suo luogotenente furono assassinati per ordine dell’imperatore nel 1305 mentre era in corso la discussione sui termini del loro compenso, presumibilmente su istigazione dei mercanti genovesi, che cospiravano per mantenere la loro posizione d’influenza e di potere e nel contempo estromettere i Catalani dal giro. Questo tradimento ebbe come conseguenza una serie di devastazioni fatte dagli almogàver nei dintorni di Constantinopoli.

Apre così la nostra conversazione Nereo Garbin, sessantenne imprenditore veneto da 20 anni trasferitosi a Barcellona, quando ancora era Consigliere comunale a Vicenza, ma non per questo trascurando il suo impegno civico sino alla naturale scadenza del mandato nel 1995.

Di Garbin va sottolineato proprio questo: imprenditore occupato in diverse iniziative economiche, al di fuori di esse non ha mai coltivato altro interesse che la politica come servizio civico. È stato tra i fondatori, nel 1987, dell’Union del Popolo Veneto (UPV), prima formazione politica scissasi dall’allora Liga Veneta.

  1. – Giusto nel settembre 2012 lei ha fatto 20 anni di presenza ininterrotta, come imprenditore, in Catalogna. Come conciliava, tra il 1992/95, il suo lavoro con il suo impegno di Consigliere comunale a Vicenza?
  2. – Il mio impegno lavorativo, ancora oggi, mi vede presente in Veneto all’incirca una settimana ogni mese. Non sempre, nell’industrializzata Catalogna, trovo quello di cui ho bisogno. Se vuole ne parliamo.
  3. – Volentieri, ma prima perché non ci racconta almeno un aneddoto della sua esperienza di pubblico amministratore a Vicenza?
  4. – Ricordo con grande ironia gli anni di Tangentopoli. Seduta al mio fianco c’era una signora ch’era stata eletta come unico rappresentante del PLI. Spesso si lasciava andare a concioni sul fatto che lei ed il suo partito erano “strumenti di governo, votati al governo”. Poi sappiamo come andò: PLI, DC, PRI, PSDI, PSI scomparirono dalla scena politica per quell’episodio passato alla storia come “Tangentopoli”. All’epoca la Lega Nord era in grande ascesa, aveva tre Consiglieri comunali capeggiati da un professore di liceo, ma la base del partito li snobbava ritenendoli (a torto) degli “intellettuali”. Ad un certo punto quegli analfabeti di ritorno, non volendosi rivolgere ai loro rappresentanti in Consiglio comunale, cominciarono ad avvicinare la signora Manuela Dal Lago, orfana del PLI, per farsi scrivere documenti che non erano in grado di redigere. Fu così che la signora sunnominata, divenne federalista ed indipendentista padana. In quel mondo di ipovedenti, grazie all’adulazione per i capi della LN ed i loro cortigiani, costei divenne prima Presidente della Provincia di Vicenza, dove si diede un gran da fare per avviare imprese ed enti inutili a spese dei contribuenti, per poi passare in Parlamento e divenire, con l’estromissione di Umberto Bossi, uno dei triunviri della LN. Ora, a seguire i media berici, pare stia brigando per essere candidata Sindaco di Vicenza per una coalizione simile a quella del Sindaco Tosi a Verona, considerato che una sua ricandidatura in Parlamento è stata bocciata.
  5. – Attualmente lei ha un Centro di formazione per birrai in pieno centro storico di Barcellona, a circa 500 metri dal porto. Mi si dice che molti veneti, trovandosi in città le fanno visita per le più svariate ragioni?
  6. – È vero! Il Centro di formazione è distribuito su più piani. Un piano è destinato a meeting formativi sulla produzione di birra artigianale. Nel seminterrato c’è un attrezzatissimo laboratorio per le esperienze pratiche. Correlato a ciò, e su un altro piano, c’è un emporio per la vendita di ogni strumentazione e materia prima atta a detta produzione. Ho iniziato tra i primi. Forse sono stato il primo, ma non tengo queste classifiche. Ciò che constato è che adesso molti si sono buttati in questo settore. Quanto ai veneti che mi vengono a far visita, essi sono molti, e c’è un costante scambio di informazioni e idee politiche.
  7. – Com’è la realtà catalana vista da un veneto che vive a Barcellona da 20 anni?
  8. – Ho due punti di vista: quello dell’imprenditore, e quello del cittadino mosso alla politica da spirito civico.

Come operatore economico ho “pilotato” alcune missioni di imprenditori e pubblici amministratori catalani che desideravano allacciare rapporti economici con il Veneto. Differenze tra veneti e catalani? Molte! I catalani propendono per l’autoesaltazione e l’auto-celebrazione, a volte alla millanteria. I veneti, gran lavoratori, non sono comparabili ai catalani, hanno sempre guardato al sodo, e lo fanno anche ora.

Ho personalmente assistito a trattative economiche portare a limare sino all’ultimo centesimo di Euro, poi a contratto definito e posato sul tavolo, dove era necessario solo prendere la penna ed apporre la firma, ho constatato che un “buontempone” (Tsz!) catalano faceva come il pesce blennio.

Il blennio dai denti a sciabola, approfitta di un insolito programma di collaborazione vigente fra i membri di altre due specie. Questi formano una vera e propria squadra inseparabile, con alcuni esemplari della specie più piccola raccolti attorno a un grosso pesce dell’altra. Il pesciolino fa da spazzino al pesce grande, che lo lascia avvicinare e perfino entrare in bocca per asportare funghi e altri parassiti che si sono attaccati ai denti o alle branchie. È un bell’accomodamento: il pesce grosso si trova liberato da parassiti dannosi, i piccoli ottengono un facile pasto. Ovviamente il pesce più grande normalmente divora qualunque altro pesce piccolo che sia tanto imprudente da avvicinarglisi, ma quando si avvicina uno degli spazzini, ecco che il grosso improvvisamente cessa ogni movimento e galleggia praticamente immobile a bocca aperta, in risposta a una danza ondulante che l’altro esegue mentre gli viene incontro. La danza è evidentemente il segnale che provoca la risposta di straordinaria immobilità del grosso pesce. Per il nostro blennio, questa diventa una comoda esca che gli permette di approfittare del rituale di pulizia delle due specie associate: si avvicina infatti al grosso predatore, imitando l’ondulazione della danza eseguita dallo spazzino, che produce automaticamente l’immobilità dell’altro e poi, coi suoi denti acuminati, gli strappa fulmineamente un pezzo di carne viva e schizza via prima che la vittima possa riaversi dalla sorpresa (1). C’è purtroppo un forte parallelismo con quello che succede nella giungla umana. Anche da queste parti ci sono profittatori come il pesce blennio.

  1. – Qualche altra differenza tra catalani e veneti?
  2. – I valenciani, per esempio, che confinano con la Catalogna, parlano un simil catalano ma mettono subito le mani avanti, perché non vogliono essere confusi con questi ultimi, poiché osteggiano il centralismo storico catalano. A differenza della Serenissima Repubblica di Venezia che ha sempre rispettato le identità locali.
  3. – Ci fa qualche cenno storico dell’indipendentismo catalano?
  4. – Un esempio: Francesc Cambó i Batlle (1876 – 1947) è stato un politico spagnolo. Di orientamento conservatore. Fondatore e leader della “Liga Regionalista”, oltre che ministro di diversi governi spagnoli.

Nel 1901 fondò la “Liga Regionalista della Catalogna” un partito conservatore, e venne eletto consigliere del comune di Barcellona. Eletto deputato per Barcellona nel 1907, poi fu sconfitto nel 1910. Cambó propose lo statuto dell’autonomia per risolvere il “problema catalano” ma dovette accettare la “Mancomunidad” come soluzione di compromesso. Dopo la morte di Enric Prat de la Riba, divenne lui il principale esponente della Liga Regionalista. Divenne ministro di due governi spagnoli: nel 1918 come ministro del Fomento (sviluppo), e nel 1921 come ministro delle finanze. In entrambe le occasioni presidente del governo era Antonio Maura. Non riuscì a farsi eleggere nel 1931, quando vide la nascita della Seconda Repubblica Spagnola, emigrò all’estero, visto che in Catalogna il partito della sinistra “Esquerra Republicana de Catalunya” (ERC) vinse le elezioni e formò la nuova autonomia catalana creando la “Generalitat de Catalunya”. Entrò un’altra volta in parlamento nel 1933, ma non nel 1936. All’inizio della Guerra Civile Spagnola, Cambó ripiegò all’estero. Inizialmente non era a favore della giunta militare che salì al potere, però temendo che venisse instaurata una repubblica di base socialista, sentì il bisogno di finanziare con un apporto cospicuo ai nazionalisti spagnoli. Non è quindi vero che i “catalanisti” hanno sempre rifiutato il potere di Madrid.

  1. – Eppure in Lombardia, Veneto ed altrove il mondo indipendentista è stato molto impressionato dalla marcia, tenutasi l’11 settembre 2012, a Barcellona, dove hanno manifestato circa 1,5-2 milioni di catalani. Cosa ci dice in proposito?
  2. – Precisiamo, intanto l’11 settembre è la festa nazionale del popolo catalano che, singolarmente, festeggia la sua sconfitta (1714) e la perdita della sua autonomia.

Nel 1635 scoppia una guerra tra Francia e Spagna: i soldati spagnoli fanno base in Catalogna, a cui sono imposte nuove tasse. I catalani s’incavolano e proclamano l’indipendenza (1641), ma subito si rendono conto di non farcela da soli e si alleano/sottomettono ai francesi, ritrovandosi questi ultimi in casa. Nel 1648 Francia e Spagna firmano la pace e i catalani sono ancor più incavolati: gli spagnoli gliela fanno pagare conquistando Barcellona.

La Catalogna “spagnola” mantiene comunque una certa autonomia, ma nel 1700 muore il re di Spagna e c’è un grande travaglio per la successione: i pretendenti sono Filippo V (della casa dei Borboni che governa anche in Francia) e l’arciduca d’Austria appoggiato da Inghilterra, Germania e Olanda. La Catalogna si schiera con quest’ultimo, sbagliando ancora una volta la “scommessa”: i due contendenti fanno la pace (1714), la corona finisce sulla testa di Filippo V, il quale presenta il conto ai catalani, assediando Barcellona. L’11 settembre 1714 la città capitola e Filippo V mette fine a quasi tutte le istituzioni politiche catalane sostituite dalle castigliane. Ormai la Catalogna è assorbita a tutti gli effetti nel Regno di Spagna.

Oggi la crisi economico-finanziaria mondiale iniziata nel 2008 ha acuito il disagio per l’attuale modello economico che si regge sulla spremitura eccessiva dei contribuenti catalani, e sull’eccessivo sfruttamento edilizio. Conseguentemente si verifica una sovraesposizione di credito da parte delle banche, in particolare le Casse di risparmio. Parallelamente i valori immobiliari salgono a cifre stellari. Oggi un appartamento costato 100 ne vale 30, ma chi l’ha comprato dovrà rifondere alle banche il 100 iniziale. Però manca il lavoro, quindi… per capire l’11 settembre 2012 può essere utile ricordare il 25 aprile 1945 in Italia. I partigiani che sino a quella data si contavano in poche decine di migliaia, improvvisamente divennero centinaia di migliaia, fors’anche alcuni milioni.

In Catalogna, le attuali classi dirigenti, non hanno dimenticato la sanguinosa sollevazione della regione (in catalano guerra dels Segadors, cioè guerra dei mietitori). Una rivolta che coinvolse una larga parte dell’area catalana fra il 1640 e il 1659. L’effetto più durevole della rivolta fu il trattato dei Pirenei che cedeva alla Francia la contea di Rossiglione e la parte nord della Cerdagna, di fatto spaccando in due il tradizionale territorio catalano. O la Semana Trágica. Il nome che è stato dato a una serie di sanguinose contestazioni contro l’esercito da parte delle classi operaie di Barcellona e di altre città catalane, supportate da anarchici, comunisti e repubblicani, durante l’ultima settimana del Luglio 1909. Fu causata dal richiamo, da parte del primo ministro Antonio Maura, di truppe di riserva che sarebbero state utilizzate come rinforzi quando la Spagna ricominciò la sua attività coloniale in Marocco. E mi fermo qui per non farla troppo lunga.

Oggi la classe dirigente catalana, per salvaguardare se stessa, asseconda il vento indipendentista. A conferma di questa mia opinione, si osservi il quotidiano “La Vanguardia” di indirizzo conservatore e monarchico spagnolo, che nel giro di pochi mesi cambia sintonia e arriva “quasi” a sposare le tesi sovraniste di Artur Mas i Gavarró e dei colleghi dell’ERC. Per capirci è come se il quotidiano “La Stampa” di Torino avesse da qualche mese cominciato a criticare gli affari della famiglia Agnelli.

Da qui, Convergència i Unió (un partito a metà tra il PLI e la DC italiane) cerca di cavalcare la tigre: scioglie il Parlamento de Catalunya e va a nuove elezioni. Chiede agli elettori una maggioranza assoluta per poter fare le riforme come le aggrada, ma non ottiene ciò che vuole. Anzi perde seggi. Beffando tutti i sondaggi che davano la maggioranza assoluta a CiU. Chi, invece, beneficia di una maggior consenso elettorale e ERC, il partito da sempre su posizioni indipendentiste intransigenti. Mi si consenta l’immodestia, ma io proprio questo prevedevo; e il motivo è semplice: ERC è sempre stato indipendentista. CiU, invece, appare come il lavoratore dell’undicesima ora della nota parabola di Gesù. Gli elettori catalani non si sono dimostrati così ingenui come riteneva il CiU che dalle elezioni è uscito ridimensionato.

  1. – Qual’è la sua opinione sull’attuale credibilità del patto tra Convergenza e Unione (Convergència i Unió) CiU, e Sinistra Repubblicana di Catalogna (Esquerra Republicana de Catalunya) ERC per ottenere un referendum per l’indipendenza della Catalogna?
  2. – Premetto che a mio modo di vedere CiU è stata costretta ad accettare il patto con ERC, ma per capirci, ci troviamo in una situazione che assomiglia molto alla fase costituente italiana del 1947, dove democristiani e comunisti convenirono nello scrivere delle cose che ognuno sapeva di poter interpretare a proprio comodo. Chi, infatti, è indipendentista da sempre è ERC, mentre CiU cercherà indubbiamente di edulcorare il nuovo assetto istituzionale come fece a suo tempo Francesc Cambó i Batlle. Infatti, nel patto stilato tra CiU ed ERC non è previsto alcun progetto di nuovo assetto istituzionale, quindi il tutto è rimandato alla conflittualità dei partiti. Non è un caso. In questi ultimi tempi a CiU stanno arrivando molti nodi al pettine e di conseguenza molte pressioni su problemi sinora irrisolti, ivi compresi innumerevoli casi di corruzione rimasti sinora sotto traccia. Da ricordare, per esempio, il caso del palazzo della musica di Barcellona, collettore di decine di milioni di Euro di tangenti, tanto che il CiU su richiesta del giudice Jose Maria Pijoan Canadell ha dovuto dare in garanzia l’edificio sede del suo partito. Un’altra questione è relativa ai finanziamenti dell’UE destinati alla riqualificazione professionale, ed invece confluiti ad una componente di CiU, e cioè Union democratica, l’equivalente della DC italiana. E l’elenco potrebbe continuare.
  3. – Lei nota qualche parallellismo con la situazione italiana e veneta in particolare?
  4. – È vero che io sono periodicamente in Veneto, ma il mio tempo è prevalentemente dedicato al lavoro. Della situazione politica ho qualche sensazione e molte perplessità. Per esempio, e sia detto con tutto il rispetto dovuto, mi lascia perplesso la situazione grave ma non seria di quattro autogoverni del popolo veneto che non governano alcun che. Un movimento di liberazione nazionale veneto che ha esso stesso bisogno d’essere liberato dalle “intimidazioni” della questura di Treviso. Questo anche a causa certi linguaggi e comportamenti impropri adottati dal MLNV. Ci sono poi due movimenti o partiti indipendentisti che sembrano molto attivi nel delegittimarsi vicendevolmente. Tutto ciò non crea una buona immagine sull’opinione pubblica che dovrebbe legittimarli.

Personalmente nutro una specie di retro-pensiero. Per capirci: circa 25 anni fa Umberto Bossi ed i suoi colonnelli cavalcarono la questione federalista come una sorta di grimaldello per arrivare alla stanza dei bottoni e fare le riforme necessarie. Ad un certo punto (1994) la Lega Nord ottenne un consenso elettorale strepitoso: 180 parlamentari, 5 ministri, 1 presidente della Camera. Riforme federali? Nessuna!

Oggi abbiamo chi cavalca la tigre dell’indipendenza del Veneto (ma questo vale anche per molti altri soggetti omologhi) e chiede consenso elettorale, ma non propone alcuna riforma. Anzi mi è capitato di leggere un bell’opuscolo (vedi allegato) redatto in questi primi giorni del 2013 a cura di Indipendenza Veneta. Sedicente movimento indipendentista veneto. A pagina 6 è testualmente scritto che una volta vinto il referendum per l’indipendenza del veneto: «Vi sarà un periodo di transizione, nel quale i veneti vivranno la loro quotidianità come prima del referendum. Rimarranno attivi tutti i contratti in essere, sia quelli tra privati, sia quelli tra privati ed aziende pubbliche (forniture di gas, energia elettrica etc). Rimarranno vigenti tutti i documenti (patenti, passaporto, carta identità…). Tutte le pratiche e gli adempimenti burocratici seguiranno provvisoriamente le norme del diritto italiano, fino all’approvazione di una nuova e più efficiente normativa veneta. […] Una volta che la Costituzione Veneta sarà approvata con un referendum dai cittadini, si procederà all’elezione delle nuove istituzioni politiche ed alla stesura dei vari codici (codice civile, penale, tributario, commerciale…). Si adotterà quindi progressivamente il nuovo Diritto Veneto, abbandonando definitivamente il vecchio diritto italiano.» Insomma, si prevede un periodo indeterminato ma necessariamente lungo: la redazione della Costituzione e dei Codici non è cosa che si realizza in qualche settimana. Poi bisognerà indire i referendum appositi, ed anche questi non sono espletamenti che si sbrigano in poco tempo. Allora chi voleva scappare dall’inferno “Itaglia”, in realtà dovrà viverci ancora per anni, probabilmente. Di conseguenza domando a me stesso: non sarà che costoro vogliono usare il grimaldello dell’Indipendentismo per arrivare alla stanza dei bottoni e comportarsi come la Lega Nord?

  1. – C’è chi osserva che un periodo di transizione, in passato, è già avvenuto senza grandi problemi.
  2. – Sì! Ma non eravamo nell’era di Internet. Dei mercati globalizzati. Del predominio economico delle banche. Della concretizzazione di un Melting pot (tradotto come “crogiolo”). Quell’amalgama di razze, culture e religioni che è fallito? Basta vedere cosa avviene, per esempio, in Gran Bretagna. Lì ci sono quartieri che ospitano un’infinità di popolazioni che conservano i propri usi e costumi, la propria lingua, e non hanno il benché minimo interesse ad integrarsi con la comunità autoctona. Anzi è da lì che è uscito molto del terrorismo islamico targato Al-Qaida. Sempre lì, è alta la criminalità. Siamo poi in un periodo di forte recessione economica. La Croce rossa internazionale ha già detto che, secondo lei, ci saranno numerosi ed ampi focolai di rivolta in Europa. Altrove, poi, è quasi la norma. L’instabilità non si cura con le rivolte di piazza. Ci vogliono, da subito, progetti istituzionali riformatori e condivisi dal cittadino comune. Guglielmo Giannini lo chiamava “L’Uomo Qualunque”.
  3. – Lei, allora, cosa proporrebbe?
  4. – Innanzi tutto io non sono in grado di dare lezioni o fare proposte a nessuno. Al massimo posso esprimere le opinioni che mi sono fatto. Io penso, infatti, che in questa fase temporale la questione primaria sia di tipo culturale. Purtroppo non abbiamo ancora quella coscienza identitaria presente in altre realtà, e credo che solo una volta affrontata e risolta questa si possa, con successo, pensare alla questione politica volta alla ricerca del cosiddetto bene comune. Anche i sondaggi mi lasciano piuttosto perplesso. Intanto essi sono sempre eterodiretti. I sondaggi in favore dell’indipendentismo veneto erano favorevoli anche nel 2012; tuttavia gli indipendentisti veneti che si presentarono alle elezioni amministrative non raccolsero i successi che detti sondaggi prefiguravano.

Rimanendo alla questione veneta, lasciando per il momento i soggetti politici su indicati da un canto; solleciterei i soggetti culturali veneti ad agire da volano. Sono molte le associazioni culturali venete, e variegato è il loro campo d’interesse. Tuttavia quella che nel corso degli anni ha dimostrato grande vitalità e capacità organizzative, è Raixe Venete. Ottima la loro realizzazione annuale della “Festa dei Veneti” in quel di Cittadella (PD). Ho anche sentito dire che di recente Raixe Venete si è dichiarata disponibile alla funzione d’intermediatore tra il rissoso indipendentismo veneto. Bene, direi!

Incoraggerei quest’associazione a rendersi coordinatore di una sorta di tavola rotonda, dalla quale però escluderei subito all’incirca un paio di dozzine di persone che si sono distinte per un esercizio spregiudicato della propaganda che ha sollevato solo animosità. Queste pochissime persone vanno isolate per il bene di tutti. Analogamente escluderei anche tutti coloro che sono stati deputati al Parlamento italiano, o Consiglieri regionali. A mio modo di vedere costoro hanno una sorta di “peccato originale” derivante dall’aver frequentato le istituzioni italiane. Potrebbe poi esserci una specie di conflitto d’interessi: costoro percepiscono o percepiranno una lauta pensione ed altri privilegi dallo Stato italiano. Se il Veneto divenisse indipendente, lo Stato italiano continuerebbe ad elargire tali prebende?

Gravitanti intorno all’indipendentismo ci sono alcuni cattedratici di buon livello. Tuttavia nessuno di essi gode dell’autorevolezza che ebbe il Prof. Gianfranco Miglio. Men che meno, che io sappia, uno di costoro ha un progetto istituzionale riformatore come quello che aveva Miglio, e che Bossi volutamente cassò determinando l’abbandono della LN da parte professione comasco.

Ci sono molti altri soggetti culturali che possono essere riuniti intorno ad un tavolo. Anzi a più tavoli contemporaneamente: per la bozza di nuova Costituzione, per le bozze dei nuovi codici etc.

Si può anche procedere per gradi. A mano a mano che i singoli capitoli delle bozze vengono redatti, s’interpella la cosiddetta società civile. Si raccolgono critiche ed implementazioni. È in questa fase che tutti i soggetti politici che ho sopra indicati potrebbero sciogliere le mie perplessità. Potrebbero, infatti, cooperare a divulgare e esplicitare il lavoro dei redattori. Ne trarrebbero comunque un beneficio di visibilità che sinora hanno cercato in altro modo. Poi, una volta definite e convenute le “regole del gioco”, ovvero le bozze di Costituzione e dei Codici, spetterà ai veneti approvarle o meno. Infine a “regole del gioco” accettate ufficiosamente, ovvero a nuovo assetto istituzionale prefigurato, ben venga il referendum per l’indipendenza del Veneto. A quel punto i vari soggetti politici oggi sedicenti indipendentisti, saranno liberi di scegliere successivamente il ruolo che è loro più confacente. Contemporaneamente sarà escluso qualsiasi periodo di transizione, e saremo finalmente liberi dallo Stato italiano, dalle sue inefficiente, dalla sua esosità impositiva, dalla sua corruzione.

* * *

(1) Le fonti delle informazioni sul blennio sono di Eibl-Eibesfeldt (1958). Per quanto profittatrici possano apparire queste creature, sono surclassate da certi coleotteri, gli Stafilinidi, che, usando tutta una serie di segnali, olfattivi e tattili, riescono a farsi proteggere, accudire e nutrire allo stato larvale, e ospitare nell’inverno quando sono adulti da due specie di formiche. Rispondendo automaticamente ai loro segnali attivanti, le formiche trattano questi coleotteri come se fossero formiche come loro. Una volta dentro il formicaio, i coleotteri per tutto ringraziamento divorano le uova e i piccoli delle loro ospiti, eppure non vengono mai aggrediti (Hölldobler, 1971). Sembra la parabola dell’attuale partitocrazia europea.

 

 

 

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