BOSSI: HO SBAGLIATO A FAR ENTRARE I FIGLI IN POLITICA

di MARCO CREMONESI

MILANO – «Mi avete preso per il culo. Ma la cazzata piu grande l’ho fatta io, tutta da solo: non avrei dovuto far entrare i ragazzi in politica». Nel giorno dell’amarezza più straziante, Umberto Bossi racconta a un amico la sua ultima serata da segretario federale della Lega. Un lungo, doloroso redde rationem con la famiglia: «Qualcuno me lo aveva anche detto: “Umberto, devi scegliere tra la Lega e i figli”. Lo sapevo anch’io, avrei dovuto scegliere la Lega. I figli potevano fare qualcosa d’altro». Nel pomeriggio di mercoledì, infatti, Bossi ha abbandonato via Bellerio mentre la segreteria politica del movimento era ancora in corso. Le evidenze di quello che non aveva mai voluto vedere gli sono state rivelate in un’epifania progressiva di fatti, circostanze ed eventi che fino a quel momento aveva sempre, letteralmente, ignorato. I macchinoni dei figli Renzo e Riccardo? Dei leasing. Gli appartamenti di Renzo? Normali affitti. D’altronde, un consigliere regionale guadagna mica male. Tutto poteva pensare Umberto Bossi nella sua vita di ventura, tranne che a far tremare dalle fondamenta la sua costruzione sarebbero stati i figli. La famiglia. C’è chi parla di responsabilità oggettive: «Non passa per una volpe? E come mai non si è accorto di nulla?». Ma qui, appunto, a far scricchiolare l’edificio è stato il più insidioso dei cavalli di Troia. I figli. La famiglia. Strozza la gola il pensare che, ancora pochi mesi fa, nell’infuriare dello scontro tra «cerchio magico» e «barbari sognanti», il capo padano preso in contropiede dal conflitto sottovalutato dichiarasse che «Renzo è l’unico di cui mi fido».

Tutto nasce nella notte nevosa tra il 10 e l’11 marzo 2004, quando il cuore di Umberto Bossi impazzisce. Manuela Marrone, la moglie, si ritrova a fare cupe riflessioni sul futuro: il marito è tra la vita e la morte, lei ha tre figli da crescere e la sua naturale diffidenza la porta a non fidarsi di nessuno. A partire da quei colonnelli che vede pronti a impadronirsi del movimento da lei stessa fondato vent’anni prima. Nelle primissime ore, c’è spazio soltanto per l’amica Rosi Mauro e per Luciano Bresciani, il cardiologo convertito da Bossi alla Padania, oggi assessore lombardo alla sanità. La prima decisione è subito presa: bisogna andarsene dall’ospedale di Varese. Nessuno deve parlare a nome suo, nessuno deve nemmeno essere in grado di fare scommesse sulla sua salute. Nella paranoia di quelle ore concitate, si teme addirittura che qualcuno possa approfittare della situazione per togliere Bossi di mezzo. E così il leader semicosciente si volatilizza nella notte in direzione della svizzera Sion con gran rabbia del governatore lombardo Roberto Formigoni. È più o meno in quei giorni che nasce il «cerchio magico», quel cordone che renda Bossi, paradosso tra i paradossi, sempre più inaccessibile. I suoi ordini vanno filtrati, le informazioni che riceve, selezionate. È lì che nasce il soprannome di Manuela Marrone, il «vero capo». Che trasmette i suoi ordini attraverso «la Nera», la «badante» Rosi Mauro.

Le dimissioni di Bossi, base leghista sotto-chocMa quel che fa precipitare la situazione è l’ingresso sulla scena politica di Renzo. Ancora nel settembre 2009, Umberto Bossi racconta ai giornalisti dei figli, della sua preoccupazione che, per la loro giovinezza e inesperienza, possano essere utilizzati contro di lui e soprattutto contro la Lega: «Renzo deve andare via. Deve studiare all’estero. Voi non lo lascereste in pace». Che cosa poi accada non è dato sapere. Fatto sta che in gennaio, Renzo è candidato in Regione. La stretta su Bossi diventa, se possibile, ancora più severa. La realtà deve essere ancora più filtrata. Perché il perno di tutto è proprio Renzo. Giuste le ipotesi dei magistrati, sono gli «amici» di Renzo, quelli che ogni giorno ne magnificano al padre le doti, a trarre i benefici economici dal sistema. Ma perché il gioco regga, il papà non deve sapere. Meno contatti ha, meglio è. E così la maggior parte dei suoi appuntamenti pubblici scompare dalla Padania e dal web della Lega, i giornalisti vengono tenuti il più lontano possibile e lo stesso vale per i dirigenti del movimento. Bossi ama trascorrere le nottate libere al bar Bellevue di Laveno? Sul posto vengono organizzati turni di guardia. E se arrivano importuni, siano essi giornalisti oppure dirigenti che attendono da settimane di parlare con il «Capo», scatta l’allarme e arrivano i rinforzi per «proteggere» il leader. Il «cerchio» è chiuso.

FONTE ORIGINALE: www.corriere.it

ANNO 2004, LA NOTTE DI PRIMAVERA CHE SEGNO’ LA FINE DEL LEADER

di GIOVANNI CERRUTI   fonte originale www3.lastampa.it

Lacrime, lacrime padane e vere, con il magone che li prende tutti. Lo guardano per l’ultima volta da segretario della Lega: l’ha già deciso il Capo, l’ha già annunciato all’agenzia Ansa. Ha il sigaro in mano, gli occhiali storti, uno sguardo fiero che per una volta sembra quello di una volta. «Mi dimetto, chi sbaglia paga, anche se si chiama Bossi». Proprio oggi un paio di invecchiati parlamentari avrebbero festeggiato il 6 aprile di 20 anni fa, la prima calata a Roma di 80 leghisti.

Gli 80 leghisti duri e puri, l’esercito della moralizzazione, i nemici della partitocrazia. Vent’anni e sono arrivati qui, tra lacrime magone, a ricordare con affetto, stima, gratitudine, la Lega che c’era e la Lega che c’è.

L’ultima sequenza da via Bellerio è l’immagine di Bossi che abbraccia Roberto Maroni. «Se ti candiderai segretario io sarò dalla tua parte», gli dice Bobo. Ma chissà come starà la Lega, e come starà Bossi, quando il congresso verrà. Abbassano le tapparelle, dalle finestre della sede. Come se fosse una giornata di lutto, o come se avessero qualcosa da nascondere. Non solo sentimenti, non solo lo struggente addio di Bossi. I maggiorenti della Lega sono riuniti e le agenzie di stampa, impietose, rilanciano i dettagli delle inchieste. Soldi soldi soldi. Non solo la moglie Manuela e tre figli su quattro, non solo la «famiglia» Rosi Mauro. C’è anche Calderoli. E c’è pure lui, Bossi.

Fuori da via Bellerio scivolano parlamentari poco conosciuti e assai preoccupati. Non doveva finire così, Bossi non se lo meritava. Lamenti, quasi. Ci sono un paio di militanti che ancora non hanno capito, e vorrebbero buttarla in rissa. Ci sono le tv che non vedono l’ora. Ma non c’è dirigente della Lega, nemmeno quelli che sono su al Consiglio Federale che non sappia perché è andata così. E che non è vero che nessuno se l’aspettava, non è vero che nessuno sapeva. C’è una data, l’11 marzo 2004, la notte del coccolone del Capo, la mattina del ricovero da moribondo all’Ospedale di Circolo di Varese. E ce n’è un’altra, che si rivelerà decisiva. Il 3 maggio di quell’anno, ore 5,30.

Il Bossi che abbandona la segreteria della Lega si sta prendendo responsabilità o colpe non sue, o non tutte sue. Deve difendere la famiglia, quel Cerchio Magico che gli è sempre stato attorno, l’ha isolato, condizionato, da quel che esce dall’inchiesta anche ingannato. È alle 5,30 di quel mattino che un’ambulanza si presenta all’ospedale di Circolo. Franco, il fratello, aveva sbrigato le pratiche. Manuela, la moglie, aspettava con tre leghisti di fiducia. Nessuno sapeva, nessuno doveva sapere. Tranne Rosi Mauro, che i leghisti impareranno a chiamare «la Badante», affatto affettuosamente, e Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega Lombarda, ai tempi «il Delfino».

L’avevano portato in una clinica svizzera, nascosto di nascosto. E da quel momento Bossi non ha più parlato con nessuno, in via Bellerio arrivavano solo comunicazioni riportate, «Bossi ha detto che…». Oppure, a maggio, quando già la Lega stava organizzando il raduno di Pontida per il mese dopo, un messaggio audio inciso registrato nel telefonino di Giorgetti. Moglie e famiglia avevano deciso che a Pontida ci sarebbe stato lo scippo, che Maroni si sarebbe preso la Lega. «Pontida è la mia festa, se non ci sono io non si fa». Maroni era già finito in quel libro dei cattivi. In quell’anno non l’ha mai visto. Tremonti e Berlusconi sì, il vecchio amico no. «Ti vuol portar via la Lega».

Da quella mattina, e fino a ieri, attorno a Bossi è cambiato tutto. Via Aurelio, l’autista taciturno, l’unico testimone del coccolone notturno, e dentro un altro bergamasco dal naso schiacciato da anni di scazzottate, detto appunto «Pugilotto». Via gli amici. Via i giornalisti che l’avevano seguito per quindici anni. Daniele Vimercati, «il Biografo», era morto da due anni. Erano rimasti il «Decano», l’«Ammiraglio», il «Folletto». Si rivedranno solo sei anni dopo, al funerale del «Decano». «Vediamoci, ho bisogno di parlarvi». Ma il divieto è continuato. Magari gli avrebbero raccontato quel che non sapeva, o che non volevano sapesse, come minimo che dal 2004 la Lega non era più la sua Lega.

È da otto anni che è così. E un’altra data da ricordare è il 7 marzo del 2005, quando medici e famiglia avevano deciso di accompagnarlo alla sua prima uscita pubblica, dalla finestra della casa di Carlo Cattaneo, a Lugano. Accanto, a gridare «Padania Libera», c’era Renzo, allora ragazzino, sedicenne. L’«Ammiraglio» l’aveva capita al volo, e subito scritta su «L’Unità»: «Ha scelto il suo “Delfino”, vuol lasciare la Lega a Renzo». I leghisti, e non solo, l’avevano sfottuto. E invece, quattro giorni dopo, primo anniversario del coccolone, ecco la prima e unica intervista da allora, sul «Corriere della Sera», sensale e organizzatore Giulio Tremonti. «Bossi: dopo di me mio figlio Renzo».

Eccola, la Lega di famiglia. A un anno dal coccolone era già ben avviata. E proprio in quei giorni, battezzata da un leghista ai tavoli della trattoria milanese «Al Matarel», ispirata al «Signore degli Anelli» di J.R.R. Tolkien, nasce la definizione di «Cerchio Magico». «Ormai a Bossi raccontano quello che vogliono loro, si è perso le puntate, non conosce la gente». Il vecchio senatore Erminio Boso cercava di incontrarlo: «Ma c’è sempre qualcuno di quelli lì che si mette vicino per sentire quello che gli dico». Ora, quando si elencano i troppi silenzi sulle sciagure di quel consesso, tornano in mente nomi e facce e carriere di chi c’era, di chi ci è stato, di chi c’è ancora.

È a Gemonio, con il malandato Bossi in poltrona, che si decidono carriere fulminanti e imprevedibili. Da Rosi Mauro che diventa vicepresidente del Senato al giovane Marco Reguzzoni, che abbandona la presidenza della Provincia di Varese, si candida alle politiche e poi diventa capogruppo alla Camera. Da Roberto Cota, che da capogruppo diventa presidente della Regione Piemonte, e fosse andata male sarebbe diventato ministro al posto di Luca Zaia, sicuro governatore del Veneto, al veronese Federico Bricolo che s’improvvisa capogruppo al Senato. Un posticino anche per il giornalista Gianluigi Paragone, che si scopre leghista da sempre, va a dirigere il quotidiano «La Padania» e poi svolta in Rai.

Gente che va e gente che viene, da questo Cerchio Magico sempre più sospettoso. E chi è rimasto, o chi non se n’è mai andato del tutto, come Calderoli, ora si è conquistato la citazione nelle 211 pagine firmate dai carabinieri del «Capitano Ultimo», l’ufficiale dell’arresto di Totò Riina. Non possono non sapere, loro. E forse chi ne ha saputo meno di tutti è proprio Bossi, malato e a volte depresso, spesso svogliato, con poco tempo da dedicare ai maneggi di casa e bottega, a questa Lega che si è trasformata in Ditta di famiglia. «Ormai mi stufo subito, sono sempre lì a chiedermi di fare così e cosà», si era quasi sfogato a fine aprile di un anno fa, incontrando un vecchio amico dopo un comizio a Domodossola.

Uno come Francesco Belsito, non gli fosse capitato l’accidente del 2004, non l’avessero rinchiuso nel Cerchio e nei magheggi, Bossi l’avrebbe messo alla porta in un amen, magari gli avrebbe pure dato del «terùn». Certo è che con bilanci, soldi e debiti è sempre stato una catastrofe. Quando di Belsito diceva «è uno bravo, uno che ci capisce», usava le stesse parole che avevano accompagnato la travolgente (di debiti) avventura della Banca Credieuro Nord. «È bravo, ci capisce». Era un manager cacciato dalla Barclays Bank. Si sa come è finita, e ancora ieri, a «Radio Padania», arrivavano telefonate furibonde: «Non ci avete ridato i nostri soldi e i milioni che avete li spendete per voi???».

Ma questa non è solo la triste storia di un leader e di una Lega travolti da vil danaro. È stata, in questi otto anni, anche una storia politica. E la stessa distrazione del Bossi ammalato, stanco, svogliato, vale per la politica e i suoi percorsi. È sempre a Gemonio, e non in via Bellerio, che si prendevano le decisioni, si dettava la linea. E se in via Bellerio decidono di votare a favore dell’arresto di Francesco Cosentino, il deputato Pdl, è da Gemonio che parte il contrordine. Quali siano le partite di scambio non è dato sapere. Uno degli incubi di queste ore è che qualche risposta possa arrivare dalle intercettazioni telefoniche, visto che le segretarie di via Bellerio sono così loquaci.

Insomma, otto anni che hanno portato a questo disastro. E fa quasi tenerezza il vecchio Umberto Bossi che ora ammette che sì, ho sbagliato. Ma bisogna immaginarselo nel villino di Gemonio, i famigli attorno, lui sul divano, il camino che prende una parete, e chissà se ha ancora quella scultura di Antonio Ligabue, una pantera in bronzo regalata dall’ex ministro del ’94 Vito Gnutti. A volte gli vien voglia di scappare e chiama la scorta. Non della Lega, della Polizia. «Portatemi a mangiare qualcosa, in casa mi danno solo la minestrina. E poi fa freddo». Altre volte va a Laveno, un quarto d’ora da casa, a vedere il Lago. Si mette ai tavolini del Bar Bellevue, solo, e gli piace raccontare quanto è stata bella la sua vita nella Lega. Fino a quel marzo 2004.

È finita lì, la sua Lega, quella Lega. Mai uno come Bossi avrebbe candidato il figlio Renzo, mai avrebbe creduto alle balle che gli hanno raccontato i Belsito, i famigli e tanti altri furbetti. Mai avrebbe detto, e l’ha ripetuto pure qualche giorno fa, «mio figlio Renzo è bravo, tra un anno si laurea». E mai, a vedere le facce che lasciano via Bellerio, si sarebbero immaginati questa fine i leghisti che hanno finto che tutto andasse bene, che Bossi sta benissimo, che Renzo è bravissimo, la Lega è fortissima e i giornali sono cattivissimi. Otto anni allo sbando. Con una Lega che ora si sveglia malata grave, con una credibilità a meno di zero. E Bossi, che forse si sta ancora domandando perché.

Farà il militante, dice. Anche se in otto anni su Maroni gliene hanno dette di tutte, se pure lui, appena un mese fa, borbottava nei corridoi di via Bellerio «mi vuol portar via la Lega», ora deve affidarsi al vecchio amico. Ma sarà difficile la navigazione da qui al congresso. Con Bossi militante, da oggi come si comporteranno gli altri leghisti che in questi otto anni si sono approfittati delle distrazioni di Bossi e delle complicità del Cerchio Magico, chi ha distribuito posti e candidature ad amici e parenti, chi si è fatto strada dicendo «Bossi mi ha detto che…». Lo diceva anche Belsito. Fino a quando Gianpaolo Dozzo, il nuovo capogruppo, ha chiamato Bossi: «Io non gli ho detto niente».

Quando torna a Gemonio il vecchio leone non può sapere che sta per andare in onda «Striscia la Notizia», che si vedrà Renzo nella parte del ridanciano, e proprio in queste ore, con il «Tapiro d’Oro» in mano e in primo piano e il Suv Bmw sullo sfondo. Pessima immagine per chiudere la serata, altra dimostrazione che Bossi non controlla l’esuberante figliolo, che alla Lega continua a procurar danni. E si può solo immaginare quante non gliene hanno dette, in questi anni, sui figli e le loro scorribande. O quanto sono costate. Ancora una volta: non ci fosse stato il coccolone, non si fosse fermato al 2004, la Lega avrebbe avuto un altro destino. E non sarebbero arrivati i carabinieri, in via Bellerio.

Delle telefonate, della solidarietà di Silvio Berlusconi, a questo punto non sa che farsene. Sa di essere arrivato al punto più basso, e accompagnato da quell’odore dei soldi che in politica, e ad un partito come la Lega, possono costare una condanna a vita, gli ideali che restano e i voti che spariscono. Ha sempre avuto un timore, il Bossi che non era ancora stato fermato dal coccolone. «Se non riusciamo a portare a casa niente, se deludiamo i nostri, va a finire che vengono a prenderci sotto casa e ci tirano i cachi». L’inverno è appena finito, non ce ne sono più sugli alberi, quel rischio è passato. Ma è primavera, e nella Pianura Padana è il tempo del letame…

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

9 Comments

  1. gigi ragagnin says:

    bossi ha sempre scacciato i migliori elementi per paura che gli facessro ombra. io non vedo alcun cambiamento nel carattere di bossi tra prima e dopo l’incidente. quelli di cui si è circondato (ultimamente the family) sono sempre i peggiori. non poteva che finire così.
    un egocentrico miserabile.

  2. Marco says:

    Ci mancava anche la sceneggiata bossiana sull’ “errore di far entrare i figli in politica”, ennesima presa per il culo di Bossi, che si dimostra ancora reattivo, e valido assist giornaliero per i vari colonnelli che potranno ripresentarsi in TV ancora commossi e (possibilmente) piangenti per “l’ingiusto” supplizio

  3. sciadurel says:

    sono 12 anni che la lega non ne imbrocca più una …

    p.s. Leo mi sa che devi metterti ad aggiornare il libro “Umberto Magno” …

  4. Miki says:

    Maroni peggio di Giuda! Traditore, buffone, sei peggio di Fini!!! Ieri era a brindare con champagne insieme a Tosi!! Bossi, cacciali a calci e riprenditi il partito!! Solo Umberto Bossi!!

  5. Lucafly says:

    il Mea Culpa e le lacrime di Coccodrillo: mi spiace ma se le puo infilare dove di io.
    i veri pentiti portano alla luce i misfatti non cercano di affosare la verità ( Bossi e figlio hanno negato fino all’ultimo minuto proprio come Giuda) che prima o poi vine sempre a galla.
    ritengo in oltre che la magistratura non si sia mossa prima e aspetasse il momento giusto per il fatto che Maroni era ministro dell’interno e come al solito avremmo assistito alla solita litania di Bossi e compagni,comunque vadano le cose Maroni se sarà eletto nuovo segretario non portera la Lega da nessuna parte non ha il carisma ma sopprattuto è uno che a solo beneficiato dalla lega, da 25 anni a questa parte ora vedendo in pericolo il giocattolo del magna magna fanno gli indignati solo per convenienza.
    la lega ha fallito l’obbiettivo per cui era nata e la cosa migliore sarebbe scioglierla nelle ristrutturazioni quando gratti la superficie sotto trovi il vecchio e la lega ormai sa di vecchio.

  6. Domenico says:

    E verosimile che sia andata proprio così. E gli va riconosciuta l’onestà di ammettere comunque gli errori e di riconoscere che dalla ‘cazzata più grande’ sono discese tutte le altre. Soprattutto quella di buttare fuori tutte le teste pensanti. Dalla trota in poi solo pesci paduli… Bene ha scritto il Direttore che la Storia darà all’uomo, nel tempo, la dimensione che merita, nè più nè meno e personalmente credo che non sarà tanto piccola. Ma oggi non possiamo dimenticare che è grazie a Bossi se oggi si può parlare di autonomia e addirittura di secessione: prima di lui solo Cattaneo, e Miglio, anche se il grande Professore era su un altro piano. E’ grazie a Bossi se può esistere oggi un giornale come questo; è grazie a Bossi se non moriremo democristiani, se è stata possibile la ventata di “mani pulite” (poi rivelatasi una loffa) con la scomparsa dalla scena politica di molti papaveri della prima repubblica, se abbiamo potuto sperare che questo immondo paese potesse cambiare. Negli ultimi anni purtroppo la malattia ha preso il sopravvento, insieme ai pessimi consiglieri, ed è questo il motivo per cui i militanti sono disposti a perdonargli tutto. Non possiamo sapere purtroppo che cosa avrebbe fatto un Bossi in piena salute. Per tutto questo, ma soprattutto perchè è un uomo gravemente ammalato, non mi piace vederlo attaccato adesso: comunque tutti i vari capataz dei numerosissimi movimenti autonomisti e libertari presenti in Padania non esisterebbero nemmeno se non ci fosse stato, nel bene e nel male, Umberto Bossi. E’ uscito di scena ed un grande come Oneto gli ha reso su queste pagine l’onore delle armi. Comunque la prima spallata al regime italiota l’ha data lui: chi non ricorda il terrore dipinto sulle facce dei romani il 15 settembre del 1996, quando sul Po eravamo in milioni (e non 4 gatti) e ancora di più il giorno della gigantesca e pacifica manifestazione a roma della Lega del 5 dicembre 1999? Vediamo se saremo capaci noi di completare l’opera lasciata a metà. Fino ad ora, tranne la Convention di Jesolo, non vedo fatti che permettano di sperare ma solo litigi da comari al mercato 🙁

Leave a Comment