Cara Piave, un mondo in un fiume. Rileggendo Ulderico Bernardi

di PAOLO L. BERNARDINI*

“Il Veneto è la mia Patria. Sebbene esista una repubblica italiana, quest’espressione astratta non è la mia Patria. Quando vedo scritto all’imbocco dei ponti sul Piave fiume sacro alla Patria, mi commuovo, non perché penso all’Italia, bensì perché penso al Veneto”. Le parole ormai celebri, infinitamente ripetute, di Goffredo Parise, dovrebbero forse comparire come citazione in limine in ogni libro, e sono molti, dedicati al Piave, o alla Piave, se non altro perché a Ponte di Piave Parise scelse di morire. Morì come si suole dire “con la penna in mano” ma poiché la malattia lo aveva indebolito fieramente, dettò piuttosto ad un’amica le sue ultime poesie. Così si spegne, del resto, un poeta. Il Piave o la Piave – nomina, et flumina – potrei ben aggiungere – sunt consequentia rerum, ed in questo caso le “res” sono le abitudini linguistiche, la danza dei generi, che nella volgare favella, e nella veneta, sopprimono il neutro latino, è fiume e luogo oggetto di molti libri, naturalmente, ché in esso, fiume veneto e del Veneto per eccellenza, si compendia, per dir così, una terra, se non un mondo intiero.

Tra i libri forse più belli – ancorché immemore del Parise qui sopra lodato – mi sovviene, e distesamente a breve ne parlo, Cara Piave, di Ulderico Bernardi, pubblicato dalla benemerita Santi Quaranta nel 2010, una delle ultime opere di uno scrittore prolifico e dotto, acutissimo interprete e storico fine delle proprie terre venete, da Oderzo all’Istria, nonché direttore della collana dedicata alle culture popolari venete pubblicata dalla Fondazione Cini. Già docente di Sociologia a Ca’Foscari, Bernardi, classe 1937, ha dedicato gli ultimi anni ad un numero di narrazioni del “grande Veneto”, realtà che estende nella storia e nella geografia in confini assai più ampi e fluidi di quanto non siano quelli dell’odierna entità amministrativa italiana denominata “regione Veneto”. Sono libri tutti pubblicati da Santi Quaranta, e graziati dal successo di pubblico che meritano.

I motivi che mi spingono a rileggerlo e parlarne sono due, in questi giorni di fine Novembre 2013. Il primo, il disastro sardo, ennesima sciagura di Stato – come nel celebre motivetto pop italiano, “era già tutto previsto”, dal sindaco di Olbia, ad esempio, ma non solo – con sedici morti almeno. L’acqua fonte di vita è anche, parallelamente, fomite di morte, acqua marina certo, come per Eliot, si sa, e il suo enigmatico fenicio, ma anche acqua di cielo e di fiume, quando il fiume impazzisce, e sappiamo quanto spesso lo faccia la Piave, o quando gli uomini impazziscono, o non resistono più a diversi dolori, e scelgono proprio il fiume per farla finita. E di questo, anche per tempi remoti, dà ampio conto Bernardi. Il secondo è più personale, l’incontro con lo splendido volumetto di fine Settecento di Giuseppe Toaldo, il custode della Specola di Padova, metereologo di fama, “Del viaggiare”, che non è solo un lamento, ante litteram, contro l’incipiente turismo di massa (siamo nel 1791!), o un manuale universale per il viaggiatore – sul modello lontano di Linneo, gran maestro di odeporica ma soprattutto di “scienza del viaggio” del Settecento dei Lumi –  ma è anche, lo smilzo ma denso scritto del Toaldo, un inno alla Venetia, dove le pagine sul fiume sono splendide, dove arditamente si paragona Belluno ad una Parigi, “a fronte dei Tolentini, dei Terni, Narni, Fondi, Idri, bicocche, spelonche che si incontrano nel viaggio di Roma e di Napoli, sozze, lorde, puzzolenti, misere”; non manca l’accenno al “sublime” allora di gran moda – da Burke a Kant a Dolomieu che arrampicò davvero – “picchi nudi”, “orrore dei precipizi”, “onde non desiderare neppure le vantate prospettive della Svizzera”.

Ma un terzo motivo per parlare della Piave – come vista da Bernardi, e in generale – s’appressa speditamente. L’invasione della rettorica patriottarda tra 2014 e 2015, cui non ci saranno antidoti sufficienti, per celebrare quel massacro degli innocenti, a tutto vantaggio di Stati avidi e ansiosi di regolare ancestrali conti tra di loro – che al Piave sciaguratamente si lega, la “Grande” guerra, la strage assoluta. Dunque occorre sverminare la Piave dalla propaganda che la inquina da un secolo, certi che non “mormorasse”, né fosse “calma”, o “placida”, “al passaggio” delle prime tonnellate di carne da macello umana quel nefasto giorno di maggio, i fanti, all’indomani di un tradimento (memori del secondo i tedeschi bolliranno vivi perfino gli in-fanti “italiani” nella strage seconda, tant’era la rabbia), per un bilancio complessivo di 600.000 morti, due milioni di feriti, e un buon numero di torsi umani qualcuno soltanto impiegabile nei circhi – esteri, “torsi in fuga”– ad uso della fantasia di Tod Browning, che ne farà film di scandalo nel 1932, e del critico “alternativo” Leslie Fiedler che nel 1978 vi scrisse un illuminante saggio. Ma nessuno che ridesse loro le gambe e le braccia. Se la Piave fosse davvero femminile, avrebbe pianto, ma tanto, a quello sciagurato passaggio, di quei ragazzi che lo traversarono in una direzione sola, da vivi almeno. Ma un fiume maschio non avrà pianto di meno, impotente a fermarli.

Bernardi ci conduce in lungo viaggio, ben memore del frammento eracliteo, “non ci si immerge mai nello stesso fiume”, da leggersi come corollario al più celebre “panta rei”, “tutto scorre”, che è viaggio innanzi tutto di parole. Ricorrono in memorabili “elencatio” i pesci e gli uccelli del fiume, i cibi e i vini e i luoghi e i mestieri ad esso/a legati, ed anzi ci potrebbe ben redigere un dizionario dei gerghi di zatterieri, “barcaroli, munari, e casonanti”. In dodici capitoli, tanti quanti gli apostoli, vi è la storia di genti diverse, legate da quel fiume che unisce prima di dividere, ma talvolta pure divide, destra e sinistra, fortuna e disgrazia. Una storia che vede al centro la Serenissima, certamente, ma non disdegna passaggi tra i Veneti antichi, o i Veneti moderni, che il fiume hanno spesso, troppo spesso dissacrato – letteralmente, togliendoli quanto aveva di sacro, perché ogni fiume ha del sacro, non occorre essere il Gange – dissacrato e disseccato, che non è solo un giuoco di parole.

Bernardi torna così alla sua Piave. Forse il suo libro primo, che curiosamente non compare in bibliografia, del 1975, si intitolava “Una cultura in estinzione”, e trattava “dell’identità contadina tra Piave e Livenza”. Curioso anche che in copertina compaia il celebre “Ponte sulla Marna” di Armand Guillemin, del 1874, ora al Metropolitan Museum of Art di New York. Forse perché i due fiumi li accumuna la tragedia della guerra, forse perché nella sola prima battaglia della Marna, in una settimana, nel settembre 1914, morirono circa 140.000 tra tedeschi e francesi, che ridotti a brandelli dagli shrapnel si sentirono forse viepiù francesi, viepiù tedeschi, quando ancora poterono sentir qualcosa? Sicuramente. Certo, non la Piave calpestata da condannati, ma la Piave della pace, ad esempio, delle Certose – come quella incantata di Vedana, a Sospirolo, ricordata giustamente qui – la Piave delle ville, la Piave dei ponti, è quella che rende il libro di Bernardi anche un’ottima guida turistica. E dunque ricordo, in chiusura, le dolenti note che Bernardi riserva ad altro luogo mirabile del Medioevo e Rinascimento italiani, quando l’Italia era espressione geografica, di lingua, era luogo dello spirito, e non s’era ancora arrovesciata nella miseria dell’unificazione politica. Altro luogo della Piave. Sant’Eustachio di Nervesa, distrutta dalle bombe nel 1918. Sant’Eustachio, chissà, forse i veneziani l’avranno chiamata San Stae, mentre politicanti beceri vorrebbero rinominare proprio Sant’Eustachio la San Stae veneziana, facendo morire i polli dal ridere, così da evitar truculente decollazioni.

Ebbene qui, nella Sant’Eustachio del Piave, 400 anni prima, nel 1522, il nunzio apostolico a Venezia monsignor Della Casa scrisse – in un Italia libera e vera proprio perché fatta di tanti stati ognuno con le proprie leggi, le proprie tradizioni, le proprie peculiarità – nientemeno che il “Galateo”, opera fondamentale del Rinascimento, in un certo modo il suo culmine. La gran strage mondiale l’ha ridotta ad un torso. Anch’essa.

Quante e quali ferite dovranno essere un giorno, se mai sarà possibile per tutte, curate, rimarginate, e quanti pezzetti di storia ricuciti ad un solo corpo…

*Ordinario di Storia Moderna, Università dell’Insubria, Como. Testimonial, Plebiscito2013. 

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4 Comments

  1. caterina says:

    l’ho mandato in giro questo articolo perchè del o della Piave non si conosce mai abbastanza, e io che mi sposto solo coi mezzi o in bicicletta, di Sant’Eustachio di Nervesa , e delle origini nostrane di Monsignor della Casa non ne sapevo proprio nulla…vorrei vivere a lungo per imparare tante cose che non so…Grazie, Prof.Bernardini!

  2. ciano says:

    “la piave”

    è in uso nei veneti dare il femminile ai fiumi: la piave. la brenta, la dese.

  3. Maurizio Bedin says:

    Grande analisi dei meravigliosi volumi recensiti, con il trasporto e medesimo amore della nostra terra di chi qui, non vi è nato ma, ne ha raccolto e compreso pregi e difetti. Amandola comunque, come si ama la propria donna, la propria mamma e la propria famiglia. La propria terra! Per quella che è, senza se e senza ma. Complimenti a Paolo.

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