E’ LA POVERTA’ CHE SPINGE L’UOMO VERSO LA RELIGIONE

di TOMASO FREDDI

“Mercator ergo peccator” continuavano ossessivamente a ripetere i predicatori della Chiesa nel Medioevo. Da allora, nonostante il trionfo e lo sviluppo del capitalismo, non ci siamo ancora liberati da un problema che, come ha scritto Luciano Pellicani (“Saggio sulla genesi del capitalismo” ed. Sugarco-Milano), “è rimasto conficcato per secoli nel cuore della civiltà occidentale, aprendo una dolorosa ferita che ancor oggi sanguina.” Ancora ai nostri giorni, con periodicità sempre più frequente, la borghesia imprenditoriale cerca in ogni modo di conciliare il successo dell’impresa, di cui è senza dubbio protagonista, con le vie del Paradiso. Ma, malgrado molti pensatori e filosofi si siano impegnati, anche con validissime argomentazioni, a dimostrare che si può essere buoni cristiani ed eccellenti capi d’industria (citiamo in particolare Michael Novak “Spezzare le catene della povertà” ed. liberilibri), nonostante l’azione composta ma efficace dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (UCID), molti imprenditori continuano a vivere con la coscienza di essere peccatori.

E’ pur vero che, con il passare del tempo, la Chiesa ha progressivamente modificato l’atteggiamento intransigente di condanna che aveva nel Medio Evo, concedendo tra l’altro agli usurai-mercatores il Purgatorio, è vero che oggi esiste in Vaticano un’autorevole corrente  favorevole ad un capitalismo illuminato, che esiste l’Opus Dei, ma è anche vero che il Papa e la maggior parte del clero non perdono occasione per ribadire la “totale subordinazione dell’economia all’etica” e per richiamare le coscienze degli imprenditori al rispetto delle regole cristiane. Ma quale etica? L’etica del capitalismo è amorale e a religiosa, essendo interamente basata sul mercato e sulla legge della domanda e dell’offerta. D’altra parte, non ci sono dubbi che un capo d’azienda che non osservi scrupolosamente la legge del mercato, prima o poi è destinato a soccombere. Sembrerebbe quindi inevitabile per chi guida un’azienda vivere nel peccato.

Nell’universo del mondo politico il capitalismo ha avuto storicamente due avversari che ancor oggi lo contrastano duramente: il socialismo, in tutte le sue forme, e l’integralismo cristiano-cattolico di sinistra. Ma mentre il primo nelle sue forme più socialdemocratiche è portato a riconoscere che il mercato ha dato benessere e un reale miglioramento delle condizioni di vita del proletariato (chiedo scusa per aver usato un termine storico, oggi ormai privo di significato) e per questo è sempre più avviato verso un riformismo liberaleggiante, il secondo è rimasto sulle sue originarie posizioni e rappresenta oggi la più convinta opposizione allo strapotere dell’utilitarismo proprio dell’impresa. E si comprende anche il perché: la critica socialista ha avuto ed ha l’obiettivo di creare giustizia in questo mondo e, seppure attraverso continue lotte sociali, in larga parte l’ha ottenuta. La sua spinta rivoluzionaria ha finito gradualmente con l’attenuarsi. Per la sinistra cattolica la logica della domanda e dell’offerta e il perseguimento del profitto risultano incompatibili con la giustizia divina, indipendentemente dalla ricchezza terrena.

L’imprenditore invece, nel comportamento pratico di tutti i giorni, deve fare l’interesse dell’azienda, senza condizionamento alcuno, lasciando in via residuale la solidarietà e l’amore per il prossimo, sempre che le condizioni economiche lo permettano. Un’etica che ne limiti il raggio di azione non sempre può essere rispettata e comunque viene dopo. Questo non può essere accettato dalla morale cattolica, perché distorce il comportamento virtuoso degli uomini, li distoglie dal corretto cammino verso la vita eterna, ne accentua gli interessi mondani e li allontana dall’influenza della Chiesa. Lo sviluppo economico e l’abbondanza di beni di consumo creati dal capitalismo, anziché venire in soccorso dell’uomo, rappresentano un pericolo,  creano una moltitudine di tentazioni che portano ad un’interpretazione della vita sbagliata. Ne sono prova concreta la diminuzione delle vocazioni e la sempre minor partecipazione della gente comune alla vita della Chiesa. La storia dimostra che le condizioni di povertà spingono l’uomo verso la religione. Solo allora per avere una vita migliore non si può che sperare  nella giustizia divina di un altro mondo. In breve, mentre lo sviluppo e la ricchezza prodotti dalle imprese tendono ad attenuare l’opposizione laica del socialismo, gli stessi provocano un aumento della opposizione cattolico-cristiana di sinistra.

Contro queste inveterate concezioni avverse alla società capitalista, a difesa del valore etico e cristiano dell’impresa, i teorici della destra (per così dire) cattolica sostengono che in realtà non esiste una separazione tra la responsabilità dell’uomo e la responsabilità dell’imprenditore e che il mercato non va preso come unica guida, come ideologia di comportamento. Essi affermano che per assicurare il successo dell’impresa, accanto ad un’organizzazione che crea profitto, è necessario ci sia una guida capace di agire con spirito di cooperazione e di solidarietà, quale appunto si ritrova nell’insegnamento della Chiesa. Molti errori nella conduzione aziendale, proseguono poi, sono stati compiuti perché, pur nel rispetto delle leggi, è mancata una conduzione morale. Il fine non deve essere solo il conseguimento del profitto, ma l’interesse generale e di lungo periodo dell’impresa. L’azienda moderna non deve solo soddisfare il capitale (shareholders), ma tutti gli interessi che le ruotano intorno (stakeholders) e il mercato da solo non è sufficiente a garantire il conseguimento di tutti gli obiettivi di un’azienda moderna. Da qui l’importanza, ancora meglio l’indispensabilità, che ci sia un’etica superiore a governare l’impresa.

Seguendo questa impostazione, la linea di difesa degli imprenditori cristiani finisce per condividere la critica sui limiti del mercato, ma non riesce ad uscire dalla contraddizione. Molte volte gli interessi aziendali esigono, per far fronte alla concorrenza, decisioni che non possono sottostare a vincoli esterni, se non a quelli di legge, ai quali tutti sono obbligati. Gli imprenditori continuano perciò a rimanere prigionieri della solita ed antica alternativa: seguire l’interesse dell’azienda o i valori etici cristiani. Questa linea di difesa è debole proprio perché è figlia di un compromesso morale e la morale non ammette compromessi. Invece il mondo dell’impresa, con tutte le sue esigenze, va difeso fino in fondo, dimostrando che il successo dell’impresa è opera di Dio. Occorre ribadire che il mercato, la legge della domanda e dell’offerta, sono indispensabili per assicurare l’efficienza dell’azienda e dimostrare che si produce ricchezza vera, a beneficio di tutta l’umanità. Solo così gli imprenditori potranno uscire dal complesso di colpa, camminare a testa alta, svolgere la loro missione senza alcun impedimento morale.

Non è vero, anzitutto, che il mercato sia solo una macchina per creare profitto sul breve periodo. Le moderne teorie di conduzione aziendale concordano nell’affermare che seguire il mercato significa oggi attuare un perfetto adeguamento all’ambiente in cui l’impresa opera. E’ nell’interesse dell’azienda andare d’accordo con le autorità locali, con la gente che abita e lavora nel territorio circostante, con i fornitori, con gli istituti di credito, con i sindacati dei lavoratori, e avere l’immagine giusta con i clienti. Il conseguimento del profitto deve essere visto su un ampio arco temporale, come per ogni buon investimento. Si sa che questa strategia finisce per limitare sul breve periodo il profitto, ma certamente rientra nell’interesse generale dell’azienda, costituendo valori di lungo periodo che rappresentano i veri assets d’impresa. Non c’è bisogno di far intervenire un’etica superiore per agire in questa direzione. E’ il mercato stesso che lo esige. Di fatto, in una moderna interpretazione del mercato, che va oltre la massimizzazione del profitto dello scambio immediato, è sempre l’interesse dell’azienda a determinare il comportamento degli imprenditori e dei dirigenti e questo non ha nulla a che fare con qualsiasi tipo di etica. Un buon management deve semplicemente aver l’intelligenza professionale di interpretare nel modo giusto il momento e gli interlocutori che sono determinanti per il successo dell’impresa.

Un atteggiamento imprenditoriale di questo tipo non esclude che possa verificarsi uno scollamento tra la morale individuale del manager e l’interesse dell’azienda, e quindi con le esigenze del mercato. L’esperienza dimostra che ciò può accadere abbastanza spesso. In questi casi l’imprenditore  deve avere la capacità di sdoppiarsi (e questo è un concetto estremamente moderno), perché nella conduzione dell’impresa egli mette in gioco non solo l’interesse personale, le sue proprietà, la sua vita, ma gli interessi di tutti coloro che sul piano sociale sono in qualche modo legati al successo aziendale. La responsabilità che egli si assume va oltre i suoi convincimenti personali e morali.

Uno degli errori più gravi che un capo può compiere nel prendere una decisione è di lasciarsi influenzare dalle idee personali (con un linguaggio di attualità lo potremmo chiamare errore ideologico), senza analizzare fino in fondo i reali interessi aziendali. Queste affermazioni di principio, che valgono nel mondo aziendale, non assumono ovviamente carattere di obbligo individuale nei confronti del manager. E’ chiaro che esiste un limite allo  scollamento tra l’interesse aziendale e la morale individuale che ognuno ha il diritto di avere e di rispettare nei confronti di se stesso. Ogni individuo che si trova ad occupare posizioni di responsabilità in organismi collettivi deve fare i conti con la propria coscienza individuale e quindi con la propria etica di comportamento. Quando lo scostamento tra ciò che l’interesse collettivo gli impone e la propria coscienza individuale supera il limite che ciascuno di noi può ammettere, bisogna avere il coraggio di abbandonare la posizione collettiva che si ricopre e lasciare il posto ad altri. Se non fosse così, si dovrebbero giustificare gli innumerevoli delitti compiuti nel nome degli interessi comuni e della ragion di stato. Si tratta perciò di conciliare due dominii diversi: quello dell’impresa, dove le regole di mercato, pur nella sua concezione moderna, devono avere la precedenza, e quello individuale, dove la precedenza spetta invece alle regole morali che ognuno di noi possiede. E ciò non è sempre possibile. Tenuto conto che le condizioni di mercato sono una realtà esogena e quindi immodificabile nei confronti della nostra morale, è necessario che l’etica dell’imprenditore si liberi dal complesso di colpa che continua ad avere e si convinca che il successo dell’impresa ha dato e continua a dare all’umanità una quantità di bene superiore o in ogni modo paragonabile a quello dei più fedeli e fervidi cristiani.

Come ebbe a scrivere l’economista Galbraith, San Pietro nel giudicare se saremo degni del Paradiso non si limiterà a chiedere se nella vita terrena avremo contribuito a distribuire la ricchezza secondo giustizia, ma chiederà anche quanto avremo contribuito a realizzarla. Anche creando ricchezza si può guadagnare il Paradiso. Gli imprenditori e tutti coloro che dedicano la vita al successo dell’impresa svolgono un compito profondamente sociale e perfettamente coerente con l’insegnamento cristiano. Non esiste solo “ora et labora”, ma anche “ora in labore” e la ricchezza è opera di Dio.

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7 Comments

  1. CARLO BUTTI says:

    Se uno pensasse che le leggi della fisica o i teoremi di geometria debbano essere subordinati alla morale sarebbe preso per pazzo.Perché invece le regole dell’economia di mercato dovrebbero patire tale subordinazione? E non mi si venga a dire che se un imprenditore produce preservativi o gestisce bische e bordelli compie una scelta economica immorale. E’ immorale la scelta, non sono immorali le regole astratte dell’economia che in seguito a questa scelta dovranno essere rispettate come per qualsiasi altra! Anche le leggi della fisica e i teoremi di geometria possono essere impiegati per scopi immorali, ma non sono immorali in sé. La tecnologia per la produzione di bombe atomiche non è immorale in sé, immorale è la scelta di produrre ordigni di morte. Mi pare che dietro questo dibattito sulla morale dell’economia ci sia una grande confusione concettuale:in termini lnguistici, un errore di semantica.

    • kmatica says:

      Ma abbiamo scoperto l’acqua calda?
      L’immoralità è nell’operato degli uomini e non negli oggetti che usa per raggiungere tal fine.
      Non a caso la nobiltà di un fucile non risiede nell’oggetto ma bensì nell’uso che si fa dello stesso.
      L’imprenditoria e l’economia più in generale è stata fatta più volte e anche auspicata, di richieste di attengiamenti più etici e meno spregiudicati, in quanto, dolente o nolente riveste un ruolo e una valenza sociale.
      Auspicio che trova anche fondamento nella Costituzione e precisamente nell’art.41.

  2. kmatica says:

    mandiamoli a lavorare, questi pseudo-imprenditori, alle stesse condizioni che ci propinano a noi.
    Dopo qualche anno capiranno da soli, senza andare a pescare nella filosofia, quanto ci si sente bene a fare San Francesco.
    Redenti loro, meno oppressi noi.
    Amen.

    • Carlo Zucchi says:

      Leggiamoci bene San Francesco e tutti gli scritti degli autori medievali di tradizione francescana. Beh, io ho trovato pochi scritti così lucidamente pro-mercato come quelli. Non a caso, molti francescani dell’epoca venivano messi a capo di imprese e organismi pubblici per le loro capacità gestionali. Piuttosto, sarebbe ora che molti cattolici leggessero quanto scritto dai grandi pensatori della Chiesa, da Tommaso d’Aquino ai francescani J.P. d’Olivi e San Bernardino da Siena, tanto per citarne due. Assai più lucidi di Adam Smith e Ricardo.

      • kmatica says:

        invece di passare il tempo a leggere per poi risultare inconcludente, metti in pratica la vita di San Francesco con i valori che essa esprime e trasmetti a chi ti circonda il suo messaggio universale che trascende le differenze.
        Abbiamo bisogno di esempi, di essere diversi, nel senso etico del termine in quanto per creare una società migliore prima dobbiamo necessariamente creare prima un uomo migliore. Visto che sei prodigo di consigli letterari da oscurantismo ti consiglio invece qualche esempio contemporaneo di messa in pratica Francescana di cui Albert Bruce Sabin può essere un buon inizio.
        Concludo ricordando che alterare la realtà per accordarla alle proprie idee non è segno di onesta intellettuale.

  3. renato brando says:

    « Un giorno i nostri nipoti andranno nei musei per vedere cosa fosse la povertà ». Speriamo che questa frase di Yunus , fondatore della banca a microcredito in balgladesh abbia fondamento , ma son ben 2000 anni che ai poveri si promette al massimo il regno dei cieli che come esprime il termine non è di questo mondo. Sono figlio del sottoproletariato della I^ metà del secolo scorso che ancora sogna che l’ ingiustizia sociale non abbia a scomparire , ma almeno a ridursi e che la felicità riguardi anche chi mai ha saputo cosa fosse.

  4. Gian says:

    dove li trovi tutti questi imprenditori che si dibattono tra dubbi etici e necessità di impresa? ma sopratutto quali sono i limiti etici di cui parli, produttori di preservati e concezionali a parte che pure di dubbi non ne hanno e producono senza problemi? diciamo che il vero limite degli imprenditori è la burocrazia e la corruzione e non il confessionale.
    e precisiamo che tra gli imprenditori esiste anche (una piccola parte per fortuna) chi non si ferma neppure davanti alla legge e non si cura di mandare a morte i suoi operai figurati se si fanno limitare dalla morale, magari fosse come dici!
    ne è vero che devi sempre fare ciò che dice il mercato, adesso dice andate in cina a produrre che costa meno, fortunatamente c’è chi non lo fa rimane qua e punta sulla qualità, PER FORTUNA perchè le leggi di mercato ci hanno sommerso di merda made in china.
    Per il resto il fatto che la ricchezza riduca il legame con la religione ammesso sia vero per il cristianesimo non funziona in oriente, Osama era abbastanza fanatico, ma anche molto ricco, così come molti sceicchi che finanziano l’islamizzazione… anche questo problema ben più serio dell

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