Carrozzoni romani: gli ordini professionali coccolati da Mario Monti

di ANGELO PELLICIOLI

Tra i tanti carrozzoni romani spendaccioni, che prosciugano le tasche ai cittadini (oggi peraltro già enormemente sgonfie grazie anche al costo della benzina ormai a 2 €/ litro ed all’imminente probabile tassazione sulle bevande e magari anche sull’aria che respiriamo), vi sono, oltre agli ordini professionali di cui abbiamo già trattato, anche le relative  casse nazionali di  previdenza. Da uno studio recentemente pubblicato emerge infatti, che le stesse hanno dei costi di gestione spaventosi. Costi dovuti non solo ad una gestione pletorica, che richiede l’impiego di spropositate unità lavorative, bensì anche e soprattutto agli emolumenti elargiti ai loro organi amministrativi posti ai vertici delle casse medesime, nonché ai rispettivi organi di controllo.

La maglia rosa della classifica è tenuta dalla cassa dei medici che, con i suoi 33 organi preposti, riesce a totalizzare spese annue per complessivi €. 4.326.010, seguita da quella dei geometri, con 18 organi preposti e spese annue per complessivi €. 4.276.896. In terza posizione la cassa  degli ingegneri che con 21 organi preposti realizza spese annue per complessivi €. 4.046.000. Seguono quindi, con importi più o meno dimezzati, ma con organi  di pari numero, i dottori commercialisti, i ragionieri, i periti, i giornalisti, e via dicendo. E questo mentre il governo Monti si impegna cercando di razionalizzare le risorse finanziarie delle casse professionali, imponendo alle medesime un nuovo rigore nelle spese e, addirittura, un piano cinquantennale di previsione attuariale.

A seguito della pubblicazione del suddetto studio, i primi a reagire sono stati i principali sindacati (rectius associazioni di categoria) degli ordini interessati i quali si sono prodigati in una reprimenda contro le casse previdenziali,  tanto sdegnata quanto falsa e contraddittoria. Dov’erano, infatti, tali associazioni, che oggi gridano allo scandalo stracciandosi le vesti, quando nel corso degli ultimi quarant’anni le rispettive casse previdenziali, a fronte di un miserrimo obolo annuo richiesto ai propri iscritti (con piena dabbenaggine ed in totale carenza di prudenzialità amministrativa dei loro consiglieri e dei revisori che dovevano controllarne l’operato) elargivano  laute pensioni, con il risultato che, oggi si potrebbe anche ipotizzare un disastro finanziario degli enti di previdenza conclamati? E dov’era l’azione di controllo dei sindacati professionali quando in alcune casse, dotate di un così forbito numero di gestori e controllori sempre più che lautamente compensati, sono stati rilevati ammanchi di svariati milioni di euro per truffe effettuate da faccendieri incaricati dai medesimi consigli di amministrazione, così come capitato alla cassa dei ragionieri? Solo oggi, infatti, il più rappresentativo dei sindacati dei ragionieri insorge inorridito e compatto contro una sentenza nomofilattica della Corte di Cassazione che sancisce, inequivocabilmente, il principio dei diritti acquisiti, da parte di taluni pensionati, ante riforma del 2004.

Questo comportamento, oltre che rilevare un quarantennale appiattimento di tale associazione nei confronti di una cassa che, molto  opportunamente ha cercato e trovato finora nel sindacato facili e docili sponde, fa capire a noi comuni mortali come, i consiglieri di amministrazione ed i revisori delle casse professionali, al pari o forse peggio dei politici, non abbiano assunto, per anni, comportamenti gestionali prudenziali e controllati come la legge ed il buon senso imponeva loro. Ma cosa importa ai cittadini comuni di tali omissioni comportamentali relative a casse di previdenza private? A prima vista nulla, ma se approfondiamo il problema e guardiamo un po’ più in là del nostro naso,  deve importare molto.

Oggi, infatti, le casse professionali cercano di scaricare sui propri incolpevoli pensionati la dabbenaggine (e magari anche le malefatte) degli organi ad esse preposti. Ma in un futuro, più o meno prossimo, considerato anche quanto sentenziato dalla recentissima pronuncia della suprema Corte, riunita in pubblica udienza, si corre il serio rischio che le casse professionali rilevino ammanchi finanziari notevoli. Con la conseguenza che lo Stato debba intervenire di suo per garantire i diritti sociali acquisiti dai pensionati e quindi faccia pagare, al solito, a tutti i cittadini, la copertura dei  buchi derivanti da macroscopici errori commessi dai rispettivi gestori e controllori (strapagati) nel corso degli ultimi quattro decenni. Come al solito la burocrazia riesce spesso a coprire, col suo abbraccio mortale, l’assoluta incapacità di gestire in modo oculato le risorse destinate ai pensionati, da parte di personaggi (consiglieri o revisori) che riescono a percepire emolumenti corrispondenti anche a 10 o 20 volte il salario di un operaio.

Non ci stancheremo mai di ribadirlo: la burocrazia nasce dal centralismo e permette, da un lato, a pochi eletti, spesso raccomandati, ma altrettanto spesso incapaci, di introitare emolumenti da nababbi senza addossare loro alcuna responsabilità politica e sociale. Mentre, dall’altro, si presta a volte  a mascherare (con il pretesto evitare inutili allarmi sociali) persino i loro misfatti.

Quali i rimedi? La burocrazia può essere sconfitta solo con la creazione di entità molto più snelle e delocalizzate su territori resi del tutto autonomi in fatto di tassazione e di contribuzione. E perciò molto più controllabili nella loro gestione, e quindi con più facilità di individuare le responsabilità  e punire i comportamenti dei loro gestori e controllori. E non è un caso che anche la recente riforma delle professioni, partita all’insegna del più ampio criterio di liberalizzazione, in favore del cittadino, sia poi stata, cammin facendo, annacquata dagli stessi ordini professionali i quali, sotto l’impulso e l’abile regia della Merkel italiana dei CUP,  pare si siano presi le loro auspicaste  rivincite sul debole governo dei tecnici. Preso atto di tali debolezze, gli ordini professionali si sono infatti particolarmente battuti, con caparbia tenacia, affinchè, per esempio,  nella nuove istituende commissioni disciplinari venissero annoverati solo professionisti iscritti e non anche (così come veniva da più parti richiesto per la realizzazione di un’effettiva liberalizzazione delle professioni, che tale non fosse solo sulla carta), per esempio, i rappresentanti delle associazioni dei consumatori.

Così, i buoni propositi riformatori delle caste professionali  di Monti e compari, sono stati opportunamente stravolti e quindi vanificati. A noi comuni mortali resta, ancora una volta, l’amaro in bocca nel constatare che controllati e controllori appartengano alla medesima categoria, con quanto di annesso e connesso. Tutto ciò, con lo stato di crisi cogente non durerà a lungo. Al momento del redde rationem il cittadino esasperato saprà  sicuramente comportarsi di conseguenza.

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2 Comments

  1. lelia kita says:

    Purtroppo sono sempre quellli, con meno sale in zucca. che gestiscono il nostro avvenire!

  2. Francesco says:

    come ex contribuente Inarcassa, mi auguro che le casse private saltino per aria il prima possibile, essendo totalmente insostenibili. Ovviamente le decine di migliaia di euro pagati in anni di contributi andranno totalmente persi, ma ho già assimilato la cosa da tempo.

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