Bruno Galli: l’Europa è nata morta, il regionalismo pure. Non ci resta che la macroregione

 di Andrea Cocciagalli
Questi sono i mesi più complicati per l’Europa, messa sotto pressione dalla crisi economica che rischia di farla implodere da dentro, ma anche dalla drammatica ondata di profughi che sta mettendo a rischio il trattato di Schengen. Un presente che è molto diverso da quello che ci si aspettava qualche decennio fa, quando l’Europa veniva pensata e progettata come Superstato ottenuto dalla somma degli Stati europei. Un presente che sconta probabilmente il declino proprio di quelle unità minime che stavano alla base dell’intera costruzione europea, gli stati nazione, organismi politici che già alla nascita dell’idea di Europa unita erano già in crisi, superati dallo sviluppo economico e dall’arrembante globalizzazione.

«Costituire l’Europa come un superstato ottenuto dalla somma degli Stati nazione è stata una scommessa azzardata con la Storia», dice a Linkiesta Stefano Bruno Galli, professore della facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, esperto di federalismo e consigliere regionale della Lombardia per la lista Maroni Presidente, che continua: «È una scommessa persa, e lo è per la semplice ragione che tutti gli studiosi, già all’epoca — diciamo negli anni 50 — certificavano la fine della forma Stato. Capiamo bene che costruire il futuro di un Superstato su un’unità minima in via di decesso è un problema, e infatti l’Europa così come la conosciamo possiamo dire che è nata morta».

L’Europa che abbiamo di fronte è l’espressione di che idea?
L’Europa con cui facciamo i conti oggi si è costruita su un’ottica funzionalista, quella di Jean Monnet,un’idea semplicemente economica e per niente politica che ha prodotto l’Europa dei burocrati e dei tecnocrati, della finanza e delle lobby. È l’idea deteriore di Europa, quella con cui facciamo i conti oggi, che sta diventando soverchiante e che è prossima al collasso. È un’Europa gelida.

È possibile ricostruire un’Europa calda?
Sì, è grossomodo dal 2006 che in Europa si sta ragionando in termini di grandi strategie macroregionali mettendo insieme, per esempio, la macroregione del Baltico, quella transdanubiana, quella alpina e quella adriatica.

Che cosa sono queste macroregioni?
Il concetto è cogliere quegli aggregati di natura economico-produttiva e sociale, che possano stare insieme. Il senso delle strategie macroregionali è proprio questo, non significa creare un nuovo soggetto istituzionale che si aggiunga all’esistente. Queste strategia significano politiche coordinate su degli asset e in alcuni settori chiave dell’economia che rendono i territori in questione omogenei.

Che vantaggio avrebbero?
Il vantaggio primario di queste alleanze strategiche macroregionali è quello di negoziare direttamente con Bruxelles senza passare per i parlamenti dei singoli Paesi. La rifondazione e il futuro dell’Europa passano necessariamente da qui. Prendiamo l’esempio della macroregione Alpina, che parte dal presupposto di superare gli Stati nazionali prendendo quello che per secoli è stato simbolo di divisione e frattura — le Alpi — e trasformandolo in elemento di unione. Perché le condizioni geomorfologiche che si trovano a Nord e a Sud del versante alpino sono le stesse, le popolazioni che ci abitano hanno dovuto fare i conti con gli stessi problemi. La macroregione alpina conta circa 76 milioni di abitanti, e circa il 40-50% del settore manifatturiero d’Europa, rappresentando una parte importante del PIL europeo. Questo percorso va in direzione della costruzione di un’Europa vera, in questo senso “calda”, costruita sulle popolazioni, sulle comunità territoriali, sulla geografia umana e non su queste costruzioni ormai fuori dal tempo che sono gli Stati Nazione, del tutto inutili nei tempi nuovi della politica e del potere.

A livello pratico come si fa? I parlamenti stati nazione possono votare il proprio scioglimento?
La domanda è molto pertinente, ma il discorso di fondo non è che vivremo un passaggio dall’oggi al domani, ma che queste strategia macroregionali prenderanno sempre più piede, andranno sempre più incontro alle istanze nuove dei territori e a un certo punto assisteremo a una progressiva esclusione degli stati nazionali che ora compongono l’Europa. A un certo punto le contrattazioni su determinate politiche e strategie non passeranno più per gli Stati, a cui a un certo punto non resterà che prendere atto della situazione e della mutazione dello scenario e che, progressivamente, si ridurranno sempre di più a enti di coordinamento.

Quindi si va verso un modello pluricentrico?
Da questo punto di vista Gianfranco Miglio aveva ragione, perché in qualche modo questo assetto macroregionale aprirebbe la strada a una Europa dalle tante capitali, che non vuol dire soltanto le Roma, le Parigi e le Berlino, ma vuol dire anche le Milano, le Monaco, le Lione e via dicendo: l’Europa delle grandi città che avranno il ruolo di epicentro di queste strategie macroregionali.

Una dinamica interessante, che fa confluire globalizzazione e localizzazione…
Sì, certamente, ma scondo me bisogna andare oltre all’approccio del cosiddetto “glocal”, che poteva andare benissimo ed è stato perfetto fino all’altro ieri. Ora credo che si debba interpretare in maniera più alta interpretando per esempio quello che il sociologo Aldo Bonomi mette a fuoco come dicotomia flussi-luoghi, i flussi della globalizzazione e la loro declinazione locale. Questa è la chiave del presente e del futuro. Ora il problema è capire che, dal punto di vista delle politiche pubbliche, tutto ciò si dovrebbe tradurre nel riconoscere i più ampi margini di autonomia ai territori per renderli in grado di giocarsi la loro partita sul terreno dell’economia internazionale.

E da questo punto di vista come valuta la riforma costituzionale in discussione in questi giorni in parlamento?
Credo che, al di là di ogni possibile perplessità di tipo tecnico, sia prima di tutto anti storica. Nel momento in cui in tutto il mondo si sta procedendo nella direzione di concedere sempre più autonomia e spazio di manovra ai territori, questa riforma va esattamente dall’altra parte. E poi è una riforma che prende il via dagli scandali, ma non si è mai visto nel pensiero politico moderno che scandali come quelli che hanno coinvolto le regioni in Italia abbiano comportato una revisione costituzionale. Le riforme si fanno perché si devono fare, non perché c’è qualche cialtrone che ha rubato.

Perché in Italia non ha mai funzionato il regionalismo?
Perché i processi di decentramento che sono avvenuti nel corso degli anni sono stati innestati su un impianto, quello della Costituzione, che è fortemente centralista. Sono stati decentrati dei poteri ma non si è regionalizzato lo Stato. E, contemporaneamente, non si sono regionalizzati i partiti, che sono i veri detentori del potere politico e che sono rimasti sempre i partiti di Roma — e non per usare un vocabolario veteroleghista — difatti le sedi romane, dal Nazareno a Botteghe Oscure, sono sempre state l’epicentro del potere politico. Non sono mai state create delle classi politiche di autentica espressione regionale, perché la regione è sempre stata considerata la penultima tappa prima di arrivare a Roma, si partiva dal consiglio comunale, si passava da quello provinciale, poi da quello regionale e poi in Parlamento a Roma. Per questo fallisce il regionalismo in Italia, non per colpa di quattro mascalzoni, che fanno solo parte della varietà umana.

(da linkiesta.it)

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One Comment

  1. caterina says:

    anche a sentire l’ultimo intervento di Napolitano ad un congresso mi sembra che aveva per tema la giustizia, sembrava che parlasse in maniera aulica uno zombi, del tutto distaccato e lontanissimo da una presa d’atto del fallimento in senso dell’inutilità del mostro burocratico che è diventata l’Europa… il chiodo fisso di riferimento è sempre stata l’URSS senza mai accorgersi che oggi non esiste più ed è diventata un’altra cosa… anche sotto il profilo dell’efficacia a correnti alternate di quello che a Brussel decidono, ci si rende conto che servirebbe altro…esempio, l’Italia condannata una miriade di volte per la mala gestione della giustizia (e i nostri presidenti ne sono a capo ma mai se ne sono efficacemente occupati) e invece immediatamente efficace nel bloccare i pescatori che si vedono portar via dal mare il pesce ovviamente più abbondante dalle rive opposte… prossimità di bacini e di zone, su questa linea come giustamente afferma l’autore dell’articolo, dovrebbe essere la base di accordi… a Brussel potrebbero aver sedi alti comitati scientifici di vari ambiti cui ricorrere per confermare indirizzi di azioni concordate di sviluppo…
    sempre se si volesse conservare un riferimento comune che sia utile allo sviluppo delle varie zone.

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