TUTTI I COLORI DEL CALCIO, TRA STORIA ED ARALDICA

di REDAZIONE

Suona strano che la nostra rivista si possa occupare di calcio ma lo fa – in via eccezionale – per due validissimi motivi: perchè tutto quello che scrive Sergio Salvi (qui in coppia con un giovane collaboratore) è interessante e bello da leggere e perché questo libro contiene una serie straordinaria di informazioni e riflessioni storiche che travalicano abbondantemente i confini della materia cui è formalmente dedicato. Salvi riesce a mettere la sua passione autonomista in tutto quello che fa, provoca emozioni in tutto quello che scrive anche su un argomento come il calcio, che appassiona metà della gente, annoia l’altra metà e fa girare le palle a una disperata minoranza.

Il modo migliore per recensirlo è farne leggere un lungo brano (che pubblichiamo per concessione dell’autore che, ovviamente, ringraziamo), dedicato a raccontare la storia di una squadra “di frontiera”, della Triestina, nella quale si ritroveranno mille suggestioni storiche e identitarie, e si potranno fare sia grasse risate che tristi considerazioni sul patriottismo burocratico (e calcistico) italiano.

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Fra le mille straordinarie notizie e trovate del libro, vale la pena di segnalarne due. La prima riguarda la notizia – sconosciuta ai più – che il color carota dell’omonimo vegetale è il risultato di una lunga serie di esperimenti genetici fatti dai devotissimi sudditi olandesi in onore della dinastia degli Orange. Conclude impietosamente l’autore: “Nessun contadino italiano ha mai prodotto una rapa azzurra in onore dei “suoi” Savoia”. Maggiore pietà e indulgenza mostra invece il Salvi nella seconda delle nostre citazioni, quando sorvola con eleganza e immeritato affetto sulla foggia e sui colori della nazionale padana. Con vero patriottismo.

I COLORI NAZIONALI

Le nazionalità del calcio e la città di Trieste

I club sono le cellule vive del corpo del calcio: un gioco collettivo nel quale i singoli giocatori contano solo in quanto membri di una squadra (anche se con la loro abilità individuale contribuiscono alle vicende di questa squadra in maniera spesso determinante).

Il grosso pubblico stravede per i calciatori più bravi e li idolatra: anche se questi cambiano spesso, a causa delle vicende di mercato, squadra e casacca. I tifosi più consapevoli sostengono però, in proposito, magari a malincuore ma saggiamente, che «i giocatori cambiano mentre le squadre restano»: e, per quanto li riguarda, restano affezionati, nonostante tutto, ai loro club (spesso zeppi di calciatori di ogni nazionalità) e ai loro colori «chiunque li indossi».

Molti tifosi passano addirittura dall’amore all’odio nei confronti di chi cambia casacca, che viene tacciato di traditore e di “infame”.

Il mondo ufficiale del calcio, che è sostanzialmente quello dei club, è però frequentato anche da squadre che non sono di club: e indossano anch’esse casacche colorate. Ai colori “sociali” (in quanto fatti propri dalle società sportive) si affiancano infatti, sui campi di calcio, anche se da minor tempo, i colori “nazionali”, indossati da squadre formate da giocatori della stessa nazionalità reclutati “per merito” (con una selezione del tutto discrezionale) all’interno dei club affiliati alle diverse federazioni “nazionali” affiliate a loro volta alla FIFA. Scopo di questa selezione è l’intento di rappresentare al meglio, anche se con i piedi, una “nazione” (termine di per sé storicamente e semanticamente ambiguo). La vita agonistica di queste squadre è comunque sporadica e il calendario delle loro esibizioni è studiato in modo da non arrecare soverchio disturbo alla vita anche economica dei club, che restano la spina dorsale del calcio, nonostante si proclami ad altissima voce la preminenza assoluta degli “interessi nazionali” anche in questa attività non proprio

indispensabile per la dignità di uno Stato. Ciò provoca un comportamento che potrebbe essere definito “ipocrita” in quanto passa sopra ad esigenze contraddittorie con una sorta di compromesso patriottico che le annebbia senza risolverle: anzi, aggravandole.

Abbiamo già detto come l’esistenza delle squadre “nazionali” presupponga l’esistenza di un calcio divisibile per nazionalità: principio accettato spesso con entusiasmo dalle masse e dai loro aurighi ma contestato da alcuni teorici di questo sport-spettacolo con argomenti seri e storicamente fondati.

Il principale di questi argomenti è relativo al riconoscimento e alla legittimazione delle nazionali stesse, affidato esclusivamente alla FIFA. Se il calcio, per molti aspetti, è una sorta di religione laica ma non troppo, con le sue liturgie e i suoi paramenti, i suoi fedeli e i suoi fanatici, i suoi teologi e i suoi santi, la FIFA è la Chiesa che lo regola e lo rappresenta agli occhi del mondo in maniera inflessibile.

La FIFA soffre, nel proprio riconoscimento delle nazionali, di una contraddizione di fondo: da una parte riconosce come tali, ed è la sua regola generale, le rappresentative dei singoli Stati; dall’altra considera tali alcune rappresentative che si rifanno a “nazioni senza Stato” come, ad esempio, la Scozia e il Galles le cui federazioni sono del resto sorte prima di lei. Una seconda contraddizione deriva dal fatto incontestabile che gli Stati sono entità spesso labili e vanno e vengono durante la storia: anche durante la storia, così recente, del calcio e della stessa FIFA. Gli imperi che ancora negli anni dieci del XX secolo facevano capo a Vienna e a San Pietroburgo non ci sono più. E non ci sono nemmeno più le posteriori URSS, Cecoslovacchia e Jugoslavia sorte sulle loro ceneri: alloro posto ci sono invece, oggi, 23 “nuove” nazioni e 23 “nuove” nazionali tutte omologate dalla FIFA. Questa seconda contraddizione di fondo genera paradossi. La nazionalità, nel calcio, è in molti casi un concetto troppo elastico per essere preso sul serio. Troppi calciatori hanno cambiato nazionalità nel giro, si può dire, di un’ora. Senza contare il numero imponente di “oriundi”, di “naturalizzati” per meriti speciali e di cittadini “d’oltremare” che “gonfiano” quelle nazionali che hanno mantenuto un riferimento territoriale stabile. Si fa infatti parte di una nazionale secondo il criterio burocratico della cittadinanza, concessa con larghezza e per calcolo da ogni singolo Stato.

Uno di questi paradossi è offerto, su un piatto di argento, per rimanere in Italia, dalle vicende del calcio triestino. Quando nacque la federazione calcistica italiana, Trieste era la terza città, per importanza, dell’impero austro-ungarico e il primo porto di quell’impero: era anche il secondo porto del Mediterraneo, subito dopo Marsiglia e prima di Genova. Era una città multietnica e cosmopolita nella quale la maggioranza degli abitanti aveva preso l’abitudine di considerarsi culturalmente italiana, ma dove le minoranze apparivano assai consistenti, soprattutto quella slovena.

C’erano anche austriaci di lingua tedesca nonché ungheresi, ebrei, croati, serbi, greci, albanesi, perfino armeni. La città era poi accerchiata da una campagna compattamente slovena. Notevole vi appariva anche la colonia dei sudditi di Sua Maestà britannica; che annoverava fra le sue file James Joyce, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Viveva in quegli anni a Trieste anche un grande scrittore in lingua italiana, Italo Svevo. Ma era uno pseudonimo: il suo cognome reale, Schmitz, testimoniava la sua estraneità alla “italica stirpe” anche se non alla città giuliana.

Nel 1907, un gruppo di residenti britannici, supportato da alcuni appassionati locali, tra i quali quell’Emil Arnstein che avrebbe dato vita due anni dopo al Bologna, vi fondò un club di calcio cui venne dato il nome di Black Star FC e che venne affiliato, secondo la prassi, alla federazione austriaca, nata appena nel 1904. Quando questa federazione indisse i suoi campionati “nazionali” (1911) il Black Star vi partecipò con un certo successo. Tutto regolare: Trieste era, di fatto e di diritto, una città austriaca. il regno d’Italia però ne rivendicava la sovranità, per ragioni culturali e geografiche non infondate, sia pure in maniera diplomaticamente soft: non così l’opinione pubblica italiana che faceva della “redenzione” della città uno dei suoi cavalli di battaglia con un comportamento decisamente hard. Non è un mistero il fatto che la linea franca della città fosse ormai un tipo particolare di italiano dall’impronta veneta, che nel corso del XIX secolo aveva sostituito il dialetto autoctono di tipo retoromanzo che gli studiosi chiamano “tergestino”. Per questa ragione, il Black Star impiegava come lingua di servizio l’italiano: l’idioma “ufficiale” della marina austriaca era, del resto, proprio l’italiano (o meglio: il veneto) in quanto i suoi marinai non provenivano certo dalla Boemia o dal Vorarlberg e lo Stato austriaco riconosceva ormai per legge le lingue di tutti o quasi i popoli che, lo componevano e riservava il tedesco alle relazioni internazionali e alle comunicazioni intrastatali di alto livello.

Fu la prima guerra mondiale a complicare le cose. L’Italia, alleata con l’Austria e la Germania nella Triplice Alleanza, compì un rapido voltafaccia ed entrò in guerra contro l’ Austria al fianco dell’Intesa (Francia e Regno Unito) che le aveva promesso Trieste in caso di vittoria. Gli eventi bellici portarono, nel 1918, all’occupazione di Trieste da parte dell’esercito italiano. Le autorità di occupazione negarono al Black Star, in letargo per cause belliche, il permesso di ricostituirsi e “inventarono” al suo posto un nuovo club cittadino “di sicuri sentimenti italiani”, la Triestina, ottenuto con la fusione di due piccoli club esistenti, il pancittadino Trieste FC, i cui dirigenti erano irredentisti smaccati, e il CS Ponziana, espressione calcistica, fino dal 1912, del quartiere operaio di San Donato dove era particolarmente forte la comunità slovena, e appariva politicamente agnostico: nacque così la US Triestina, che adottò una casacca rossa, come il campo dello stemma municipale, e si appuntò sul petto l’alabarda bianca che era la figura di quello stemma (il poeta triestino Umberto Saba dedicherà una celebre poesia ai «rosso alabardati» dotandoli di un affascinante alone letterario). Il Ponziana giocava invece con una casacca bianca attraversata da un palo azzurro, di cui ignoriamo le motivazioni. Forse era la solita metafora del mare: il colore dei flutti e quello della cresta dell’onda.

Nel 1920, Trieste fu ufficialmente assegnata al regno d’Italia e la Triestina si affiliò, sempre secondo la prassi, alla FIGC cominciando a disputarne i campionati minori: i triestini, fino allora cittadini austriaci, erano diventati di colpo tutti cittadini italiani, compresi i giocatori di calcio. Una piccola porzione del mondo del pallone cambiò così nazionalità. Quell’anno stesso, il Ponziana fuoruscì dalla Triestina e riprese la propria indipendenza societaria, iscrivendosi a sua volta alla FIGC e partecipando ai suoi campionati. Il fascismo non vide di buon occhio questa scissione e cercò di imporre la riunificazione del calcio triestino sull’esempio di quanto avveniva, su sua ispirazione, nelle altre città italiane. Ma la Triestina, al pari del Genoa e della Lazio, fu paradossalmente irremovibile e rifiutò. Il Ponziana accettò invece di fondersi, nel 1928, con alcuni club minori come l’Edera e, nel 1930, il gruppo sportivo dei cantieri navali San Marco: questo evento lo fece diventare la squadra prediletta dai numerosi portuali (e i portuali erano piuttosto tiepidi col regime e con lo Stato italiano in quanto il porto era entrato in crisi proprio in seguito alla perdita del ricco entroterra che lo aveva reso così prospero ai tempi dell’Austria felix). Nel 1931 il Ponziana, che era diventato prima ASPE e poi Esperia, sempre orgogliosissimo, riprese il suo nome originario.

La Triestina, intanto, aveva scalato i campionati italiani passando di categoria in categoria fino ad arrivare alla Prima nel 1926.

Il campionato italiano 1928-29, propedeutico alla istituenda Serie A, vide così la Triestina ammessa al girone A della Divisione Nazionale. La Triestina giunse purtroppo nona nel suo girone quando era previsto che la Serie A venisse formata con le prime otto squadre di ognuno dei due gironi. li girone B vide però Lazio e Napoli appaiate all’ottavo posto con lo stesso punteggio. La FIGC, sollecitata da partito e governo, decise di promuoverle entrambe e così facendo varò una Serie A a diciotto squadre promuovendo anche la Triestina «per meriti patriottici»: la città giuliana era un simbolo del riscatto nazionale in quanto era stata «liberata dal giogo austriaco» appena da una decina di anni e “meritava” la Serie A.

Per la stessa ragione, due anni dopo sarà riammessa alla Serie B la Fiumana, appena retrocessa sul campo.

L’italianità legale di Trieste venne però rimessa in gioco in occasione della seconda guerra mondiale. Furono dapprima i tedeschi, durante la fase finale del conflitto, ad occupare la città per difendere la frontiera orientale dalla minaccia dell’esercito partigiano jugoslavo (il regno d’Italia era improvvisamente uscito dall’Asse ed aveva paradossalmente dichiarato, fuori tempo massimo, guerra alla Germania). Nel 1945, gli jugoslavi vittoriosi occuparono Trieste ma la dovettero abbandonare su sollecitazione degli anglo-americani che ne presero possesso. La città, con i suoi ampi dintorni, venne costituita dagli Alleati in “territorio libero” e l’Italia ne perse la sovranità. Questo territorio venne suddiviso in due zone: la più piccola, con la città, fu amministrata dagli Alleati; la più grande dagli jugoslavi, che erano, si perdoni il bisticcio, alleati degli Alleati. Anche se nel 1954 la zona A verrà affidata all’amministrazione fiduciaria italiana, gli abitanti della città (austriaci fino al 1920 e italiani fino al 1945) erano diventati soltanto cittadini triestini. La Triestina, che aveva ripreso le proprie attività, continuò a giocare nel campionato italiano nonostante la città fosse stata sottratta alla sovranità di Roma, senza che la FIFA mostrasse di essersene accorta.

Nel territorio ex-italiano passato definitivamente alla Jugoslavia, club come la Fiumana e il Grion Pola fecero la stessa fine che le autorità italiane avevano riservato al Black Star di Trieste nel 1918: vennero dissolti e sostituiti da club “di fede jugoslava”: il Rijeka e l’Orient a Fiume e l’Istra Pula a Pola.

Nel 1946 avvenne un colpo di scena: la stragrande maggioranza dei soci e dei giocatori del Ponziana formò un nuovo club, gli Amatori Ponziana, e si iscrisse al campionato jugoslavo, dietro suggerimento (e finanziamento) del governo di Belgrado, che non aveva rinunciato alle sue mire di ottenere Trieste e aveva deciso di servirsi del club come “quinta colonna” calcistica e veicolo privilegiato di propaganda. Mentre due terzi dei tifosi triestini continuò a sostenere la Triestina, un terzo almeno di loro si schierò con gli Amatori Ponziana, iscritti d’ufficio alla federazione jugoslava, nei quali si riconobbero i portuali e la minoranza slovena della città. I media italiani decisero di ignorare questa doppia realtà imbarazzante e dedicarono la loro attenzione soltanto alla Triestina. La FIFA, in sonno per le vicende belliche, ignorò del tutto questa situazione (Italia e Jugoslavia ne erano entrambe membri). Da un punto di vista cromatico va notato che tanto la rappresentativa nazionale italiana quanto quella jugoslava avevano quale colore l’azzurro: uno dei paradossi dell’omocromia.

Trieste si ritrovò con due squadre che giocavano al massimo livello in campionati di Stati diversi e appartenevano a federazioni nazionali diverse: la città si trovò pertanto ad ospitare in contemporanea partite di cartello come Triestina-Juventus e Amatori Ponziana-Stella Rossa di Belgrado. Ma le cose si misero subito male, sul campo, per la Triestina. Nel campionato italiano di Serie A 1946-47, a venti squadre, i rosso-alabardati si classificarono ventesimi, cioè ultimi. Avrebbero dovuto retrocedere, sorte prevista per gli ultimi tre classificati, proprio mentre gli Amatori Ponziana stavano ottenendo un certo successo nel campionato jugoslavo. L’opinione pubblica italiana si mobilitò in favore di una città che considerava un lembo della patria da redimere per la seconda volta e della sua squadra di calcio. La FIGC decise allora di salvarla «per meriti sportivi» (cioè “patriottici”) e deliberò, per l’anno successivo, un campionato anomalo a ventuno squadre, formula quanto mai cervellotica ma necessaria per mantenere la Triestina in Serie A. Fece dunque retrocedere soltanto il Brescia (che era arrivato diciottesimo) e il Venezia (diciannovesimo), passando sopra ai meriti patriottici di due città che erano state benemerite protagoniste del Risorgimento (durante il quale Trieste era apparsa un po’ latitante.

L’anno successivo, la rottura di Tito con l’URSS e il bisogno disperato della Jugoslavia di stabilire buoni rapporti anche economici con l’Occidente e con la confinante repubblica italiana, portò a un brusco cambiamento della sua politica anche in campo sportivo. Gli Amatori Ponziana furono la vittima designata di questo cambiamento. I finanziamenti di Belgrado cessarono all’improvviso così come ogni appoggio politico e mediatico. La squadra, per sopravvivere, tornò “italiana”, riprese il nome di Ponziana tout court, riunificandosi con quella minuscola parte della società che aveva rifiutato la svolta del 1946. Si reiscrisse alla FIGC, che fu magnanima e la riammise nei suoi ranghi facendole pagare una modesta gabella: la squalifica di sei mesi per tutti quei calciatori che avevano giocato nel campionato jugoslavo. Intanto la Triestina, foraggiata “alla jugoslava” da Roma, giunse seconda nel campionato 1947-48 cui era stata così artificiosamente riammessa. La sua fortuna calcistica durò poco: i finanziamenti romani cessarono e il club dovette assistere a un progressivo e inarrestabile declino sportivo.

Nel 1964, in seguito a un accordo politico, Trieste, con la zona A, ritornò italiana a tutti gli effetti (e la zona B divenne jugoslava).

AUTORI: Sergio Salvi e Alessandro Savorelli; TITOLO: Tutti i colori del calcio. Storia e araldica di una magnifica ossessione; EDITORE: Firenze: Le Lettere, 2008; PAGINE: 225 pagine; PREZZO: 19 euro

 

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