LA VERA LIBERTA’? NO A SCUOLA PUBBLICA E ORDINI PROFESSIONALI

di GIANFABIO CANTOBELLI* 

Ciclicamente, come le stagioni e le scadenze fiscali, si riaccende in Italia il dibattito sulle c.d. “liberalizzazioni”; peccato che ai nobili intenti ed agli entusiasmi riformatori non seguano, quasi sempre, iniziative realmente efficaci e provvedimenti coraggiosi. Parimenti straordinario è poi il tasso di mistificazione e pressappochismo che farcisce lo sterile ciarlare al riguardo di politicanti, esperti (o presunti tali) e commentatori di ogni risma i quali pretenderebbero (con supremo disprezzo per la nostra intelligenza) che ci bevessimo la favola che basti aumentare il numero dei taxi, vendere la aspirine al supermercato ed abolire le tariffe minime dei professionisti per portare l’economia italiana fuori dal pantano nel quale si è cacciata dopo quarant’anni di spendi e spandi democristian-comunista e vent’anni di berlusconismo parolaio e corrispondente antiberlusconismo isterico-manettaro.

Da avvocato, poi, vengo colto da attacchi di irrefrenabile ilarità quando sento risuonare il mantra farlocco del “bisogna eliminare le barriere che impediscono l’accesso alla professione” e favorire la concorrenza eliminando i minimi tariffari quasi che l’accesso alla toga sia una sorta di privilegio riservato ad una ristretta consorteria di bramini depositari degli incantesimi segreti della giurisprudenza … fosse vero!

Già la singolare e, per molti versi, sorprendente vicenda pubblica di un ex magistrato in perenne conflitto con la grammatica dovrebbe suggerire che qualsiasi semianalfabeta può tranquillamente arrivare a conseguire la laurea in legge e superare un concorso pubblico; basta comunque osservare lo spaventoso affollamento degli albi professionali per rendersi conto che parlare di “barriere all’accesso” è solo un cialtronesco esercizio di demagogia d’accatto praticato da una minoranza di livorosi incapaci, giunti alla laurea grazie all’infimo livello del nostro sistema educativo (strutturalmente incapace di fare selezione dal ‘68 in poi) , ai vari CEPU ed all’abominio giuridico del “valore legale del titolo di studio” grazie al quale sono proliferate improbabili sedi universitarie per tutti i gusti, esigenze e tasche le quali continuano a sfornare laureati inutili, tutti (o quasi) immancabilmente animati dalla presunzione (rectius dall’illusione) che “il pezzo di carta” sia il passaporto per un eldorado di mirabolanti opportunità.

Così stando le cose, agire esclusivamente sul versante delle tariffe, lungi dal tradursi in un incremento della concorrenza a beneficio del cittadino, rischia solo di scatenare una belluina guerra al ribasso all’interno dello sterminato “proletariato professionale” già sufficientemente squalificato da anni di accesso indiscriminato agli albi attraverso ogni sorta di escamotage (dalle famigerate “trasferte a Catanzaro” alla truffa degli “abogados” stabiliti) a solo ed unico vantaggio dei “grandi studi” (o presunti tali) i quali dispongono di risorse e mezzi per poter operare anche sottocosto e gettare fuori dal mercato i professionisti indipendenti.

La vera “liberalizzazione” dovrebbe partire (meglio avrebbe dovuto partire, da decenni) dallo smantellamento del monopolio pubblico dell’offerta educativa, dall’abolizione del valore legale del titolo di studio, dal ripristino di una sana e dura selezione scolastica per poi passare all’abolizione degli ordini professionali (tutti, nessuno escluso) e solo da ultimo approdare ad interventi su tariffe, pubblicità ed altri dettagli destinati a restare altrimenti puramente cosmetici se non forieri di ulteriori e più gravi guasti.

*Avvocato a LECCE

 

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11 Comments

  1. ing. Federico Lanzalotta says:

    “La vera “liberalizzazione” dovrebbe partire (meglio avrebbe dovuto partire, da decenni) dallo smantellamento del monopolio pubblico dell’offerta educativa, dall’abolizione del valore legale del titolo di studio, dal ripristino di una sana e dura selezione scolastica per poi passare all’abolizione degli ordini professionali (tutti, nessuno escluso)”

    avvocato, d’accordo tutta la vita con lei.
    Mi rode enormemente versare obbligatoriamente tutti gli anni la tangente all’ordine degli ingegneri per poter lavorare!
    Sulle tariffe non sono d’accordo, sono sempre stato sul mercato con tariffe dignitose di mercato.

  2. ugo says:

    Concordo con l’avvocato Cantobelli con riguardo al fatto che l’abolizione delle tariffe minime alla fine giova solo ai grossi studi o presunti tali. Ora ci troviamo in una giungla dove l’avvocato é costretto a procedere a colpi di ribassi. Ma questo non si concilia con gli studi di settore e i “minimi provinciali di tariffa” che anzi, pare, subiranno ritocchi in senso “peggiorativo”, nel senso che le soglie minime saranno innalzate: ma allora, il professionista, come si deve comportare?

  3. luigi bandiera says:

    La vera liberta’ e’ quella dal BISOGNO.

    Personalmente ce l’ho con la KST o scuola italiana perche’ NON INSEGNA un mestiere, ma INDOTTRINA. UBRIAKA. A PRO ben si sa o no..?

    Plasma i giovani alla politica ovviamente che ha inventato questo stato amministrativo.

    Chi vuole imparare un merstiere deve arrangiarsi.

    Conoscevo scuole di altissimo livello, erano private.

    Oggi non so come giri ma dagli sfornamenti non siamo messi bene.

    Tutti dottori ma in teoria… e solo per fregiarsi del titolo.

    Ovviamente con la pretesa della paga superiore ad altri non titolati e quindi ignoranti. Quelli che devono stare sotto perche’ magari non interessati ai titoli ma al lavoro.

    Si e’ visto nell’ex ricco nordest: appena o con poco piu’ di istruzione elementare sono divenuti capi d’azienda, poi diventati colossi industriali.

    Qualcosa deve significare, o no..?

    Eppoi, ripetendomi purtroppo all’infinito, un tempo col 99% di analfabeti facevano opere che oggi ammiriamo a bocca aperta. Estasiati.

    Oggi col viceversa di opere da ammirare se ne notano solo e per fortuna nostra poche e ma che DECUPITA SALUTE. Mi penso a certi ponti a Venethia.

    Non e’ colpa del ’68 (come l’art.18..?) ma dello stato uno e indivisibilmente destinato a morire.

    L’amministrazione pubblica e’ in mano ai nord africani… o parenti stretti.
    Questo e’ il male che ci sta portando al fallimento.

    Bisogna avere il coraggio di dirlo.

    Fara’ male e o offendera’ qualcuno, ma perche’ non accettare la verita’..?

    Nei fatti vi e’ la verita’, impariamo a leggerli per non soccombere.

    Saluti e tanti auguri.

    Ah…
    Il comandante ha gridato: SI SALVI CHI PUO’..!!!!

    LB

  4. Gino says:

    Una volta, la scuola privata era la scuola degli asini dove i genitori facoltosi pagavano per fare promuovere i figli che erano bocciati nella pubblica. La scuola privata, si avvale da sempre di insegnanti a low cost della pubblica che “arrotondano”. E’ vero che la pubblica è degenerata, ma lo è per stare dietro a filosofie dettate dal post sessantotto (come giustamente da lei puntualizzato). Questa degenerazione (facente parte di una astuta manovra che oggi sappiamo dovuta al NWO per demolire la società e renderla più plasmabile – vedere le note di Gelli a proposito -), la chiamano “il successo scolastico” dove, in sostanza, si tratta di promuovere tutti altrimenti è colpa dell’insegnante che non è stato all’altezza (vessazioni a gogo per il malcapitato). Il successo scolastico veicola ancora altre anomalie che sarebbero troppo lunghe da esporre, ma che comunque peggiorano ulteriormente la situazione scolastica e sociale. Non si può generalizzare e dogmatizzare una situazione talmente complessa e articolata come la scuola. Resta comunque il fatto, che oggi vi sono alcuni istituti “pilota” statali che si affidano alla “benevolenza” di banche le quali creano joint con aziende internazionali che mascherano apparenti sane opportunità con inciuci economici (questo detto per chi pensa che il pubblico manchi di competizioni e opportunità). Ci sono poi realtà come quelle di laureati eccellenti dei politecnici (come quello di Torino) richiesti anche all’estero per la loro preparazione che non è ancora proprio da buttar via. La scuola si adegua all’area geografica in cui è collocata. Il ghetto è ghetto, e raramente può sfornare fuoriclasse che vi sia la privata o la pubblica (anche se la privata certamente non frequenta i ghetti per ovvi motivi). Gli atenei privati sono un discorso a parte e anche molto variegato, ma si può negare a priori che se si paga si può avere successo malgrado le proprie capacità? Per concludere, non mi sembra corretto dire a priori che la pubblica non è in concorrenza con la privata, a meno che non si usi la solita tecnica di ripetere la stessa cosa all’infinito affinchè diventi credibile. E forse lo sta diventando per chi nutre certi interessi …
    P.S.: il suo intervento è comunque condivisibile specie quando penso a suoi certi colleghi giovani e anziani. Una volta un suo anziano collega (peraltro bravino), commentando il giudice si lasciò sfuggire un: “ha sbagliato lo sbaglio” … e che dire anche della lettura di alcune sentenze di cassazione ?

    • Gianfabio Cantobelli says:

      La ringrazio per l’attenzione e le ben argomentate osservazioni. Purtroppo ogni fiducia nel sistema educativo italiano (e negli ordini professionali) mi è crollata quando mi sono ritrovato davanti, con la toga di avvocato, un noto pluriripetente con la media del 4 in tutte le materie….certi traumi ti segnano per sempre!

      • Seretrik says:

        Il fatto che lei sia rimasto traumatizzato da un avvocato dalla media del 4 non la autorizza ad auspicare lo smantellamento e la liberalizzazione della scuola pubblica, a meno che lei non sia fra coloro che auspica ad una scuola privata, d’elite, magari gestita dal Vaticano.
        Personalmente nella vita ho realizzato 2 cose: la scuola privata, oltre ad essere scorrettamente finanziata dal nostro governo (in quanto privata appunto) non da’ benefici di sorta bensì spesso è gestita col minimo sforzo per ottenere il massimo guadagno. Le parlo da padre di un bimbo che a 4 anni non sapeva ancora contare fino a 10 perché le maestre di un asilo privato si limitavano a prepararlo per la recita di Natala in chiesa! La media del 4 o il fatto di aver ripetuto qualche anno di scuola non vuol significare nulla. Ci sono persone diplomate o laureate col massimo dei voti che in ambito lavorativo sono degli emeriti incapaci…

  5. mr1981 says:

    Visto comunque che lo stato offre dei servizi che vengono sovvenzionati con le tasse, il cittadino, con in mano un buono corrispondente all’equivalente che viene a costare la prestazione, dovrebbe essere libero di scegliere tra il pubblico e il privato, pagando di tasca propria la differenza. In questa maniera è libero di scegliere in base ai criteri che ritiene più adeguati tra l’offerta pubblica e quella privata: questo discorso vale sicuramente per la scuola, per la sanità, per la sicurezza, ecc.

  6. Francesco says:

    Al contrario, occorre potenziare gli ordini professionali esistenti con la reintroduzione del numero chiuso degli iscritti e valorizzazione della qualità dei servizi. Aprire molte scuole tecniche e di apprendimento dei mestieri dimenticati. Tornare all’antico.

    Francesco

  7. roberto de falco says:

    eliminare la scuola pubblica e’ solo il primo passo poi bisogna eliminare le strade pubbliche, solo private e a pagamento e poi la polizia pubblica e l’esercito pubblico e poi anche i tribunali pubblici. basta co ste tasse. eliminiamo tutto il pubblico e infine anche lo stato pubblico. vuoi essere italiano? mi sembra giusto che paghi. grazie per i suoi preziosi consigli avvocato spero di non aver mai la fortuna di essere suo cliente.

    • Gianfabio Cantobelli says:

      La scuola pubblica non va eliminata ma messa in concorrenza con altre offerte formative, lo stesso vale per quasi tutti gli altri “servizi pubblici” i quali vanno pagati al pari di quelli privati (non mi pare di aver detto nel mio intervento di abolire le tasse, magari andrebbero ridotte e di parecchio). Mi pare, egregio signore, che Lei abbia completamente travisato il senso del mio scritto.
      Gianfabio Cantobelli

      • Matteo says:

        Concordo con la replica di Gianfabio Cantobelli. Per quel che mi riguarda, ritengo che l’offerta formativa debba essere liberalizzata perché la scuola da pubblica non diventi scuola di stato o peggio di regime. Penso sia sacrosanto sciegliere le modalità ed i contenuti di insegnamento per i nostri figli in modo da decidere su quali materie insistere piuttosto che altre, come anche tutelarsi da visioni della storia e dell’attualità non sempre oggettive come mi è capitato di constatare nell’insegnamento pubblico il quale può facilmente risentire di visioni retoriche di cui lo stato stesso vive.

        Allo stesso modo abolirei il valore legale del titolo di studio affinché non contino i pezzi di carta, ma le reali conoscenze e competenze dell’individuo, anche perché non sono laureifici solo il CEPU o similari, ma anche molte università pubbliche. Tutto questo svanirebbe appunto con l’abolizione del valore legale.

        Concordo, da artigiano, con Francesco sulla riscoperta e valorizzazione degli antichi mestieri, perché la capacità manuale è ormai scarsamente considerata, ma non comprendo il discorso sul numero chiuso…

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