Cameron oggi dirà: l’Inghilterra potrebbe uscire dalla Ue

di REDAZIONE

La crisi euro-britannica che il premier David Cameron formalizza oggi con l’atteso, anticipato, rinviato e forse maledetto discorso sull’Unione, è la più grave dal giorno dell’adesione di Londra alla Comunità. Mai si era sentito dire, come il primo ministro dirà, che il Paese potrebbe “scivolare verso l’uscita” dall’Ue, per ricordare solo uno dei passi di uno speech capace, crediamo, di offrire anche toni di apertura e di speranza. Parole del genere, al netto dei tatticismi diplomatici, non appartenevano nemmeno al repertorio di Margaret Thatcher, attenta a non porre mai in discussione l’ancoraggio britannico all’Unione. Da allora ad oggi sono mutate molte condizioni, a cominciare dallo scarto generazionale di nuovi leader, liberi dal ricordo della guerra, alieni da ogni ruolo nella costruzione europea. È, soprattutto, cambiato il contesto esterno. La crisi dell’euro ha svelato la fragilità del progetto più avanzato di integrazione e ha consolidato il sospetto, rafforzando, nei britannici, la convinzione di aver scelto bene opting-out dalla moneta unica.
Nasce così l’infinita lista di richieste di esclusione, o di esclusiva protezione, che i deputati Tory euroscettici hanno messo a punto – muovendo dai servizi finanziari, alla collaborazione giudiziaria, dall’agricoltura, all’immigrazione – per forzare il premier a trattare con i partner nuove intese per poi indire un referendum. David Cameron dirà di confidare su futuri negoziati a Ventisette per inserire nei Trattati misure di più avanzata cooperazione che i Paesi dell’eurozona potrebbero volere. In quell’occasione Londra presenterà le sue richieste, invocherà, cioè, la rinazionalizzazione di politiche specifiche per poi sottoporre il new deal anglo-europeo al popolo nella prossima legislatura, quindi non prima del 2015.
Se questa è la strategia di David Cameron, adagiato sulla presunzione – sempre meno probabile – che l’eurozona voglia mettere mano ai Trattati, i rischi che comporta sono enormi. Downing street impugna con grande spregiudicatezza la spada dell’adesione all’Ue per calmare le falangi Tory più insofferenti all’Unione e per rintuzzare l’avanzata dell’Ukip – forza eurofoba dopata dalla crisi della moneta unica – senza rendersi conto che potrebbe portare un Paese inconsapevole verso un destino norvegese. Un fax da Bruxelles detta ad Oslo le misure da adottare, misure che Oslo non ha affatto contribuito a definire. Una prospettiva che il premier paventa, ma che non sembra avere alternative. Se non ci sarà alcuna riapertura dei Trattati, Londra, dovrà flettersi oltre l’immaginabile per ottenere l’ improbabile concessione di opt-out. Esercizi inutili, crediamo, che in caso di fallimento, oltretutto, spalancherebbero la porta al temuto (anche da David Cameron) Brexit.
A complicare e a spiegare, in parte, una strategia politica molto avventata c’è una differenza di fondo rispetto alle passato: dietro gli slogan, oggi, si muove un popolo. Mai come ora c’è consenso nel Regno Unito verso forme di crescente disimpegno europeo. Un consenso che nasce dall’eurocrisi e fiorisce nel disperante – per la straordinaria pochezza vista in scena – dibattito pubblico, dirottato, com’è stato, dai mass media popolari del gruppo Murdoch, ferocemente anti Ue.
Tanto basta per mettere in guardia anche l’opposizione laburista, guidata da un leader più giovane del premier, lontano dall’europassione di Tony Blair. Anche Ed Miliband, infatti, usa Bruxelles come strumento di lotta politica interna. Denuncia gli azzardi di David Cameron, ma si tiene le mani libere da qualsiasi impegno formale: non ha mai voluto dire se e con quali modalità indirà un referendum sull’Unione qualora dovesse andare al governo.
Giochi pericolosi fra due avversari che soltanto leader maturi e avvertiti – dal Tory Michael Heseltine al Labour Peter Mandelson – cercano di frenare. Con scarso successo, in verità, nonostante la benedizione dell’amministrazione Obama, nonostante gli appelli incessanti dell’impresa britannica. Lo psicodramma di un Brexit per caso più che per convinzione, per scarsa conoscenza più che per ponderata riflessione, prende così forma sotto gli occhi del mondo, sorpreso dalla prospettiva di un’isola alla deriva. Isola perduta fra quei due continenti, America ed Europa, che un tempo pensava di unire.

FONTE ORIGINALE: www.ilsole24ore.com

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

One Comment

  1. Federico says:

    Meno male,,… era ora … più che danni non hanno fatto… e sono un paese fallito.
    Gli Inglesi hanno sempre appoggiato gli attacchi americani all’ euro… che vadano a quel paese.

Leave a Comment