CAPORETTO e gli eroi della Patria. Quando Diaz chiese: ”Dò cazzo stà Vittorio Veneto?”

caporetto

di ROMANO BRACALINI –  La Prima guerra mondiale fu l’occasione che l’Italia cercava per mettere alla prova la forza e la concordia della Nazione. Ne rivelò invece la fragilità e l’impreparazione. I retori nazionalisti l’avevano presentata come “quarta guerra di indipendenza”.In realtà fu una guerra di aggressione e di conquista,cominciata per la liberazione delle terre irredente di Trento e Trieste e finita con l’occupazione di territori non italiani:il sudtirolo austriaco e la Dalmazia slava.

Quello italiano era un esercito numeroso, un organismo rigido, poco manovrabile; e i suoi capi, salvo eccezioni, degli incapaci, gente rimasta alle tattiche militari dell’Ottocento.

L’esercito doveva essere la fucina dell’identità. Nulla come la logorante attesa della trincea, il pericolo, l’idea della morte, il comune destino avrebbero rafforzato lo spirito di solidarietà e il sentimento nazionale. Caporetto,invece, fu un evento disgregatore,infranse molti sogni di gloria e di potenza,di fatto segnò il fallimento dell’Italia risorgimentale.

L’esercito italiano aveva mantenuto la struttura rigidamente piemontese. Gli ufficiali, alteri e spocchiosi, venivano tutti dall’aristocrazia subalpina. Non combattevano per la nazione ma per il re, al grido “Avanti Savoia!”. Il generale Luigi Cadorna, comandante supremo dell’esercito, logorò le truppe in sanguinose e ripetute battaglie nel vano tentativo di sfondare le linee nemiche. Cominciarono gli ammutinamenti e le diserzioni. Cadorna fu spietato e ordinò le decimazioni indiscriminate. Si calcola che abbia fatto condannare e fucilare dai tribunali militari un migliaio di  uomini, tra cui alcuni alti ufficiali accusati di disfattismo per aver criticato la strategia militare di Cadorna.

Nella Decima battaglia dell’Isonzo,combattuta tra il 12 al 28 maggio 1917,Cadorna impiegò 28 divisioni;l’esito fu disastroso:36.000 morti, 96.000 feriti e 25.000 prigionieri.

L’undicesima battaglia dell’Isonzo cominciò il 18 agosto per la conquista dell’Ortigara.Gli alpini conquistarono la vetta a quota 2.105,ma una controffensiva austriaca riconquistò le posizioni perdute.La battaglia si concluse il 15 settembre con lo spaventoso bilancio di 40.000 morti,108.000 feriti,18.000 prigionieri,senza che fosse stato conquistato un solo palmo di terra.

Visti gli insuccessi e la disorganizzazione e il caos che regnavano nell’esercito italiano,quello stesso settembre 1917 gli austriaci decisero di dare l’assalto decisivo;a questo scopo il capo di stato maggiore imperiale,feldmaresciallo Conrad, aveva costituito una nuova armata,la XIV,formata da sei divisioni tedesche e sei austro-ungariche.Gli austro-tedeschi intendevano sfondare tra Tolmino e Plezzo e avanzare verso l’Isonzo,per tagliare le linee italiane sia a Sud,da Gorizia al mare,sia a Nord in Carnia e in Cadore.

La “Strafenspedition” del 1916 era fallita perché Conrad vi aveva impiegato forze assolutamente insufficienti. Stavolta, con l’aiuto tedesco, si sentiva sicuro di poter dare all’Italia la lezione che meritava.

La macchina si mise in moto il 23 settembre. Gli austriaci cominciarono lo spostamento delle truppe verso il fronte a piccole tappe per non suscitare i sospetti degli italiani.

Se gli austriaci fossero riusciti nel loro intento,poco o nulla si sarebbe potuto rimproverare ai comandi di Cadorna. In realtà la ricognizione aerea italiana documentò con inoppugnabili riprese fotografiche le striscianti e caute mosse del nemico. Ciò che si stava preparando venne confermato anche da alcuni disertori dell’esercito austriaco. A mezzogiorno del 22 ottobre una intercettazione radiofonica informava che l’offensiva austro-tedesca sarebbe cominciata nella notte tra il 23 e il 24 ottobre. Ma Cadorna disse di non credere che il nemico avrebbe osato attaccare, e se fosse stato così insensato da farlo, lui avrebbe potuto in qualsiasi momento tagliare le sue avanguardie  e respingerne il grosso,forte com’era di una superiorità numerica in termini di uomini e di bocche da fuoco. E tuttavia stavolta le forze austro-tedesche erano all’altezza del compito e per di più sceltissime:quanto di meglio i due eserciti potevano schierare.

 

Tutto quello fece Cadorna fu di preavvertire i suoi comandi d’Armata di prepararsi a contrastare un eventuale attacco nemico,ma senza drammatizzare o insistere sull’urgenza del momento. Cadorna fece un calcolo che lo rassicurò:in quel momento l’esercito poteva schierare 40 divisioni su un totale di 62.Il nemico,se i calcoli era esatti (e lo erano) si apprestava ad attaccare con sole 12 divisioni.Cosa poteva sperare il nemico?

Così ragionava l’intero stato maggiore italiano.Cadorna andò a dormire tranquillo. Alle 2 di notte del 24 ottobre fu svegliato dal martellante fuoco delle artiglierie austro-tedesche che rovesciarono migliaia e migliaia di granate di tutti i calibri sulle posizioni italiane.

“Pareva che tutte le Alpi stessero crollando”,scrisse un corrispondente di guerra austriaco.Quell’attacco trovò gli italiani del tutto impreparati.Il generale Badoglio, al comando del corpo d’artiglieria,s’era dovuto assentare e al suo vice aveva detto di non sparare un colpo qualunque cosa fosse successa senza un suo ordine; e così fu.

All’alba del 24 ottobre le truppe austro-tedesche cominciarono una rapidissima avanzata e travolsero le linee italiane ricorrendo all’uso di  gas asfissianti.Alle 4 del pomeriggio del 24 ottobre gli austriaci entrarono a Caporetto, oggi Kobarid, in territorio sloveno. Solo il 55* Artiglieria entrò in azione ma con scarsi risultati.Gli austriaci dissero che “l’artiglieria italiana si era dimostrata assolutamente inefficace”. La ritirata italiana si trasformò in rotta disordinata.

La sera del 24 ottobre gli austro-tedeschi avevano già stravinto la battaglia e si erano aperti la strada per Verona,Vicenza e Venezia. Se non ne approfittarono tempestivamente fu perché il grosso delle truppe era rimasto indietro non potendo competere con la celerità dei reparti comandati dal capitano Erwin Rommel. Fu questa circostanza che salvò l’Italia dall’invasione.

E’ fuori di dubbio che la rotta di Caporetto fu causata essenzialmente dal silenzio del XXVII Corpo di Badoglio, che per tutto il giorno vagò lungo il  fronte non si sa a che scopo. Quando Badoglio si decise a impartite qualche ordine ai reparti,era già troppo tardi.

Quanto a Cadorna solo il 26 ottobre riuscì a farsi una prima idea della  disfatta. La battaglia era costata 11.000 morti. A un cappellano militare, Cadorna, allargando le braccia, disse:

“Cosa vuole, quando le truppe non si battono si raccolgono i frutti di ciò che si è seminato nell’animo specialmente delle reclute”.

Una dichiarazione che equivaleva a riconoscere, a oltre mezzo secolo dall’unità,il fallimento dell’ideologia risorgimentale.

La disfatta di Caporetto ebbe come conseguenza le dimissioni del governo Bonomi. Vittorio Emanuele Orlando era il nuovo capo del governo di unità nazionale. Tutto il paese fu scosso da una ondata di furore e di indignazione e attribuì la tragedia non alla viltà dei soldati ma all’incapacità dei generali.

Ai primi di novembre l’esercito italiano, non inseguito dagli austro-tedeschi, riuscì ad attestarsi sulla linea del Piave.

Nel Convegno di Peschiera, il 9 novembre, i capi di governo alleati chiesero la testa di Cadorna. E’ presente il re Vittorio Emanuele III che tiene un comportamento dignitoso. Insiste per la resistenza sul Piave.Per gli alleati il fronte italiano è secondario e periferico e non vogliono correre altri rischi. Hanno accettato la linea del Piave, avrebbero voluto la linea più arretrata del Mincio. C’è in loro una profonda sfiducia nell’esercito italiano,e di comune accordo decideranno di inviare sul fronte italiano sei divisioni francesi e quattro inglesi.

Disse il britannico Lloyd George che “il re sembrava ansioso di cancellare negli alleati l’impressione che il suo esercito fosse scappato”.

Cadorna se ne dovette andare. Il re scelse quale nuovo comandante supremo il generale Armando Diaz, un napoletano di origini spagnole,uno sconosciuto che aveva fatto una lenta carriera nella burocrazia militare.

Con la scelta di un meridionale finiva l’egemonia piemontese negli alti gradi dell’esercito. E scegliendo Diaz, il re aveva voluto dare proprio quell’impressione: la fine di un’epoca.

 

Diaz trattò i soldati umanamente,riconquistò la loro fiducia.Diaz non conosceva il Nord, era stata una scelta affrettata dagli eventi. Quando gli portarono la notizia che gli italiani avevano conquistato Vittorio Veneto, si fece portare una mappa della zona ed esclamò: ”Dò cazzo stà Vittorio Veneto?”. Diramò il bollettino della vittoria che si chiudeva con queste parole: ”…i resti di quello che fu uno degli eserciti più potenti del mondo,risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Firmato Diaz.

Anni dopo, in epoca fascista, chiese il titolo di Duca della Vittoria trasmissibile ai figli, con annesso vitalizio. Il duce glie lo concesse; del resto aveva fatto contessa sua figlia Edda, senza predicato, e il futuro genero col predicato, Galeazzo Ciano conte di Cortellazzo, ma a Livorno, città blasfema, veniva cambiato con una brutta parola che faceva rima con Galeazzo e Cortellazzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

One Comment

  1. caterina says:

    …il quartier generale si era installato nella Loggia del Sansovino che era stato il municipio di Ceneda, antico comune unitosi a quello di Serravalle nel 1866 subito dopo l’annessione del Veneto al Regno sabaudo, adottando il nome Vittorio, che conservo’ fino al 1923… quando fu aggiunto a scanso di equivoci “Veneto”…
    Oggi la Loggia è sede del “Museo della Battaglia”, ristrutturato di recente per far bella mostra in occasione dell’anniversario.
    Consiglio la lettura di un breve ultimo libro sull’argomento “Frammenti di Grande Guerra” di Sergio Tazzer, ed. Kellermann…. sintetico ma interessantissimo!

Leave a Comment