Btp Italia, altro che successo: il vero incesto fra governo e banche!

di CHRIS WILTON

Un successone. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiuso in anticipo la quarta tranche del Btp Italia dopo che lunedì, prima giornata di offerta, la raccolta è stata di quasi 9 miliardi. Insomma, sul mercato obbligazionario c’è fiducia nell’Italia. O, almeno, in un’Italia stragarantita e blindata. Sotto l’aspetto puramente pratico, infatti, il Btp Italia in emissione conserva le caratteristiche dei precedenti: durata quadriennale, indicizzazione all’inflazione italiana (l’indice Foi senza tabacco rilevato dall’Istat che a marzo ha registrato una crescita tendenziale annua del’1,6%), premio di fedeltà dello 0,4% per le persone fisiche che lo acquisteranno in collocamento e lo manterranno fino a scadenza (22 aprile 2017). Il livello minimo di rendimento reale (al quale andrà aggiunta l’inflazione per determinare via via il valore delle cedole semestrali che si incasseranno ) è stato fissato venerdì scorso al 2,25% ed è probabile a questo punto che venga confermato al termine del collocamento, vista la domanda da parte degli investitori.

Sarà per questo che i due principali fondi obbligazionari al mondo, Blackrock e Pimco, hanno gentilmente declinato l’offerta? Il problema, poi, al netto dell’entusiasmo del Tesoro, è che l’Italia ha bisogno di emettere debito a lungo termine, dieci e magari quindici anni, spalmare le scadenze che fino ad oggi non hanno proprio infiammato l’entusiasmo degli investitori, soprattutto l’emissione 2028. Direte voi, meglio guardare il bicchiere mezzo pieno: e avete ragione. Peccato che a volte questa logica, permetta a chi vuole risparmiare sulle bevande di farla franca. A chi mi riferisco è presto detto, le banche, motori immobili del miracoloso spread inchiodato a quota 300-310, nonostante la paradossale e senza precedenti impasse politica italiana. «Se le banche in alcuni Paesi non prestano a tassi ragionevoli, le conseguenze per l’Eurozona sono gravi», ha tuonato lunedì da Amsterdam, il governatore della Bce, Mario Draghi, sempre più giustamente ossessionato dalle distorsioni nella trasmissione del credito tra le varie aree dell’eurozona, ovvero Paesi core inondati di liquidità a costo zero e Spagna e Italia in piena restrizione del credito e con le Pmi ormai alla canna del gas. Per Draghi «è particolarmente sconcertante che le piccole e medie imprese soffrano più delle grandi aziende, dato che fanno i tre quarti dell’occupazione. La Bce non può e non vuole sovvenzionare banche insolventi», ha proseguito Draghi, spiegando che il sostegno in liquidità accordato alle controparti bancarie «non è e non dovrebbe essere un sostegno di capitale». Allo stesso modo, ha detto, nel contrastare i rischi di ridenominazione sui titoli di Stato «non possiamo e non vogliamo sovvenzionare i governi dell’Eurozona».

Ora, queste parole vanno sapute leggere bene, tra le righe. E hanno un significato soltanto: sta saltando tutto. Perché quando a fare certi discorsi è il governatore della Bce, ovvero l’uomo che si è inventato due aste da 1 triliardo di euro per tre anni all’1%, affinché le banche comprassero debito sovrano e calmassero gli spread (non potendo farlo la Bce, per statuto e opposizione della Bundesbank), vuol dire che conosce cose e numeri che noi non conosciamo. E che al netto di tutti gli artifici finanziari, non ha una sola ricetta valida per spezzare la vera ragione della crisi dei cosiddetti “Paesi periferici”: finché il costo per il finanziamento delle Pmi sconterà uno spread di oltre 300 punti base tra Germania o Francia e Italia o Spagna, il recupero della competitività è soltanto una pia illusione. E questa è la realtà, stando proprio a dati della Bce su finanziamenti a 5 anni sotto il milione di euro nell’eurozona. Una conferma giunta ieri anche dalla direttrice generale di Confindustria, Marcella Panucci, nel corso dell’audizione sul decreto legge sui debiti delle Pa presso le commissioni speciali di Camera e Senato in seduta congiunta nella sala del Mappamondo a Montecitorio: «L’Italia é in emergenza liquidità e sta subendo gli effetti di quella che può essere considerata la terza ondata di credit- crunch, dopo quelle del 2007-2009 e quella del 2011-2012». Nella relazione presentata da Panucci alle Commissioni, Confindustria sottolinea poi come la scarsità di fondi contribuisca ad incrementare i fallimenti delle imprese, di fatto raddoppiati nell’arco di cinque anni: i fallimenti, infatti, «sono stati 3.596 nel 4° trimestre 2012 contro i circa 1.800 nel 4 trimestre del 2007». Le banche, dal canto loro, rispondono con dati altrettanto allarmanti alle critiche sia degli imprenditori, che dei regolatori come Draghi.

Guardate questo grafico, ci mostra come dal 2007 in poi, le sofferenze bancarie per gli istituti europei siano continuate a salire drammaticamente: a fronte di un decremento di prestiti all’economia reale del 3%, le sofferenze sono cresciute del 150%, raggiungendo i 308 miliardi in termini assoluti. Inoltre, a fronte delle richieste dell’Eba in vista degli stress test, le banche europee si sono garantite un aumento del 30% della ratio di capitale tagliando tutti gli assets visti come rischiosi: non i derivati, state tranquilli ma i prestiti alle imprese. Il grafico ci dimostra, asetticamente, la variazione della media delle sofferenze tra il 2007 e il 2012: continuano a crescere e il sistema bancario italiano non sta affatto bene da questo punto di vista. Ora, una volta che la bolla dei prezzi degli assets comincia a flettere, l’effetto cuscinetto sui conti sparisce e restano le sofferenze: con o senza ciclo del credito boom della Bce, la quale non può espandere ancora più di tanto il suo bilancio.

Quindi le banche fanno bene a non prestare soldi alle imprese? No, le banche dovrebbero prestare alle imprese – anche attraverso la certficazione del credito, magari eliminando quelle clausole usuraie che vigone rispetto ai crediti vantati verso la Pubblica Amministrazione tanto di moda in questo periodo – e smettere di fare due cose: investment banking per garantire bonus ai manager facendo la banca d’affari e non commerciale e comprare debito per tenere buono lo spread al governante-amico di turno (ogni riferimento al governo Monti non è casuale). Al netto del rispetto che si deve ad analisti, broker e trader, le aste del Tesoro vanno bene per un solo motivo: le banche italiane stanno comprando titoli di Stato come non ci fosse un domani, altro che scenario politico rasserenato. E lo fanno sia perché non hanno ancora restituito alla Bce i soldi delle due aste LTRO, sia perché quei pezzi di carta servono proprio per essere utilizzati come collaterale presso l’Eurotower per farsi finanziare ancora e ancora. Basta leggere il bollettino di Banca d’Italia della scorsa settimana e guardare questo grafico: a febbraio, le detenzioni di debito italiano da parte di banche del Belpaese è salita al massimo storico, qualcosa come 351,6 miliardi di euro. D’altronde, perché non farlo: su alcune scadenze, anche brevi, esiste ancora un margine di carry trade rispetto all’1% a cui si sono presi in prestito soldi dalla Bce e, soprattutto, l’Eurotower valuta il debito italiano come “cash good collateral”, ovvero garanzia eligibile per i programmi di finanziamento, ordinari e straordinari. Quindi, le banche fanno le brave con il governo Monti, che come sempre continua a tutelarle, gli tengono basso lo spread così a Bruxelles sono contenti e nel frattempo si abbuffano di carta emessa dal Tesoro per farsi finanziare dalla Bce e imbellettare bilanci e cap ratio, di fatto facendo fessi anche gli azionisti e il mercato. Nel frattempo, le Pmi muoiono di crediti inesigibili e gli imprenditori di disperazione. E quando l’inserto economico del lunedì del Corriere della Sera, pubblica come editoriale un pezzo di Salvatore Bragantini dal titolo “Banche popolari: cambiare non è un optional”, nel quale si mette in discussione con capziose argomentazioni il nodo dirimente del voto capitario e quindi dell’assetto da public company, significa che le manovre di riposizionamento nella galassia bancaria italiana sono in pieno svolgimento, parallelamente a quelle politiche. L’arrivo al Colle di Giuliano Amato, in tal senso, sarebbe la ciliegina sulla torta. Questa volta però le banche del territorio, quelle dell’ultimo miglio che ancora un pochino finanziano la piccola e media impresa, potrebbero rimetterci l’osso del collo e venire divorate. Altro che successo del Btp Italia…

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4 Comments

  1. gastone says:

    e verissimo l’oligarchia usuraia e i suoi picciotti,gli stati sovrani” non possono fallire..almeno non prima averfatto fallire tutti quelli che ci credono, poi verrà il loro turno e il reset sarà completo.

    sciocchi non vi basta una vita per imparare quello che un burattino di legno imparò con una sola esperianza.

    il gatto e la volpe sono entrambe in bancarotta da almeno 20 anni.

  2. Albert Nextein says:

    I fuori di testa e ignoranti sono i clienti giusti per questa spazzatura finanziaria nazional popolare.

  3. ingenuo39 says:

    Domanda: se i BTP emessi dallo Stato, li acquistano solo le nostre banche, queste ultime come fanno poi ad avere liquidità per finanziare le nostre imprese? Forse sono troppo ingenuo per ottenere una risposta seria? Scusate.

  4. Maciknight says:

    Conclusione: il paese è fallito, come diciamo da anni, ma anziché portare i libri in tribunale forniscono estrapolazioni mediatiche per trame da fiction e teatrino della politica, per coloro che ancora si bevono la storiella del bicchiere mezzo pieno e che gli stati e le grandi banche non possono fallire

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