Catalogna, i miti e la realtà

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[Joan Sebastià Colomer]

C’è una certa sinistra in Catalogna che non solo non ha mai ottenuto alcuna significativa conquista sociale, ma che fa dell’obbedienza allo status quo il suo modus vivendi. E ora che il suo approccio primitivo e infantile alla questione nazionale è stato superato dagli eventi, deve fare le capriole affinché la realtà non smentisca i suoi miti. Andreu Mayayo e Paola Lo Cascio, autori di un articolo intitolato “Pep Guardiola non è una mondina” recentemente pubblicato da Il Manifesto, rientrano in questa categoria.

Dovrebbe essere chiaro fin dall’inizio che a nessuno importa più di tanto di Pep Guardiola, al di là del fatto che un appello da lui promosso può godere di una forte proiezione internazionale. Non regge quindi la trappola demagogica che tenta di trasformare un milionario nazionalista in un referente che non esiste … al di là del calcio.
È anche sintomatico che Andreu Mayayo e Paola Lo Cascio, dimostrando una certa mancanza di onestà intellettuale, abbiano aperto il loro intervento con una citazione di Santi Vila, l’ex Conseller che ha boicottato l’azione del suo stesso governo (quello catalano, ndt) senza però rinunciare alla poltrona e allo stipendio. 

Secondo gli autori, “la destra nazionalista e autonomista di Convergència i Unió – il partito fondato da Jordi Pujol e di cui fanno parte sia Vila sia Puigdemont sia l’attuale presidente catalano, Quim Torra -, si trasformò in indipendentista nel 2012 per nascondere il duro conflitto sociale dietro un conflitto nazionale o territoriale all’interno della Spagna e, soprattutto, per riuscire a mantenersi in sella a un governo della Generalitat”. È molto significativo che uno storico, che dovrebbe sapere che il 2011 viene dopo il 2010, manipoli l’ordine degli eventi in un maniera così plateale.
L’attuale fase del conflitto, che d’altra parte ha una rilevanza storica che rende ridicola qualsiasi interpretazione puramente congiunturale, si manifesta infatti sotto forma di indignazione delle masse quando Montilla (Partito Socialista Catalano), quindi un non nazionalista, è il presidente della Generalitat.

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Il 10 luglio 2010, quindi un anno prima del 15-M (sigla che indica il movimento degli “indignados”, ndt), viene convocata una manifestazione a Barcellona contro la sentenza del Tribunale Costituzionale che ridimensiona pesantemente uno Statuto di autonomia promosso da un socialista (Pasqual Maragall) e già approvato attraverso un referendum popolare.
La sinistra indipendentista vota contro tale Statuto e nutre seri dubbi sull’opportunità di partecipare a una manifestazione in difesa di un testo promosso dallo stesso “potere autonomico”. Con grande sorpresa di tutti, quella manifestazione (la prima di una lunga serie di mobilitazioni di massa ripetutesi negli ultimi anni) diventa un mare di estelades (le bandiere indipendentiste catalane, ndt) e lancia un grido unanime a favore dell’indipendenza. Questo è da considerare il vero punto d’inizio del conflitto ed in esso Convergència non ebbe alcun ruolo a parte la manovra per concordare con Zapatero i tagli allo Statuto.

Un anno dopo la dura crisi economica e, quindi, sociale, provoca una seconda esplosione: il movimento 15-M. A Barcellona vi prendono parte, oltre ad ampi strati di giovani e meno giovani che si affacciano per la prima volta all’attivismo sociale, tutte le correnti dell’anticapitalismo catalano, indipendentiste e non. Inoltre, gli attivisti protagonisti dell’acampada permanente realizzata in Plaça Catalunya, riuniti in una grande assemblea approvano il proprio sostegno al diritto all’autodeterminazione. Un anno dopo (2012) la crisi del Partito Socialista Catalano e la liquidazione dell’UDC (democristiani autonomisti) rende a tal punto evidente l’impossibilità di rimanere al centro della scena politica come formazione autonomista che il President della Generalitat e leader di Convergència Artur Mas – sicuramente interessato a deviare l’attenzione dai problemi del suo partito – decide di optare per l’autodeterminazione e di mettersi alla testa della manifestazione dell’11 settembre (Festa Nazionale della Catalogna, festa ufficiale ma da sempre monopolizzata dagli indipendentisti). La sequenza è chiara, ma gli autori decidono di ignorarla.

Nel mondo di Mayayo e Lo Cascio gli indignados cantano “Bella ciao” e gli indipendentisti cantano “Giovinezza”, ma la verità è che “Bella ciao” è più popolare ora che nel 2011 grazie ad una serie televisiva. Naturalmente nessuno conosce “Giovinezza”, ma se Mayayo volesse trovare qualcuno che la canta dovrebbe cercare qualche bizzarro partecipante alle bellissime manifestazioni unioniste nelle quali la democrazia si difende dal “colpo di stato reazionario” indipendentista a colpi di bandiere franchiste e saluti romani. In questo mondo di Mayayo e Lo Cascio, le manifestazioni unioniste sarebbero piene di audaci agitatori del 15-M e di altermondialisti, nei confronti dei quali invece l’indipendentismo nutrirebbe un rifiuto viscerale. Ma la realtà è esattamente l’opposto. Negare la realtà per salvare il racconto è proprio dei poeti, non degli storici.

Inoltre, che l’obiettivo dell’indipendentismo sia sconfiggere Colau è una stupidaggine. I partiti indipendentisti vogliono vincere e governare, com’è naturale. Mayayo e Lo Cascio “dimenticano” che i vasi comunicanti tra l’indipendentismo e l’unionismo vanno cercati a sinistra, una cosa ovvia purché ci si occupi della realtà concreta e non di una serie di pregiudizi pseudointernazionalisti che dimostrano che i presunti “intellettuali marxisti” possiedono una formazione manualistica. Provenendo da uno storico rappresenta un grave esempio di settarismo trascurare il fatto che tutti i progetti progressisti nello Stato Spagnolo hanno potuto contare sull’alleanza tra la sinistra (catalanista e non) e il nazionalismo catalano e basco. In questo caso non solo è così ma, in questo momento, l’indipendentismo catalano rappresenta quasi l’unica leva per la distruzione di un regime il cui carattere reazionario dovrebbe essere evidente a qualsiasi persona di sinistra. Questo è il motivo per cui anarchici e comunisti di tradizione non indipendentista, compresi membri e simpatizzanti di En comú-Podem e di altri settori della sinistra mobilitati nelle strade e non indottrinati dai giornali del regime, si sono uniti alla rivolta.

segue su https://ethnosdemos.wordpress.com/2019/11/07/catalogna-i-miti-e-la-realta/?fbclid=IwAR3NHTl-LFbmOkawCnZy3ktvbgT6v8Da895JPnwb85GTNINxAgNw4_7tLX8

(traduzione dal catalano di Marco Santopadre)

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