NO-TAV, DITTATURE E UN MONITO PER I FACILI ENTUSIASMI

di VITTORE VANTINI*

Ho letto, come sempre con vivo interesse un paio di giorni fa, l’articolo di Bracalini, che è certamente persona stimabile e di sterminata cultura storica-politica. Intervento che ha sollevato numerosi e contraddittori interventi (alcuni dei quali eccessivamente rabbiosi). Non c’è dubbio che si tratta di uno scritto duro, come lo è del resto l’ultimo di Oneto.

E non voglio parlare della TAV, perchè conosco solo ciò che i media (in larga misura “venduti”) e i No-Tav (voce di parte) affermano e anche perchè, da seguace delle dottrine del professor Gianfranco Miglio, più che disperdermi in questioni particolari, anche se importanti, cerco di raccapezzarmi sulle idee e sui metodi che potrebbero cambiare la “vita” del Nord. Infatti, quando penso o sogno una diversa situazione geo-politica, mi immagino una scritta: “Repubblica del Nord”. Padani? Veneti? Insubri? Lombardi? Gruppi e gruppetti? Ecc.ecc. No grazie. Io penso al popolo del Nord, a quello che c’è. Se vogliamo “fare” qualcosa di buono (e ci vorrà tempo e pazienza, costanza e disinteresse personale) non dobbiamo assolutamente perderci in chiese e chiesine. Tanto varrebbe dichiararci autonomisti – indipendentisti – secessionisti per Comune, per Borgo e, perchè no?, per Famiglia.

Il concetto base dell’articolo mi sembra incentrato su di un argomento di carattere metodologico da non sottovalutare assolutamente e che adombra (ma non troppo) i tremendi pericoli di una rivoluzione (cosiddetta) di popolo. Nella Storia, fatta eccezione per la concorde decisione tra Boemi e Slovacchi, non c’è traccia di drammatici e/o tragici cambiamenti di regime, che non siano stati accompagnati da un percorso sovrapponibile e negativo. Ciò è avvenuto in nome del diritto dei popoli all’autodeterminazione in ogni senso, alla liberazione dall’oppressione, al raggiungimento (per lo più finto) del benessere totale.

Si parte dalle idee, quasi sempre necessarie e condivisibili, degli intellettuali idealisti. Arrivano successivamente i capipopolo. Attraverso sangue e lutti si giunge al potere. Coloro che avevano dato vita al “movimento rivoluzionario” vengono eliminati (anche fisicamente) al più presto e con essi ciò che di giusto vi era nelle idee primigenie e vengono eliminati perché le loro idee non sono più funzionali né accettabili dalle oligarchie evenienti e dal capo, che fanno tesoro dell’ignoranza del popolo. E tutto non è più controllabile e recuperabile. Così sono nate le dittature, con percorsi solo apparentemente diversi. E si noti (accidenti!) che il dittatore, se riassumesse in sé le piene caratteristiche di una divinità (commisurando mirabilmente l’amore per il popolo e la giustizia per ognuno) sarebbe la migliore forma di governo in assoluto. Ciò che è utopistico. Mentre la democrazia (vedansi le numerose critiche da Platone a Miglio) sembrerebbe essere la più incerta e minata da numerose “falli”.

Le dittature politiche o etico-fondamentaliste sono esiziali, ma, ironia della sorte, sono talmente abili e fatalmente univoche che “convincono” e si fanno amare (per l’Italia cfr. De Felice – Gli anni del consenso). Come ha detto (con vivo rammarico) Luigi Porro: “L’unico periodo storico, nel quale l’Italia fu stimata e tenuta in grande considerazione, avvenne con il Fascismo”.

Le varie rivoluzioni, che attualmente si sono evidenziate in Africa e alle quali da liberale plaudo, sono in realtà una probabile regressione a sistemi politici più oppressivi verso il popolo e chiusi verso il mondo. Per questo dobbiamo porre la debita grande attenzione verso tutti i sistemi e le azioni rivoluzionarie, più e meno giuste che siano. Potrebbero portarci a un solo apparente rovesciamento delle varie situazioni, ma non mutando in sostanza la antidemocraticità tra il prima e il dopo. Il vero problema è la concordanza tra gli uomini di buona volontà e di assoluta onestà. Scevri da retropensieri di ideologie superate e fermamente convinti che tutti sono uguali e che non esistono (cfr. Orwell) alcuni più uguali degli altri.

Senza (Dio ce ne scampi e liberi) avere la pretesa di difendere Bracalini, né (ancor peggio) quella di spiegarlo, penso che l’articolo in questione volesse essere un monito verso i facili e ciechi entusiasmi.

*Unione Padana

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