“Cartelle pazze” e burocrazia, una storia che viene da lontano

di ROBERTO PORCU’*

Già da un po’ mucche pazze e cartelle pazze riempivano le pagine dei quotidiani, poi al socio Carlo Trevisan recapitarono la prima cartella, ed alla Life di Venezia, che forse un po’ pazzi siamo anche noi, ritenemmo nostro dovere metterci il naso.

Ci alternammo anonimamente nell’ispezionare gli uffici delle Imposte Dirette in via Ca’ Marcello e notammo che il personale allo sportello era per abitudine senza quel tesserino che gli impiegati pubblici hanno l’obbligo per Legge di tenere ben in vista, che quelli alle informazioni affermavano di non conoscere l’esistenza del “modulo di disservizio” con il quale il Cittadino ha modo di mettersi in comunicazione diretta con lo Stato, che al pubblicizzato numero verde non era data risposta, che l’affluenza di Cittadini in paziente coda era tale che non poteva essere smaltita dagli addetti e che quindi molti avrebbero certamente pagato tasse non dovute almeno ogni qualvolta il costo di una lunghissima attesa sarebbe stato superiore alla cartella pazza ricevuta…

Quella mattina poi che facemmo la manifestazione che portò alla cancellazione immediata della cartella pazza di Trevisan, ricordo che io, per ripulsa, rimasi sempre fuori del palazzaccio dal quale ad un certo punto ne uscì una donna, visibilmente alterata, che tra l’inviperito ed il piangente affermò che anziché renderle 480.000 lire le intimavano di pagarne 500.000 e voleva da noi il nominativo di un avvocato fiscalista, ma non era in condizioni psichiche di capire che errava a chiederlo a noi. Poi, come Dio volle, le cartelle pazze arrivarono anche a me, o meglio, non erano cartelle, ma semplici avvisi bonari, dove in uno a me indirizzato chiedevano 9.699.000 lire ed in un altro alla mia azienda, bontà loro, solo 941.000.

Premetto che quello fiscale è l’argomento per me più ostico in assoluto; ritengo che le tasse allo Stato sia doveroso pagarle, ma trovo talmente grande la differenza tra quanto un Cittadino dà in innumerevoli forme ed i servizi che gli sono resi, che ho la consapevolezza di essere derubato e non potendo ai gabellieri sparare con cartucce caricate a sale come usavano i vecchi contadini con i ladri dei polli, provo per la materia una forte avversione che me ne impedisce la stessa comprensione. Chiesi al mio ragioniere di controllare di cosa si trattasse ed egli appurò che i quattrini, in base alla Legge, non erano dovuti e me ne spiegò il motivo, che immediatamente rimossi dalla memoria per quella tale avversione appena detta. Gli chiesi allora di prendere lui contatto con l’ufficio di competenza e di fare le pratiche d’uso.

Una settimana dopo, mi disse che aveva inviato la documentazione in suo possesso e si era recato al Ministero delle Finanze di Mestre dove il funzionario aveva verificato a video che effettivamente nulla era dovuto. Ancora un mese e ricevetti dall’esattoria le cartelle della messa a ruolo delle due somme: la storia si faceva lunga e fui costretto a  prendere in mano la situazione. Rifiutai l’offerta di aiuto degli amici della Life ed una mattina verso le10 mirecai a Mestre, sceso dalla macchina, mi annodai attorno al collo il fazzoletto giallo che tengo sempre pronto nel cruscotto e varcai il portone del palazzaccio.

Iniziai dal secondo piano, lentamente passai in rivista tutti gli sportelli notando che quasi tutti gli impiegati erano ora muniti del cartellino per l’identificazione personale, ma che comunque esorbitante era sempre il numero dei Cittadini in attesa. Poi, varcai le porte “riservato” ed andai dritto al 4° piano dal Dr. Vittorio Oracolo. Signore e signorine premurose si meravigliarono che io mi presentassi senza un appuntamento e mi spiegarono che purtroppo il Direttore Generale non era nel suo ufficio in quanto chiamato in Regione e si offersero di accompagnarmi dal Direttore del 2° piano. A malincuore fui fatto accomodare nel grande ufficio del Dr. Giuseppe Russo. Questi nei miei confronti fu molto gentile e fece subito controllare, trovando conferma del non dovuto per le 941.000 dalla mia azienda, ma trovando un po’ più di difficoltà con i 9.699.000 personali.

Avendo già spedito per posta copia delle pezze giustificative, non avevo ritenuto portarne altre al seguito, ma forse lì, affermò, non erano arrivate perché io non le avevo inviate come raccomandata. “Sa, l’avviso bonario io l’ho ricevuto come lettera semplice e con lettera semplice ho risposto. Certamente se lo avessi ricevuto come raccomandata avrei risposto con una raccomandata. Tra gente civile, di solito si fa così”. Lui mi chiese qualche giorno per sistemare tutto ed io mi offersi, la prossima volta che avessi avuto occasione di venire a Mestre, di portargli altre copie delle pezze giustificative.

Dopo un paio di settimane, ancora con il mio fazzoletto giallo,  mi ripresentai diritto davanti al suo ufficio. Era impegnato,  mentre attendevo fuori, nel corridoio interno vidi su un mobile un pacco alto una spanna di “moduli di disservizio” e ne approfittai per prendermene qualcuno da lasciare nella sede Life provinciale. Gli consegnai le carte che avevo portato e lui mi assicurò di aver già operato lo sgravio e volle presentarmi, nella stanza accanto, l’impiegato che se ne era occupato. Mentre uscivamo dal suo ufficio, due uomini si presentarono per lamentarsi con lui che era dalla mattina che attendevano ad uno sportello, ma la pratica in esame non andava avanti e la coda non diminuiva. “Sono carteggi complicati, non possiamo fare miracoli, abbia pazienza, attenda il suo turno e vedrà che non ci vorrà ancora molto”. Sul tavolo dell’impiegato addetto riconoscevo le buste delle mie “non raccomandate”, poi presi le documentazioni degli avvenuti sgravi e salutai.

Forse il titolo di “2001 ODISSEA NELLO STATO” nel mio caso è un po’ forzato, tutto il personale è stato dopotutto di una gentilezza squisita, ma se io sono tornato dalla mia Penelope, quanti altri sono affogati nel mare magnum della burocrazia fiscale ?  Certamente quella signora che attendeva il rimborso di 480.000 lire e si è trovata a doverne pagare 500.000, quei due in coda, chissà se si sono poi arresi ed hanno scelto di andarsene. Da noi in Life vengono in molti a bussare con ogni sorta di problemi e vorrebbero che questa macchina meravigliosa li risolvesse per loro, ma in fondo, meditate, cos’èla Lifese non una scuola per educare dei sudditi ad essere dei Cittadini? Una volta imparato, non bisogna attendersi alcunché dalla Life, ma essere Life noi stessi.

*Pubblicato su “LIFE Giornale” nel 2001

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

3 Comments

  1. Caro Albert, mi domando la percentuale degli interessi “legali” che ti hanno accordato, perché se hanno applicato gli interessi che loro si riconoscono, hai fatto un affare!

  2. Albert Nextein says:

    Ti racconto questa.
    Chiudemmo l’attività della nostra azienda nel 1984 e la ponemmo in liquidazione.
    Facemmo dopo qualche tempo una richiesta di rimborso Iva per circa 60 milioni di lire.
    L’azienda , solo per il valore immobiliare del terreno, tornata brevissimamente operativa per poi esser ceduta, uscì dal nostro controllo.
    Il credito Iva rimase a noi.
    Gli anni passavano, ed alle nostre sollecitazioni arrivò a me quale persona fisica liquidatore pro-tempore una cartella insensata con una richiesta di 123milioni di lire in cui non solo i ladri tentavano di annullare i diritti al rimborso Iva, ma imputavano a nostro carico, mio tramite, un comportamento truffaldino in merito al su citato rimborso.
    Detto in parole semplici, ovviamente.
    Ho dovuto assumere un commercialista bravo e costoso che, dopo alcuni anni e pratiche con ricorsi , controricorsi e dio sa che altro è riuscito a azzerare le pretese ritorsive del fisco.
    Il fisco dopo 10 anni, e con gli interessi legali ha poi rimborsato l’Iva .

    • antonio says:

      fortunato ! a me hanno detto che il MIO credito era prescritto ….ed il LORO….NO !”
      La vicenda e’ la stessa anche se gli importi sono differenti

Leave a Comment