IL CAPITALISMO, QUESTO SCONOSCIUTO

di GERARDO COCO

Qualche settimana fa il Financial Times ha pubblicato una serie di articoli sul capitalismo. Questo tema purtroppo non solo si presta a triti luoghi comuni ma parte sempre dal presupposto errato che il contesto in cui la Grande Crisi si è sviluppata è “capitalista”. Gli articoli che sono sia a favore sia contro si possono così riassumere. Da una parte l’accusa, sempre la stessa dell’incapacità del capitalismo di creare prosperità perenne ed essere fonte di disuguaglianza sociale. Dall’altra, la difesa in termini paradossali: il capitalismo, parafrasando Churchill, è il sistema peggiore ma ad eccezione di tutti gli altri. Qualche articolo si avvicina alla realtà: è il sistema finanziario e monetario a dover essere messo sotto accusa.

Se si fa riferimento ai requisiti del capitalismo classico, il contesto della crisi è quello di un interventismo che si è sviluppato negli ultimi cento anni sulle rovine del capitalismo ma con i materiali da questo forniti.

Ancor prima di approfondire basterebbe infatti un semplice dato a “scagionare” il capitalismo. Nel mercato finanziario mondiale non sono i titoli azionari, che rappresentano investimento, a prevalere, ma quelli del debito pubblico che rappresentano spesa. Le economie dunque dipendono sempre più dalle tesorerie statali e delle banche centrali, entrambi entità inflazioniste. Il debito di uno stato è sia spesa corrente sia in conto capitale ma anche quest’ultima è sempre spesa: lo stato infatti non crea mezzi di produzione, ma solo e unicamente consumo. Se il consumo sopravanza la produzione si dice che l’economia vive al di sopra dei propri mezzi. Ma è più significativo parlare di consumo di capitale, fenomeno che si verifica quando il consumo eccede il reddito disponibile. Quando questa situazione si manifesta in tutta l’economia la rende incompatibile con il sistema capitalistico. Lo stato sottrae capitale all’economia attraverso la tassazione ma non bastandogli si indebita. Il debito cresce più velocemente del reddito, genera inflazione e svalutazione monetaria. A sua volta l’inflazione divora ancora più il capitale. Ne consegue un calo generalizzato della produttività, dell’occupazione e dei salari reali. Questa catena di effetti porta al caos economico. E’ la tipica conseguenza dell’ingerenza dello stato nelle attività economiche.

L’era capitalistica

Per gli economisti preclassici fino a David Ricardo il capitalismo era un fatto assodato e si identificava con l’economia del libero mercato. Nella sua forma pura cioè senza interferenze, non è mai esistita.

Ogni tanto veniva perturbata dagli interventi statali più distruttivi in assoluto: le guerre. Il capitalismo il cui periodo storico si colloca tra la prima rivoluzione industriale e la prima guerra mondiale, era caratterizzato da requisiti imprescindibili elaborati dalla filosofia liberale: la libertà di iniziativa e di scambio, la centralità del profitto, una valuta internazionale stabile il cui valore indipendente dall’azione dei governi poneva limiti al loro indebitamento. Gli interessi, non manipolabili, erano stabili e mai tendenti allo zero, circostanza che come vedremo è impossibile nel capitalismo. Prima o poi il debitore era costretto ad estinguere il debito con un attivo reale e non con altro debito come avviene oggi, sistematicamente. Prevaleva il currency principle in base al quale le banche non potevano espandere la circolazione oltre le riserve auree e ciò limitava l’inflazione. La politica delle banche centrali si identificava con l’azione di salvaguardia della convertibilità delle diverse valute in quella aurea. Essendoci stretta connessione tra crediti e risparmi, il credito era ricchezza reale presa in prestito e così la funzione creditizia non veniva confusa con la funzione monetaria. Il circolante era in equilibrio con i valori circolandi, il denaro con i beni e servizi prodotti. Il compito della politica monetaria non era quello di stimolare la domanda in base alla concezione miracolistica dello sviluppo economico, per la quale una pura e semplice espansione monetaria può creare più beni e servizi e reddito reale.

John Law, l’abile finanziere e precursore della moneta manovrata applicò questa teoria per ripianare le finanze francesi del regno di Luigi XIV ma fece sprofondare la Francia in una depressione. Adam Smith richiamandosi alla funzione storica e logica del denaro come intermediario degli scambi sosteneva che “il denaro è merce morta che non produce nulla”. Gli economisti moderni hanno ignorato Smith e riabilitato Law. Conclusasi l’era del laissez faire iniziò quella del welfare state che potendo prosperare solo con l’inflazione creditizia e le valute cartacee a corso forzoso comportava a carico della collettività il costo di una lenta e progressiva erosione del capitale economico.

L’accumulazione del capitale è un concetto chiave per comprendere il capitalismo. E’ il requisito per l’aumento della produttività pro capite, del salario reale e del consumo e fa la differenza fra sviluppo e sottosviluppo.

Essa spiega storicamente e logicamente, la nascita della moderna civiltà occidentale e l’arretratezza di quella orientale. Infatti solo dove si sviluppò l’ideologia liberale come in Europa e in America del Nord e non ci si oppose all’accumulazione delle ricchezze da parte dei privati si formò la classe media e un benessere diffuso. Là dove ci si oppose, come nei regimi autocratici come Russia e Cina per paura di perdere il controllo politico, si condannarono le masse alla povertà. Il termine accumulazione tocca nervi scoperti. Dopo Marx, che concepiva l’economia dal punto di vista del lavoratore manuale, urta la suscettibilità di chi è convinto che la ricchezza si accumuli sempre a spese di altri. Ma chi ne rifiuta il concetto rinnega le basi stesse della civiltà. Inoltre è in contrasto con l’ideologia inflazionista che sembra presupporre sempre la presenza di capitale nella società senza bisogno di preservarlo o reintegrarlo perché può essere surrogato dal credito creato dal sistema bancario. E’ invece proprio quest’ultimo nella sua forma inflazionista ad essere lo strumento di sfruttamento e il fattore delle diseguaglianze sociali perché non si distribuisce uniformemente nelle economie ma va a beneficiare prima di tutti gli speculatori che grazie al denaro creato dal nulla fanno crescere tutti i valori economici in modo fittizio a loro favore preparando le condizioni della crisi in cui i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.

L’era interventista

Il capitalismo è stato un fenomeno transeunte. Dopo il 1914 il mondo è stato dominato dall’interventismo sotto vari nomi:socialismo, nazionalsocialismo, fascismo, New Deal, maoismo, laburismo e infine dall’ultima edizione, quella finanziario- tecnocratica che cominciò a manifestarsi dopo il 1929, la prima crisi sistemica che fu accentuata da un’altra manifestazione dell’interventismo: il protezionismo americano che provocò ritorsioni in tutto il mondo.

Dopo il secondo conflitto mondiale ci fu un breve interludio capitalistico:si lasciò al libero mercato il compito di ricostruire le economie. Ma l’interventismo bellico fu il pretesto per un nuova ondata interventista. I governi non volevano eliminare l’economia di mercato avocando a sé la proprietà dei mezzi di produzione, altrimenti avrebbero eliminato la fonte della tassazione sui cui sarebbero campati. L’economia di mercato doveva infatti diventar il punto d’appoggio per la fusione economico-statuale che cercò di accreditarsi con una base morale: la redistribuzione della ricchezza ai fini di giustizia sociale. Concetto ingannatore che è sempre servito a mascherare l’appropriazione del prodotto sociale da parte di una nuova classe di burocrati. L’idea che i governi dovessero determinare le opportunità di tutti, implicava che ciò che gli altri dovevano avere e chi doveva dare fosse stabilito da un piano diretto razionalmente dall’organizzazione della coercizione per soddisfare le necessità prestabilite che l’economia del libero mercato era incapace di soddisfare. Verso la fine del secondo conflitto, Schumpeter scrisse che il capitalismo era nella condizione dell’imputato di fronte a giudici che hanno già la sentenza di morte in tasca e Hayek lanciò l’allarme sui pericoli di una burocratizzazione dell’economia.

Per aumentare le fonti di entrata I governi ricorsero sistematicamente all’inflazione monetaria e questa avrebbe generato crisi su crisi, sempre più ampie e profonde che nella globalizzazione si allargano immediatamente ad anelli concentrici come quando si getta un sasso nello stagno.

A dare dignità dottrinaria all’interventismo è stato John Maynard Keynes.

Requiem per il capitalismo

Keynes sosteneva che quando c’è crisi lo stato deve intervenire con la spesa. Ma questa non è era una novità teorica.

Il colpo mortale sferrato all’economia capitalistica fu la sua teoria del capitale. “Non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale” scrisse (persino Marx deve essersi rivoltato nella tomba). L’ostacolo all’abbondanza perenne, per Keynes, è il tasso di interesse la cui natura è essenzialmente monetaria perché è determinato dalla domanda e offerta di moneta. Pertanto per eliminarlo basta aumentare l’offerta monetaria. Facile no? Non solo, ma così si puniscono anche i parassiti che vivono di interessi (e Keynes fu ritenuto l’uomo che salvò il capitalismo dalla deriva marxista!!).

Da quel momento gli economisti hanno perseverato nell’errore fatale di confondere il denaro con il capitale.

La riduzione artificiale dei tassi doveva compiere il miracolo dell’espansione economica illimitata. Operare questo miracolo, che non si avvera mai, è stato e permane il compito delle banche centrali.

Ma il tasso di interesse non ha nulla a che fare con la massa monetaria in circolazione o con l’espansione del credito. Il tasso di interesse ha relazione solo con il capitale ed il suo livello dipende dal rapporto tra quantità dei capitali esistenti e la sua domanda effettiva.

Nel lontano 1889 l’economista austriaco Eugen von Bohm Bawerk spiegava che l’interesse emerge dallo scambio di beni presenti (100 euro oggi di beni) contro beni futuri (105 euro di beni fra un anno). Gli individui sono disposti ad accettare questo scambio che consente una maggiore quantità di beni dello stesso genere e qualità in qualche data futura, dietro richiesta di un premio inerente ai primi. L’interesse è quindi essenzialmente un fenomeno reale, non monetario. Solo in virtù del fatto che tutti gli scambi del mercato avvengono tramite l’intermediazione del denaro, l’interesse assume veste monetaria.

Il tasso di interesse, come specificherà Ludwig von Mises, è una categoria dell’azione umana, un fenomeno primordiale, insopprimibile. Se fosse zero, i beni presenti sarebbero equivalenti ai beni futuri e ciò significherebbe che gli individui avrebbero perso il senso della previdenza per del futuro, l’accumulazione di capitale verrebbe meno e la civiltà si dissolverebbe perché nessuno sarebbe in grado di provvedere ai bisogni futuri. La funzione del mercato monetario è quella di adeguare il tasso sui prestiti a quello che si manifesta nello sconto dei beni futuri rispetto a quelli presenti cioè al rapporto tra la loro mutua valutazione che può essere determinata solo da libere scelte e che determina l’equilibro tra consumi ed investimenti. Se tende a zero fa tendere a zero anche il capitale, la provvista dei beni presenti o mezzi di produzione disponibili per creare ricchezza futura.

Per questo motivo non può essere fissato arbitrariamente dalle banche senza pregiudicare il mercato, la rete di relazioni individuali alla ricerca dell’efficienza, e la formazione di capitale. Il trauma che consegue a questo arbitrio è la crisi. Se questo non fosse vero l’espansione monetaria e i tassi calanti negli Stati Uniti, Europa e Giappone avrebbero dovuto creare economie floride. Lo stimolo monetario attuato con la discesa dei tassi, lungi dall’essere la fonte dell’offerta di capitale e attivare lo sviluppo rappresenta un costo sopportato da coloro che sono danneggiati dalla conseguente variazione del potere d’acquisto della moneta.

È solo l’accumulazione di capitale che può far decollare le economie ma essa viene vanificata dalle politiche monetarie e fiscali. I governi non riuscendo a capire la radice del loro errore fatale brancolano nel buio condannando le economie al declino.

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