Bracalini: Italia nel deserto di uomini e idee anche senza il Covid

di ROMANO BRACALINI – I giornali stranieri sono tornati a descrivere l’Italia come un paese intristito, sfiduciato, caotico e violento; e gli italiani ce la mettono tutta per confermare il quadro. Milano, che un tempo imponeva il suo stile di rigore al paese, ha perduto il ruolo storico di “capitale morale”. Roma, al contrario, ha accentuato il suo carattere burocratico, accentratore e parassitario.

Il New York Time si interrogava come potesse Roma essere rifiorita al tempo del Covid, senza più malavita, borseggi, sporco…

Ha ragione. In Italia tutto vi è precario: dalla sanità ai trasporti. Basta una pioggia ordinaria per bloccare il traffico, inondare la metropolitana che non funziona anche se splende il sole. Roma è lontana dagli schemi di una capitale europea, come Parigi e Londra. Da decenni, ormai, l’Italia è entrata in una profonda crisi morale e istituzionale in cui regole, leggi, educazione hanno perduto ogni significato originario e non c’è più verso di frenare il malcostume dilagante, il disprezzo di ogni convenzione, la brutalità e l’inciviltà della nostra vita associata: basta dare un’occhiata ai nostri giardini pubblici; un ricettacolo di commerci illeciti, di sporcizia d’ogni specie.

Da noi la morale sembrerebbe questa: ciò che non è mio non è di nessuno. Di conseguenza ciascuno fa il proprio comodo. Ogni partita di pallone diventa occasione di violenza fra opposte fazione; solo quando gioca l’Italia il pubblico riscopre la patria. La naturale e forse mitica “gentilezza italiana” è scomparsa del tutto se non è stata inventata dai romantici viaggiatori del passato. L’Italia resta un paese antiquato, incapace di rinnovarsi, con la burocrazia più pletorica e tirannica dopo quella ottomana e sovietica.
Il paese, impreparato e fragile, soccombe alle normali avversità atmosferiche.

Se piove va sott’acqua, se non piove c’è il rischio siccità. Il magistrato del Po a Parma abbonda di tecnici e funzionari della Magna Grecia che prevedono l’alluvione a cose fatte. Non solo stentiamo a diventare un popolo ordinato e civile ,ma restiamo i peggiori nemici di noi stessi. Il mosaico italiano è rimasto quello che è sempre stato: un insieme di popoli rissosi e pavidi.

Ogni regione ha la sua definizione che viene connotata di disprezzo dalla regione vicina, i genovesi avari, i torinesi falsi e cortesi, i vicentini magna gatti. Mino Maccari, senese, che non amava i toscani, aveva coniato il detto: ”Toscani e passeri quando li trovi ammazzali”. Una raccomandazione che vale ancora oggi. Ma la scissione più drammatica resta tra il Nord e il Sud. Col tempo i caratteri più deteriori si sono consolidati. Nel cinema prevalgono gli attori meridionali che non conoscono l’italiano e ignorano il congiuntivo.

Il Sud è una fabbrica di avvocati, magistrati, funzionari statali, questurini e ciccia punta.
E’ peggiorato il livello culturale delle professioni. Parecchie università sono scadenti, andrebbero chiuse. Al Sud ci sono più università che al Nord ma non le più rinomate. La lingua si è impoverita quando non è infarcita di errori elementari, massimo ai livelli della burocrazia di stato. Dirigenti che arrivano a scrivere nei documenti ufficiali: ”I parenti della salma”. Nel 1985 la regione Campania bandiva un concorso per duemila posti di autista e barellieri, ponendo ai candidati quiz di questo genere: ”La carie è una malattia dei piedi, dei polmoni o dei denti?”. Giovani laureati che ignorano la data di fondazione dell’unità d’Italia e la confondono generalmente con il 2 giugno 1946.

La decadenza culturale, la superficialità, l’ignoranza si accompagnano alla perdita di identità e alla mancanza di orgoglio nazionale. Si sono fatti progressi enormi nell’economia e nella tecnologia, ma assai scarsi nel campo dell’istruzione e dell’educazione civica. Il tg 3 delle ore 12 del primo luglio 2013 ha mandato in onda un servizio sul declino della cultura in Italia, con una intervista all’editore Laterza. Ma nel titolo in sovrimpressione era scritto: ”La Terza”. Se questa è l’Italia era meglio non averla fatta, diceva Sidney Sonnino. Purtroppo lo disse col solito minuto di ritardo.

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