Bracalini a Traversetolo (Pr), unità d’Italia, crisi e ingovernabilità

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

L’incontro pubblico di Romano Bracalini, studioso di storia italiana dell’Ottocento e Novecento, autore  di numerose opere sul periodo Risorgimentale, giornalista, già vicedirettore del Tg3, ed. milanese e autore di documentari storici, è  promosso da Università Popolare di Parma e Circolo Culturale Carlo Cattaneo, che  hanno di recente prodotto incontri sul Risorgimento (”Le questioni irrisolte dell’Unità d’Italia) ,  sulla questione fiscale nell’Italia unita  (“Tasse e questione morale” ), sui Patti Lateranensi (“1929, Patti Lateranensi: Libera Chiesa in libero Stato?”) e sulle condizioni sociali della Francia nel sec. XVIII  (Presa della Bastiglia: la caduta del regime feudale). Il relatore riprenderà nella indagine storica  le ricorrenti crisi politico-sociali  italiane.

Tra le prime quella emersa dall’inchiesta  di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino del 1876 sulle complicità dei poteri locali con la criminalità nel Mezzogiorno e sul perdurare di un sistema feudale che aveva in grande disprezzo operai e contadini, cause prime, come annoterà G.Salvemini nel suo esilio americano, della mancata saldatura del Sud del Paese con la sua parte più progredita e  delle ricorrenti crisi unitarie e infine della crisi dello Stato liberale. A seguire lo  scandalo della Banca Romana del 1893, primo rovinoso caso di corruzione dei vertici politici, da Crispi a Giolitti, con la dissipazione dell’eredità ideale e morale del Risorgimento democratico e l’affermazione del voto clientelare e ministeriale, causa, annoterà Andrea Costa su Critica Sociale, della scissura sempre più profonda del Paese.

La crisi innescata dalla sconfitta africana di Adua del 1896 con la vittoria delle liste radicali, repubblicane e socialiste nelle elezioni della primavera del 1897, determinerà l’allagarsi del baratro con la burocrazia e la politica crispina, che aveva consegnato il Paese a camarille e camorre, fino allo sciopero milanese contro il carovita del maggio 1898 e la carneficina di Bava Beccaris, con tentativi di insurrezione popolare e l’inizio dell’interminabile migrazione italiana, “immenso sciopero contro l’immobilismo sociale e  delle caste”. Seguirà l’esito della commissione Saredo del 1900 sulla corruzione e le infiltrazioni criminali in Campania, che metterà in luce l’estesissimo  sistema  camorristico e porterà Francesco Saverio Nitti a sostenere che si trattava non di manifestazione transitoria ma patologica, di una classe dirigente parassitaria e con abitudini delittuose.

Una classe dirigente che, lungi dal favorire l’evoluzione del Paese, improvvisamente arrivato all’unità, verso forme statuali moderne  e liberali, preferirà abbandonare ogni programma di riforma per la politica di potenza e accrescere il suo carattere autoritario e repressivo al crescere delle difficoltà interne.

Un passaggio importante sarà dedicato all’impresa di Libia del 1911 che rappresenta la vittoria del movimento nazionalista, erede della tradizione imperialista di Francesco Crispi e  alla grande guerra o “Guerra per la civiltà” come sarà definita la prima guerra mondiale o quarta guerra d’indipendenza, vista come mastice unitario per creare quella concordia interna che soltanto una acuta politica di riforme poteva garantire. Sarà il conflitto mondiale a sancire la fine dello Stato liberale e dei partiti tradizionali e a porre le basi del caos sociale  e dell’avvento del fascismo. L’involuzione totalitaria tollererà l’immobilismo sociale al Sud, ove proseguirà l’oppressione latifondista e della mafia, mentre sarà abolita la figura del sindaco elettivo  per cancellare ogni forma di autonomia locale.

Una crisi di grandi proporzioni è  quella innescata dalla vittoria repubblicana nel giugno 1946, con il Paese pericolosamente diviso, sull’orlo della guerra civile, che sarà evitata con il piano di sviluppo, premessa della “Cassa per il Mezzogiorno” che fornirà più occupazione che lavoro produttivo. Sarà definitivamente sconfitto il tentativo di far prevalere il “Vento del Nord”, atto di fiducia nelle virtù civili popolari, in un’Italia finalmente priva dei grandi agrari, dei monopolisti, delle prefetture, come richiesto da Luigi Einaudi, della burocrazia arcaica, nemica del decentramento, come richiesto dall”Italia del Popolo”, organo del Partito d’Azione” e saranno riesumate leggi e regolamenti monarco-fascisti.

Il “nuovo Stato”, erede di quello etico-corporativo-interventista, produrrà le cattedrali nel deserto con l’impiego tra il ’50 e il ’70 di 16.400 miliardi di lire, che però non impediranno  nello stesso periodo l’emigrazione di 3.720.000 italiani e la creazione di una abnorme burocrazia. Prospereranno clientelismo, nepotismo, sfiducia e quella “appendice mortifera” rappresentata dalla malavita meridionale. Non mancherà da parte del relatore un passaggio sulla crisi attuale delle classi dirigenti, che non è solo crisi dei partiti, come si vorrebbe far credere, ma è crisi della grande  impresa e della struttura di governo, cioè burocratica e istituzionale.  Se l’Italia sale nella scala della corruzione è corretto parlare di debolezza dello Stato che i partiti hanno ereditato e di cui per necessità hanno svolto un ruolo di supplenza, facendosi garanti diretti della coesione sociale.

La crisi delle forme tradizionali dell’organizzazione politica, da sempre scuola di partecipazione e di formazione, ha prodotto lo scadimento dei valori e favorito l’infiltrazione al Nord delle mafie ormai trasformate in “borghesia del malaffare”.    I grandi scandali si ripetono nel tempo perché fisiologici, crescendo in un tessuto debole mai sanato dalla storia unitaria, in un quadro in aggravamento per la grande crisi economica e per la disoccupazione di massa. Aumenta lo spirito settario e si  replicano  errori già visti e, causa  la poca propensione alle riforme, lo Stato continua a sottrarre risorse al lavoro per pagare il conto della mala gestione pubblica e  privata e combatte l’evasione fiscale con metodi dell’altro secolo. Il sistema politico continua a sottovalutare la necessità della rappresentatività del meccanismo elettivo e delle aree più evolute,  decisive per la tenuta del sistema economico e sociale.

Riprendendo il sentiero della normalità europea, superando la crisi sociale e culturale,  l’Italia potrà di nuovo contribuire a rafforzare la coscienza di identità europea, ora in crisi, e  vero  punto forte cui aggrapparsi per imporre la modernizzazione del Paese.

L’EVENTO

Sabato 30 novembre 2013,  17.30, presso la Sala Consigliare – Corte Bruno Agresti  in Traversetolo,  incontro con  Romano Bracalini sul tema: “Crisi sociali, classi dirigenti e ingovernabilità nella storia unitaria dell’Italia. Perché l’Italia non è un Paese normale”.  

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