Cardini: l’Italia è una invenzione ottocentesca

comuni cardinidi Paolo Gulisano* – Il Federalismo ha un cuore antico, e la storia è lì a dimostrarlo. Negli scorsi giorni ne ha autorevolmente parlato su un quotidiano il Professor Franco Cardini, fiorentino, uno dei maggiori medievisti europei, autore di numerosissimi testi sul periodo che fino a qualche tempo fa (non molto purtroppo) veniva definito nei testi scolastici delle scuole della Repubblica italiana “l’epoca oscura”.

Eppure senza il Medioevo non si riesce a comprendere nulla della civiltà europea, dall’arte alla cultura, dalla religione alle istituzioni politiche e civili peculiari del nostro continente. L’Europa moderna nasce nel Medioevo, da Carlo Magno in poi, a partire dall’area etnogermanica e dilatandosi successivamente alle culture latine, celtiche, scandinave e baltiche, sostenendosi sulla coscienza unitaria espressa dall’idea di Respublica christiano rum che gli imperatori romano-germanici soprattutto sassoni, francofoni e svevi
svilupparono.
Un’idea d’unità e realtà federale che nasce e si sviluppa e conosce il proprio apogeo all’epoca dei Comuni. E proprio sul periodo comunale Cardini ha svolto il suo ragionamento, che arriva alla fine, coerentemente, a mettere radicalmente in discussione la modalità del processo di unificazione risorgimentale. Abbiamo voluto approfondire con l’illustre studioso le sue idee.

Professor Cardini, in un suo articolo su Il Sole24Ore lei ha definito il “Comune cittadino medievale” come
una forma di autogoverno che, diffusa in gran parte d’Europa, raggiunse un notevole livello di sviluppo civile e di autocoscienza politica soprattutto nell’Italia settentrionale. Ce ne può spiegare caratteristiche e motivi?

«Nell’Italia centrosettentrionale il convergere di una serie di circostanze politiche (l’inserimento delle città nella contesa fra il Papato e l’Impero), economiche (il loro vorticoso sviluppo tra sec. XI e sec. CIII) e culturali (la permanenza della tradizione latina, l’originalità dell’apporto musulmano filtrato attraverso l’Italia meridionale e la Spagna ed essenziale sotto il profilo filosofico e scientifico ecc.) e, soprattutto, un’originalissima integrazione tra le forze dei militari-possessori terrieri delle campagne e quelle cittadine
determinò una pluralità di processi di autodeterminazione e di costruzione identitaria che, altrove, non furono possibili con tali caratteristiche di forza e di chiarezza».

Lei sembra tratteggiare quella che si potrebbe definire una vera e propria “Civiltà” comunale dell’Italia centrosettentrionale. È così? E quali furono le cause del suo venir meno?
«Credo che si possa in effetti parlare di una civiltà italosettentrionale, unitaria nella tradizione latina, nella fede religiosa e nel rapporto con l’impero romanogermanico ma policentrica nell’interpretazione di tali valori. A farla venir meno fu in parte il suo stesso processo di selezione delle potenze urbane maggiori che tesero a fagocitare e subordinare le minori, determinando il passaggio dallo Stato cittadino allo Stato regionale, in parte la “crisi” demografica, socioeconomica e culturale del Trecento culminata nella peste nera del 1347-50, in parte il crescere delle grandi monarchie europee che verso la fine del Quattrocento fecero convergere per vari motivi sulla penisola italica, in parte a loro già collegata e variamente subordinata, le loro forze e i loro interessi».

Il movimento comunale fu presentato pretestuosamente dalla retorica risorgimentale e nazionalista come precursore dell’Italia unita. È una teoria che possiamo smentire?

«Assolutamente sì. È un caso di “uso politico della storia” che gli studiosi seri non hanno per la verità mai preso sul serio. Lo Stato unitario italiano si sviluppò sulla base di un’alleanza tra la potenza egemonica piemontese e alcune élite giacobine e postgiacobine che rinunziarono alla pregiudiziale repubblicana,
con una prospettiva unitaria e centralistica del tutto estranea alla tradizione e alla storia italiane. La Germania, con l’Impero federale, seguì coerentemente la sua storia; l’Italia, col regno unitario, la tradì e se ne vide immediatamente un primo risultato negativo con il nascere della crisi endemica del Mezzogiorno e con la crisi dei rapporti con la Chiesa cattolica».

Di fatto il Medioevo sembra non essere entrato per nulla a far parte dell’identità italiana: intellettuali e figure istituzionali continuano a ripeterci che l’Italia è figlia del Risorgimento e della Resistenza. Può essere l’ammissione, forse inconscia, che il Medioevo, quello dei Comuni, delle Repubbliche, di Caterina da Siena, dei cavalieri crociati, non gli appartiene? Che c’è un buco nero tra la Roma imperiale e Garibaldi?

«Il cosiddetto Medioevo (non bisogna dimenticare che si tratta a sua volta di una convenzione culturale, di un’astrazione) era quello di un Regnum Italiae ereditato dalla tradizione longobardo-carolingia e legato all’Impero romanogermanico e di un Meridione connesso invece con una pluralità di esperienze politiche e culturali (greche, arabo-berbere, normanne, sveve, angioine, aragonesi). L’Italia è un ponte fra Europa, Asia e Africa la cui metà settentrionale risente soprattutto della cultura e delle tradizioni europee, quella meridionale di quelle mediterranee. Anche la fagocitazione della Roma repubblicana e imperiale da parte della storia italiana è il risultato di un usopolitico della storia: senza dubbio gli italici sono restati fortemente segnati dall’esperienza romana, e i loro idiomi che hanno poi contribuito alla creazione dell’italiano convenzionale, quello elaborato tra XIII e XIX secolo, si presentano senza dubbio tutti variamente formati sul “sermo vulgaris” latino; ma l’Italia è di per sé un’astrazione. Quando Dante e Petrarca pensavano all’Italia alludevano al Regnum Italiae. Dante riconosce un’unità italica, peraltro
tutta da costruire, solo dal punto di vista linguistico. Il principe di Metternich era forse un po’ riduttivo: l’Italia non è un’espressione geografica, come diceva lui; è un’espressione geolinguistico-culturale. Ma la nazione italiana è un’invenzione ottocentesca modellata sull’esempio francese; e l’Italia si unì perché e nella misura in cui ciò faceva il gioco della Francia del secondo Impero e degli interessi economici, finanziari e navali dell’Inghilterra nel Mediterraneo».
Nel suo articolo lei sembra rimpiangere un Federalismo mancato, una grande occasione che sfuggì nell’Ottocento quando l’unificazione italiana venne realizzata da una monarchia militarista e giacobina…

«Non so se sia esatto dire che rimpiango qualcosa. Mi limito a dire che la storia non ha una “ragione immanente”, non ha un senso deterministicamente dato: e che la storia e le tradizioni italiche portavano
tutte a un’Italia federale, parte della quale – aveva ragione Cattaneo – non avrebbe mai dovuto abbandonare il “Commonwealth” asburgico. Volontà di potenza, ideologismi demagogici e brigantaggi politici (come le due prime guerre d’Indipendenza, pure aggressioni all’Austria) hanno determinato un’altra strada. Gioberti e Cattaneo avevano parecchie ragioni, ma trionfarono altre istanze. Le cose avrebbero potuto andare diversamente e bisogna dirlo, perché la storia non solo si può, ma si deve fare con i se e con i ma: altrimenti non la si capisce. Con tutto ciò, non posso dire che un altro cammino storico avrebbe condotto automaticamente a risultati migliori. Dico semplicemente che l’incontro fra il “peso” delle precondizioni storiche e la volontà dei soggetti che agirono sulla storia di quel periodo avrebbe potuto benissimo condurre a risultati differenti».

Nel tempo della globalizzazione e dell’unificazione europea, tra tutte le sue contraddizioni c’è posto per un modello di autogoverno come quello comunale?

«Tutto dipende dall’evoluzione istituzionale dell’Unione europea, che fino ad oggi ha lasciato troppo spazio ai Governi e agli Stati e poco ai popoli, alle nazioni, alle tradizioni. Vero è d’altronde che il momento presente è caratterizzato da una forte dinamica. E non meno vero è che gli Stati Uniti, superpotenza che comprensibilmente non ha alcuna voglia di veder crescere un’Europa effettivamente autonoma e forte, appoggiano le istanze centrifughe rispetto alla costruzione d’Europa: istanze che si vuol far credere siano “nazionali”, mentre in realtà sono solo governative e statuali. La preoccupazione per il problema della “cessione di sovranità”, ad esempio, non riguarda affatto i popoli e le nazioni interesse dei, e delle quali, sarebbe semmai puntare a un adeguato sistema di autonomie: riguarda i singoli Governi statali, che non vogliono veder ridotto il loro potere. Ma questa Europa dei Governi e degli Stati, dalla quale le azioni e i popoli sono lontane, porta solo alla creazione di organismi burocratici politicamente asserviti alla superpotenza che vuol impedire una crescita effettiva della libertà e dell’unità europee. Il fatto che nessun Governo incoraggi alcuna forma di patriottismo europeo, di sentimento civico europeo, di sviluppo di una coscienza identitaria europea, è prova molto chiara di questa volontà d’impedire la crescita di un europeismo politicamente consapevole e di una grande potenza europea: della quale invece il mondo avrebbe un gran bisogno date le sue straordinarie possibilità di mediazione. Altrimenti si rischia sul serio la “guerra infinita”, quella auspicata dai consiglieri neoconservatori di Bush».

 

(da il settimanale “Il Federalismo”, settembre 2005, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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3 Comments

  1. Napolitania says:

    Solo nel centro-nord abitato da senzapalle succedono stè cose :

    http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11931534/immigrati-cimitero-croci-lucca-lavoro.html

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/02/07/news/casalecchio_niente_croce_davanti_al_cimitero_l_ira_della_curia-132898085/

    Mi raccomando…spalmatevi tanta vaselina perchè gli islamici sono messi bene ! Ahahahahaaaaaa…..

  2. Comitato Ultimi Veri Venexiani says:

    Questo progetto potrebbe ben risolvere le istanze poste dal prof. Cardini
    https://www.facebook.com/popoliliberi/

  3. caterina says:

    veramente di pubblicità per televisione ne fanno tanta spronando i giovani a costruire e sentirsi impegnati per un’Europa comune! parole vuote perché i giovani in tutte le epoche si sono mossi nell’Europa, e non solo loro se pensiamo alle nostrane grandi masse di emigrati in cerca di migliori occasioni per sopravvivere i più, o per tessere rapporti o scambi di cultura chi se lo poteva permettere…
    oggi è solo retorica vuota l’Europa… era molto più concreto il MEC e forse era meglio sviluppare incentivare quello, invece che adoperarsi a complicarlo con sovrastrutture costose che hanno solo complicato con burocrazie infinite le produzioni e gli scambi.

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