Brianza, autonoma da Roma per natura. E’ la Brigantia celtica

Monzadi ANDREA ROGNONI* – L’ autonomia della Brianza rispetto al resto del mondo l’ha decretata innanzitutto la natura. Può sembrare
un’osservazione da geografo pedante, ma non si può negare il fatto che tra i laghi e Milano, all’interno della regione insubre, ai nostri occhi è dato di ammirare un grande anfiteatro morenico, dotato anche di sacche di origine alluvionale, che crea una sorta di enclave collinare tra la pianura e la prealpe.

Terre recenti sul piano geologico (si parla di era quaternaria), ma antiche in fatto di civilizzazione. Un clima piuttosto favorevole, caratterizzato da temperature più miti e aria più salubre rispetto alla pianura, portò a insediamenti importanti già nell’epoca preistorica. Ma di una dote ancor più importante, la centralità rispetto all’intera Padania, in relazione soprattutto al traffico proveniente dalla zona posta a nord delle Alpi, si accorsero soprattutto, in epoca altomedievale, i longobardi, che, arrivati dal Nordest a esorcizzare definitivamente il cappio romano dopo Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, due grandi uomini di fede e culto cristiano che avevano battezzato il loro incontro proprio in Brianza, vi costruirono con grande fortuna
le loro ”fare”, clan familiari a base territoriale di cui rimane ancora ampia traccia nella toponomastica briantea . E Teodolinda, l’unica grande regina che la Brianza (e la Padania) abbiano mai avuto, fu la vera fonte del cristianesimo ”germanico“ nel Norditalia.

 

Il carattere della regina, pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi di alto livello morale, simboleggia la caparbietà dei brianzoli in fatto di politica e di religione. La consegna della Sacra Corona ferrea, che la Tradizione vuole contenga uno dei chiodi della crocifissione, da parte della regina al duomo di Monza (servirà tra l’altro in età più recente all’incoronazione di tanti re e imperatori, da Berengario a Napoleone) rappresenta simbolicamente la certificazione di una sovranità di questa terra rispetto a Padania, Italia ed Europa che sembra arrivare direttamente dal cielo. Non è un caso infatti che nella bandiera della Lombardia si voglia ora inserire la corona tuttora conservata nel capoluogo brianteo, a parziale recupero di quella tradizione cristiana che era presente nel vessillo storico della Lega Lombarda, la croce di San Giorgio.

Il rito ambrosiano non attecchì mai nella comunità monzese , a conferma di una diversità di vocazione religiosa rispetto a Milano che è anche un sintomo di orgoglio microetnico. Ma per sentir risuonare per la prima volta il nome Brianza ( da Brigantia, di origine celtica, che significa ”terra dei colli”), al posto del più antico Martesana (da Martericius, proprietario di terre poste vicino a Erba) occorre attendere il 1100. E la terra dei colli visse un basso medioevo
piuttosto convulso, in cui venne coinvolta nelle guerre comunali tra due grandi città del tempo, così vicine eppure così culturalmente lontane, Como e Milano, che usarono la Brianza secondo i rispettivi fini, sino all’atto certamente più grave, che fu la devastazione del territorio posto a nord di Monza compiuta da Ezzelino da Romano, avido capo dei ghibellini italiani.

 

Ma l’autonomia di Monza rispetto al resto dei territori lombardi tornò alla ribalta ai tempi del Barbarossa, il quale considerava una eventuale dichiarazione di guerra alla Brianza come un atto di sfida contro la sua stessa persona. E in Brianza germinarono nuove istanze ideologiche e religiose, come quella eretica dei concorezzesi o la confraternita degli Umiliati, interna alla Chiesa, ma votata a un regime di povertà.

La storia della Brianza moderna rappresenta poi un inno alla prosperità economica e al gusto dell’indipendenza di iniziativa e volontà. Furono
lana e stoffa le protagoniste delle prime industrie brianzole; importante anche la produzione del ferro a Carate Brianza. Il tutto sullo sfondo di un paesaggio
votato all’agricoltura di qualità, dalla vite all’olivo e agli alberi da frutto, senza contare segale ed avena. Presupposti , assieme alla vegetazione più selvaggia e alla bellezza del panorama, della gloriosa villeggiatura di molti nobili e borghesi milanesi di Settecento e Ottocento. Lo sfondo magico del Resegone e della Grigna, la possibilità di rimirare dall’alto il piano lombardo, l’opportunità di mettere a punto stili brillanti e armoniosi giardini,
crearono il privilegio di una enclave anche estetica e architettonica,beatificata nei loro scritti da poeti e narratori di mezza Europa.

Nell’ultimo secolo Monza, assieme alla contigua (ma più ambrosiana) Sesto, diventa polo industriale di prim’ordine. Eppure si guadagna la fama mondiale
solo con le gare di automobilismo, che si svolgono vicino a una Villa, quella Reale, che meriterebbe ben altra valorizzazione culturale e istituzionale. A Desio, Seregno e soprattutto Meda e Lissone è il mobile a farla da padrone, mentre il vimercatese dinelle venta centro residenziale di milanesi stanchi del caos metropolitano. La Brianza, terra verde per eccellenza, si copre di cemento e il suo cuore pulsante, il Lambro, è additato ad esempio nauseabondo di inquinamento.

L’impressione, ancora una volta, è che qualcuno, dal centro della penisola o in nome dell’italianità, decida scelte e ”sviluppi” al posto dei brianzoli,
con una Monza danneggiata da Roma e Milano perfino nel gioco del calcio, nonché costretta a recitare il ruolo della sorella di provincia dotata di mezzi di trasporto lenti e marginali.

 

(da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

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One Comment

  1. Francesco says:

    La Brianza, anche solo quella di vent’anni fa, non esiste piu: cemento ndranghetista sempre piu diffuso, chiese piu vuote e centri commerciali piu pieni, gite in montagna e in bici diminuite a favore di usanze piu italiane come slot machine e balli esotici, ma soprattutto meno brianzoli, le cui forze sono emigrate, sempre piu vecchi e rassegnati, e sostituzione étnica in atto. Un mondo scomparso in un paio di generazioni; vederlo da emigrante e a Natale é triste, ma la colpa e anche nostra, del nostro modo di essere e nella nostra classe dirigente. Siamo morti di brianziolite.

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