LEGA, UN DEFICIT STRATEGICO E CULTURALE

di ALESSANDRO ALEOTTI

C’è qualcosa di indecente nel modo in cui i grandi giornali stanno cercando di archiviare la vicenda politica della Lega e di Bossi. Se è certamente vero che, a partire dal suo fondatore, la Lega non si è mai mostrata all’altezza del compito storico – preconizzato da Gianfranco Miglio – di portare l’Italia fuori dalla sua gracile statualità, è altrettanto vero che , nella politica italiana, sul piano storico solo i leghisti sono ”seduti dalla parte giusta”.

Il deficit strategico e culturale della Lega è stato evidente nella scelta di pensare di poter rivendicare a Roma gli interessi del nord e di divenire il principale nemico degli immigrati, cioè del più forte carburante economico del nord. Ma se le colpe leghiste sono enormi, il fallimento (o, si dovrebbe meglio dire, il ritardo) del necessario progetto federalista e di autogoverno deriva soprattutto dal ruolo del circuito politico-mediatico mainstream che ha avuto gioco facile nello spingere la  Lega  su derive etnofobiche e nell’identificare con queste le ipotesi di  rinnovamento della statualità. Purtroppo, su questo tema, gli stessi leghisti si sono mostrati totalmente incapaci di giungere all’approdo di un superamento della statualità nell’accezione locale-globale richiesta dalla contemporaneità globalizzata e sono restati incagliati nell’antistorica retorica dei micronazionalismi.

Per i poteri della tradizionale conservazione statual-nazionalista, mettere nel sacco i leghisti, tutto sommato, è stato facile: è bastato attirarli a Roma e dipingere apologeticamente la banalità di un “partito di territorio” che si è venuto a formare attraverso quell’espulsione sistematica dell’intelligenza (a partire da quella fondamentale di Miglio) che ha portato la Lega a smarrire l’obiettivo storico dell’autogoverno e a imbracciare i “fucili giocattolo della paura” da puntare contro immigrati, Rom e prostitute. L’immagine più emblematica di questo smarrimento è quello delle “ronde padane”, un gruppetto di pensionati in camicia verde le cui passeggiate per “ristabilire l’ordine” non evocavano le inquietanti ronde di manipoli in camicia nera, ma solo tempo sottratto alle passeggiate con i nipotini o per i bisogni del cane al parco.

Cosa può succedere ora? Lo scenario più probabile è che il vasto elettorato leghista, salvo uno “zoccolo duro” di militanti irriducibili, consideri l’avventura di Bossi come un tentativo fallito e si rifugi nella rassegnazione rabbiosa di chi non trova soggetti politici che possano rappresentarne gli interessi. Questo quadro, se renderà immediatamente tranquilli i blocchi di conservazione del Paese, in realtà rappresenta la prospettiva più pericolosa, proprio perché lascia che il malcontento lavori su quelle superfici invisibili che lacerano definitivamente i tessuti sociali.

Tuttavia, potrebbe manifestarsi anche un altro scenario:  il passaggio di testimone dalla Lega a un nuovo soggetto politico che porti a compimento il compito storico di ridefinire la nostra statualità su una base glocalista che, sotto un’unica bandiera, sappia mantenere le diversità territoriali in un dialogo autonomo con il mondo. Per un compito di questo genere ci vuole un altro Bossi, ma non possiamo certo immaginare che questo provenga dal serbatoio leghista. Il nuovo Bossi deve avere una vista più lunga, qualche studio più solido ed essere meno vulnerabile rispetto all’italica malattia del familismo amorale. Ma come il vecchio Bossi, anche chi ne vorrà prendere il testimone dovrà essere integralmente un outsider che crede in un progetto radicale, altrimenti tutto è destinato a sfaldarsi nuovamente nel magma inerte dell’eterna conservazione che, da ben più di 150 anni, si materializza sul suolo della capitale romana.

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2 Comments

  1. Mangiafuoco says:

    Mi trovi d’accordo su tutta la linea , con particolare riferimento allo sbandamento dell’elettorato leghista , deluso (o disilluso) ed alla sua ricerca di altre forme di coesione più o meno positivamente produttive.
    Il vero problema è che non esiste al momento una figura di riferimento che possa coagulare attorno a sè il consenso ed incanalarlo verso la ricerca efficace di forme di evoluzione istituzionale.
    In realtà questo è sempre stato il problema dato che , come già espresso nell’articolo , la lega di Bossi si è resa responsabile della “espulsione sistematica dell’intelligenza (a partire da quella fondamentale di Miglio)”.
    Questo è il vero problema , ma anche la soluzione a portata di mano perchè il Nord aspetta ed anela fortissimamente proprio questo.
    Esiste un palcoscenico già gremito di spettatori che aspettano solo che arrivi l’attore protagonista.

  2. gigi ragagnin says:

    no bossi garibaldi napoleone spirito santo.

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