Boicottiamo il discorso del presidente Napolitano

di GIULIO ARRIGHINI E ROBERTO BERNARDELLI*

Boicottiamo il discorso di fine anno di Napolitano, anche se, forse, non c’è bisogno di dirlo. Il fallimento dello Stato è evidente, la collusione dello Stato con le forze dell’antistato è palese. La distruzione…legale… delle prove del contatto tra Stato e mafia è altrettanto vera. Che dobbiamo aspettarci dal fautore del golpe che ha insediato prima Monti e poi ha lasciato che la quadratura del cerchio arrivasse con la distruzione della sovranità popolare in nome del bilancio europeo che ha dato il colpo di grazia all’autonomia dei bilanci degli enti locali? Lo Stato ha generato 8000 esattori fiscali, 8000 comuni diventati 8000 Cesari periferici.

Gira sul web con insistenza una campagna per non ascoltare Napolitano, nel discorso di fine anno. Ma non ce n’è bisogno. La credibilità delle istituzioni vale meno di un banco di mutande al mercato. A fine 2012, solo il 16% di cittadini gli dedicarono attenzione. Ad un presidente del popolo come Sandro Pertini, l’80% dei cittadini prestava ascolto. Eppure non erano anni semplici. Il suo settennato attraversò gli anni del sequestro e dell’omicidio Moro, l’assassinio di Rossa da parte dell Br, il sequestro del generale Dozier, gli anni ruggenti del sindacato polacco contro l’egemonia comunista in Europa, l’attentato al Papa, i militari in Libano (“io non vengo con i vertici di Stato, vengo con 100 bottiglie di lambrusco e con 100 panettoni”, disse a Beirut Pertini, ndr).

Erano gli anni in cui il Paese provava ad uscire dal terrorismo, di Stato, e non. Diceva Pertini, l’uomo dell’80% contro il 16%: “Io ai giovani dico: battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non che è una conquista fragile che si risolve per molti in libertà di morire di fame”.

Questo è parlare da presidente, caro Napolitano. La libertà di entrare a spinta nell’euro, voluta dai successori di Pertini, è stato il soggiorno obbligato nella fame e nell’erosione di sovranità popolare.

La libertà che si cerca attraverso le tante battaglie oggi per l’indipendenza, non deve essere rivendicata in nome di un’autonomia solo da Roma. E’ la giustizia sociale, il diritto della nostra gente ad un lavoro, ad una pensione, ad una casa, ad una scuola, ad uno stipendio non da fame. Non è solo la conquista di una identità il punto di arrivo. Non basta una bandiera, la rivendicazione di un diverso Risorgimento, a sconfiggere la fame concreta. I forconi che hanno acceso un fuoco senza guida si sono spenti, pur sapendo tutti noi che la loro protesta era veritiera, ma priva di una guida identitaria. Di certo non lo poteva essere il tricolore ma neppure lo potevano essere i saccenti editorialisti che ne criticavano la discesa in campo.

Anche la sinistra aveva issato la bandiera della giustizia sociale e della lotta di classe. Ma la sinistra ha fallito. Anche la destra sociale aveva sbandierato la bandiera dello Stato per tutti, ma ha fallito, erosa dal leaderismo privo di cultura e dal centralismo che la unisce nei principi alla sinistra e la omologa al totalitarismo. La giustizia sociale è la precondizione perché la battaglia di libertà porti alla liberazione dallo Stato tiranno. Giustizia sociale c’è se  la persona, con i suoi diritti, viene prima dello Stato ed è superiore allo Stato. Prima viene l’individuo, poi lo Stato. Prima viene la persona, e quindi l’indipendenza, che è la migliore garanzia di libertà.

Senza la giustizia sociale, che non sono i soldi al Sud, né i lavori socialmente utili, ma raddoppiare le pensioni per i nostri lavoratori, raddoppiare gli stipendi per i nostri occupati, non ci sarà progetto indipendentista che possa far breccia nei cuori. La libertà passa per un pezzo di pane, per le fabbriche che riaprono e non per la casta del Nord che regge il moccolo a chi a fine anno dirà che la disoccupazione è un dramma del Mezzogiorno, e che senza stranieri non ci sarà futuro.

Noi cambiamo canale, a fine anno. Meglio ricordare le parole di un socialista  genovese che aveva fatto l’operaio e che aveva vissuto la disoccupazione vera, che andava al lavoro a piedi senza scorta che sciropparsi la loquela napoletana di chi aveva giurato e spergiurato che non sarebbe più salito al Quirinale. Non possiamo aspettarci nulla da un Paese che esprime il non cambiamento generazionale e pretende di parlare a nome di tutti . Non del Nord che conosciamo e dei suoi mali, accumulati da decenni di crescente e sfacciato collaborazionismo in casa nostra.

*segretario e presidente Indipendenza Lombarda

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12 Comments

  1. Michele De Vecchi says:

    Io, nel mentre del discorso, sono andato in bagno a fare la cacca ….

  2. Castagno12 says:

    Penso che sarebbe stato opportuno portare all’attenzione dei lettori qualcosa d’impotante, indicando sopattutto qualcosa di concreto, ciò che ci sarebbe da fare.

    Invece vi siete occupati di una persona per noi dannosa che ripropone una prassi logora e valida solo per gli individui che di fatto sono “morti”, ma ascoltandolo si ritengono vivi e partecipi: SI’, del DISASTRO !

  3. Carlo De Paoli says:

    Cosa aspettarsi da un Napolitano, ex fascista, ex comunista ed ora partigiano della dittatura, tanto per cambiare, mondialista; al soldo delle grandi banche.
    Oggi come ieri è stato, come testimoniano i documenti distrutti, “Ambasciatore” dello stato presso la grande malavita organizzata
    …. evidentemente non meritiamo di meglio!

  4. luigi bandiera says:

    Ascoltare le predike trikoglionitrici non serve a nulla.

    Tutta aria fritta… e esercizio di: lei non sa chi sono io.

    Se non vedro’ un film spegnero’ il tvi.

    Magari mi guardo LA BATTAGLIA DI ALGERI.

    BUONA FINE TALIBANA….

  5. nomenade says:

    Oh la!bene!
    grande articolo!!!!
    Io non sono itagliano…a casa non ho la tv!

  6. Albert Nextein says:

    Sono decenni , svariati, che non seguo questi discorsi.
    Meglio denominarli come favole .

    Adesso che ci penso non ricordo di averne mai visto uno.

    E’ merda soffiata.

  7. Maurizio says:

    E’ dai tempi di Scalfàro che cambio canale..

  8. Federico Bellina says:

    a parte la retorica sulla giustizia sociale (a tratti sembra il discorso di un vero socialista!), un bell’alrticolo. Per quanto mi riguarda, a parte i film, è un anno che non guardo la tv 🙂

  9. Pedante says:

    Chiudere il televisore sarebbe il vero atto di ribellione. È propaganda con un pizzico di spazzatura.

  10. carla 40 says:

    Ho gia’ inviato un commento all’articolo, aggiungo Auguri di Buon Anno a tutti Voi de L’Indipendenza e ai lettori. Un Augurio particolare al Direttore Gianluca Marchi.

  11. carla 40 says:

    Non c’e’ davvero bisogno di esortare al NON ASCOLTO dello sproloquio di fine anno di un VECCHIO COMUNISTA. Saremo in tanti a cambiare canale. Dite bene quando parlate di diritti della NOSTRA GENTE. Da parte dei vertici di governo e di chi e’ a capo della Chiesa si sentono invece solo parole di solidarieta’ e benevolenza per gli INVASORI, dimenticando i nostri anziani con pensioni miserevoli, i disabili, le tante famiglie in difficolta’, e senza spendere una parola di rammarico per chi, disperato e impotente contro uno STATO PREDONE, ha deciso di togliersi la vita. Per quanto mi riguarda il signore napoletano puo’ parlarsi addosso.

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