Camusso, una vita in difesa dei privilegi anziché dei diritti

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Recentemente l’ex-presidente del Consiglio Monti (di cui non sono certamente un fan) ha rinfacciato ai sindacati di non aver collaborato per aumentare la produttività dell’impresa italiana (e quindi anche la sua competitività all’estero, dove i consumi non sono in calo come da noi). Secondo la Camusso, Segretaria Confederale della Cgil, questa non dipende dai lavoratori. Certamente non dipende solo dai lavoratori, ci sono molte altre variabili che influiscono sulla produttività di un’impresa (e che non sono di competenza del sindacato) tuttavia i dipendenti di alcune imprese emiliane colpite dal passato terremoto hanno mostrato un encomiabile spirito di collaborazione e dedizione lavorando più ore a parità di salario per riattivarne quanto prima l’attività produttiva dopo i danni subiti.

E’ per caso un’anomalia di un sistema apparentemente impermeabile ai cambiamenti, un caso più unico che raro dettato da circostanze eccezionali? La crisi economica dell’Eurozona, conseguenza sì di quella dei sub prime, della speculazione incontrollata e dei difetti di progettazione dell’euro, ma anche dell’enorme debito pubblico italiano accumulato da una classe politica irresponsabile, si è abbattuta sull’imprenditoria italiana, sul manifatturiero e sulla PMI come un ciclone tropicale causando la chiusura di migliaia d’imprese, la perdita d’innumeri posti di lavoro e il suicidio di diversi imprenditori. La recessione in Italia si prolunga ormai da mesi e anche queste sembrerebbero circostanze eccezionali, paragonabili, secondo gli ultimi indicatori economici, solo alla crisi economica successiva alla 1° Guerra Mondiale.

L’irresponsabilità dei politici di tutte le bandiere ha elargito in passato favori e privilegi a pioggia a quasi tutte le categorie, a destra non contrastando adeguatamente l’evasione fiscale e a sinistra garantendo i dipendenti pubblici e privati (ma non i precari) con prepensionamenti e ammortizzatori sociali a tempo indeterminato e sprecando soldi pubblici per salvare posti di lavoro d’imprese decotte. Il governo Monti ha già fatto anche troppo sul piano fiscale e per recuperare l’evasione e i risultati sono, infatti, contrastanti poiché l’aumento della pressione fiscale ha depresso ancor più l’economia del paese. Molto dovrà ancora fare il prossimo governo anche sulla riduzione della spesa, ma vista la situazione e considerati i grandi vantaggi che godono i lavoratori dipendenti, non sarebbe un’eresia ritenere che pure questi possano fare la loro parte, mostrando un uguale spirito di collaborazione e dedizione per le sorti dell’economia italiana sull’esempio di quei pochi dipendenti emiliani menzionati.

Se per magia in ogni impresa italiana ora in difficoltà i dipendenti collaborassero altrettanto col loro datore di lavoro per aumentare la produttività in attesa di tempi migliori by-passando il sindacato, tutti i sindacalisti dovrebbero trovarsi un lavoro vero, altro che: un ruolo di garanti nella realizzazione del progetto e nella difesa dei diritti che si acquistano con l’aderenza al progetto medesimo e bla, bla, bla. Diventerebbero inutili. Questa magia non è poi così fuori dalla realtà se in ogni impresa si potesse derogare ai contratti nazionali e attraverso assemblee e l’elezione dei propri rappresentanti interni, i lavoratori potessero accordarsi con il management dell’impresa. Questo, che per i sindacati nazionali rappresenterebbe la capillarizzazione di un sistema di gabbie salariali parametrizzato sulle esigenze di particolari aree geografiche o settori industriali in difficoltà, decreterebbe la loro fine.

Anche ragionando in ambito nazionale su una riforma dello Statuto dei Lavoratori, non sarebbe necessario aumentare le ore di lavoro a parità di salario per aumentare la produttività, anche perché questa si misura per ora di lavoro. Basterebbe solo rinunciare, non a qualche diritto ma a dei veri e propri privilegi, anche se il sindacato li chiama conquiste (Art 18) permettendo all’impresa di selezionare i dipendenti sulla base del merito e dei risultati, ma è meglio fare spallucce e istruire la base di dare contro i crumiri, rispolverando i vecchi e cari arnesi della lotta di classe e difendendo anche i ladri, i fannulloni e gli incapaci, se poveri e proletari, non è vero Camusso, Airaudo e Landini? E la promozione sociale (e morale) del povero proletario? Meglio che resti tale e pure incazzato. Se no, che ci stiamo a fare noi sindacalisti?

D’altra parte, sarà forse per questo che parlare di cogestione è come buttare fumo negli occhi dei sindacalisti? Nei talk show politici in Tv, come fachiri in erba sobbalzano dalla sedia, d’improvviso foderata di chiodi appuntiti, per salmodiare con foga il solito mantra: La cogestione? Sì, ma con i salari a livello di quelli dei paesi dove essa è attuata! Cosa molto difficile da fare, almeno inizialmente e per questa ragione la cogestione e il confronto su di essa sono immediatamente affossati, meglio evitare di dover dire che nell’impresa cogestita (con la partecipazione agli utili del dipendente) i colleghi lavativi non sarebbero certo tollerati da quelli virtuosi. Qui da noi, infatti, si gioca a chi fa meno e se poi l’impresa va all’aria, chi se ne frega, tanto c’è lo Stato che ci viene in soccorso. Ma lo Stato o, se preferisci, il Sistema Italia, cara Camusso, è come una grande impresa cogestita e chi fa il proprio dovere, è stufo dei sindacati che proteggono gli imboscati. Dove non c’è un sindacato invadente e pervasivo come il nostro, persino gli scansafatiche sono valorizzati. E’ nota, infatti, la tattica di Bill Gates, uno che sa come far crescere un’impresa: Il compito più difficile? Assegnatelo al più scansafatiche, troverà sicuramente il modo di svolgerlo più rapidamente degli altri!

Per giustificare ulteriormente la sua esistenza e le sue prebende agli occhi dei lavoratori che lo pagano convinti che operi nel loro interesse, al sindacato conviene infine mostrare di non collaborare col Governo e fare il gioco delle parti (sociali in questo caso) e (se serve per giustificare uno sciopero generale di tanto in tanto) creare ad arte conflitti anche quando non ci sono o sarebbero inopportuni. Nel recitare questa parte i sindacalisti sono dei veri artisti, dei maestri dell’arte teatrale. Sarei curioso di sentire cosa si dicono davvero a porte chiuse i vertici di Sindacato, Confindustria e Governo (…. la terza gamba) all’insaputa dei lavoratori. Ma chi ci garantisce dai Sindacati? Nell’impresa cogestita l’imprenditore ci mette i capitali e il suo ingegno, i dipendenti ci mettono il lavoro e se lo Stato ci mette le infrastrutture, alla fine tutti ci guadagnano, ma in tutto questo che ci azzecca il sindacato?

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7 Comments

  1. vittorio says:

    Anchio ho avuto contrasti con esponenti sindacali perche non aderivo a scioperi politici o a volte veramente futili. Mi picerebbe vedere se i vari Camusso, Bonanni ecc avessero un’azienda come si comperterebbero con i lavoratori, e se saprebbero come farla funzionare

  2. Carlo De Paoli says:

    Ho lavorato alla Posta per 22 anni.
    Venni assunto all’età di diciannove anni.
    Ho cominciato a tredici anni a lavorare, come cameriere, negli alberghi.
    Cameriere prima, ma poi anche altri lavori.
    Inizialmente lavoravo “solo” nove ore al giorno, poi in altre “attività”, fino a sedici.
    Il tutto per ventisette mila Lire al mese.
    Giunto alla Posta l’orario si ridusse a otto ore e con mia sorpresa, alla fine del mese, percepii “cinquantatremila Lire di stipendio.
    Inutile dire che con la “scuola” precedente avevo imparato a “sbrigarmi” nell’adempiere i miei obblighi: quelli per i quali venivo pagato.
    Mantenni lo stesso impegno nel nuovo lavoro.
    Dopo una settimana, dieci giorni, venni avvicinato da un sindacalista che mi rimproverò il fatto di “correre” troppo; consegnavo i telegrammi: -“Se corri così -disse- tutti gli altri dovranno adeguarsi al tuo ritmo, datti una calmata” -.

    Era la prima volta che venivo ripreso per il fatto di essere puntuale nel mio lavoro.
    Naturalmente decisi di continuare a guadagnarmi lo stipendio “onestamente”, costasse quel che costasse.
    Mal me ne incolse!
    Venni fatto oggetto di “attenzioni” da parte di quella “fazione di lavoratori”.
    Anni dopo, trasferito in Ferrovia a scaricare treni perché al Telegrafo, per il mio modo di lavorare, ero diventato “scomodo”, ne vidi anche di peggio!
    C’era un sindacalista democristiano che veniva quindici minuti al giorno sul posto di lavoro, giusto il tempo per chiamare dai telefoni di servizio gli onorevoli, per conto dei quali coltivava l’orticello dei voti preso i postali e poi se ne andava, ricevendo, per tutto questo, 50 ore fisse di straordinario al mese.
    Per questo cialtrone auspicai l’intervento della Magistratura ebbene per aver “osato” tanto ricevetti la “visita” di un altro sindacalista, questa volta di sinistra che minacciò di spararmi se mi fossi “Permesso ancora”.
    Questa minaccia, in presenza di un testimone: era L’ 83 c’erano ancora le BR e lo sciacallo sapeva, o immaginava, che la minaccia del genere avrebbe sortito un qualche effetto.
    Per questo sono d’accordo con il Signor Vio estensore di questo articolo di denuncia.
    Anch’io credo che il sindacato, lungi dal fare l’interesse dei lavoratori sia, come è stato definito, “L’altra Casta” che ha contribuito ad aggravare le condizioni degli operai in Italia.

    • Se chiunque, specialmente un sindacalista, mi venisse a dire ““correre” troppo; consegnavo i telegrammi: -”Se corri così -disse- tutti gli altri dovranno adeguarsi al tuo ritmo, datti una calmata” gli risponderei “O ti levi dal caxxo o prendo a calci in culo te e tutti quelli che qui dentro hanno la tessera del tuo sindacato”.

      Vedi che si sarebbero regolati tutti

  3. Franco says:

    Con reperti archeologici, dell’ottocentesco pensiero marxista,(purtroppo non fossili,) tipo “agora”, c’è poco da fare! Non riesco a capire perché i” lavoratori” (le virgolette sono un obbligo) non si creino loro un lavoro. Così non sarebbero più sfruttati! Questi sindacati sono la metastasi del sistema produttivo nostrano. Sono i sindacati del “non lavoro”. Burocrazia improduttiva sulle spalle dei veri lavoratori. Togliamo loro tutti i privilegi paurosi (caf, sostituti d’imposta, bilanci pubblici, “posti ” nelle istituzioni e i 700 mila nullafacenti a spasso) vedremmo il costo del lavoro decrescere immediatamente. Solo premiando il merito (capacità, assiduità e volontà) e quindi disincentivando l’assenteismo, la competitività sarebbe presto raggiunta.

  4. Alberto Pento says:

    … E’ nota, infatti, la tattica di Bill Gates, uno che sa come far crescere un’impresa: Il compito più difficile? Assegnatelo al più scansafatiche, troverà sicuramente il modo di svolgerlo più rapidamente degli altri! …

    Bela coesta!

  5. agora politica says:

    Andiamoci piano con queste idee di cogestione e di attacco ai sindacati, eh?

    La cogestione va affrontata da lavoratori e sindacati forti, non deboli come ora.

    I sindacati sono uno degli ultimi baluardi del lavoro in Italia… non si può lasciare ai capitalisti, che secondo la dottrina marxiana, che noi seguiamo, sono i veri espropriatori – fin nel midollo del loro DNA, la gestione del lavoro in Italia. Con tutto il potere che i capitalisti hanno dimostrato in questi anni, il capitale ci porterebbe alla “fine della storia”.

    Noi lavoratori e precari dobbiamo trattare da posizioni di forza: che rinuncino a qualche piccolissima percentuale del proprio profitto i capitalisti ed i finanzieri! Poi si può cominciare a parlare.

    • FrancescoPD says:

      @agora Stanno così bene in italia gli imprenditori che chiudono e se ne vanno. Diritti acquisiti per tutti, il diritto alla povertà tutti uguali compagni. (in veneto “compagno” si traduce con “uguale”)

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