BRIC, l’economia rallenta: di Cina e Brasile le frenate più brusche

di MANUEL GLAUCO MATETICH

Anche le economie con la crescita più rapida degli ultimi 10 anni si trovano ora ad affrontare un rallentamento prolungato a causa della crisi dell’euro e di un netto peggioramento dell’economia statunitense. Cina e Brasile sono tra le economie più colpite, con una pesante diminuzione delle esportazioni e una ricaduta dei tagli di spesa della zona euro che incide sulle economie nazionali di questi due Paesi.

Fino a poco tempo, l’economia mondiale ha invocato gli Stati Uniti e le principali economie emergenti ad andare avanti. Secondo l’indice mondiale dei mercati emergenti, un crollo nel mercato globale della produzione delle merci provenienti dai quattro grandi paesi “BRIC” – Brasile, Russia, India e Cina – ha colpito anche il settore dei servizi. Tale analisi ha trovato che le economie emergenti hanno continuato a crescere negli ultimi tre mesi fino alla fine di giugno 2012, ma ad un ritmo molto più lento rispetto al passato. L’indice è scivolato dal 53,6 al 53,0 nel primo trimestre 2012. Tra i quattro grandi mercati emergenti, è risultato che Brasile e Cina hanno rallentato in modo più incisivo la loro produzione rispetto quella di India e Russia.

In entrambi i casi anche se si è avuto un crollo notevole della produzione manifatturiera, questa è diventata l’attività principale di resistenza maggiore. L’aggravarsi della crisi dell’euro ha visto tassi di crescita sviluppati verso il basso, ancora una volta, delle economie dei paesi europei.  Quest’analisi economica arriva prima del rilascio ufficiale dei dati del PIL in Cina, che avverranno il prossimo venerdì, e che prevedono una crescita attorno a circa l’8%. Gli economisti stimano che Pechino abbia bisogno di una crescita di circa il 6% solo per tenere il passo con la sua popolazione in espansione.

L’obiettivo ufficiale che il governo comunista cinese si è posto, è quello di raggiungere almeno il + 7,5% di PIL durante l’anno corrente, ovvero il 2012, ma il brusco rallentamento e la debolezza delle vendite di automobili, della spesa al dettaglio e di altri settori, ha alimentato, negli ultimi mesi, i timori che la crescita potrebbe ridursi ulteriormente rispetto a quanto previsto, causando possibile disordini e violente manifestazioni tra la popolazione cinese. L’inflazione al consumo è scesa ad appena il 2,2% nel mese di giugno, dando così più spazio a Pechino per cercare di stimolare l’economia cinese con minori pericoli di innescare aumenti eccessivi o spropositati del costo della vita, che avrebbero inevitabilmente delle conseguenze politiche alquanto gravi e profonde.

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One Comment

  1. Dan says:

    Beh cosa c’è da stupirsi ? Quando l’economia mondiale è suddivisa in pochi macroterritori rispettivamente esportatori ed importatori, è ovvio che quando non si riesce più ad importare, le esportazioni crollano

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