Bobo, convoca quel referendum. E fregatene del Pd

di ALEX STORTI

Il gruppo regionale del PD lombardo -con la lodevolissima eccezione di Corrado Tomasi, favorevole al referendum- fin da febbraio sostiene che Maroni non dovrebbe convocare la consultazione popolare sull’autonomia differenziata; i consiglieri regionali piddini affermano che il presidente della Lombardia dovrebbe, invece, limitarsi ad aprire un tavolo di trattativa con lo Stato. A sostegno di tale tesi, il PD rimanda al testo dell’articolo 116 della Costituzione, che, in effetti, non menziona alcun referendum regionale, affidando invece la devoluzione dei poteri ad una “ordinaria” “intesa” diretta fra la Regione interessata e le istituzioni statali.

Apparentemente, dunque, la posizione del PD parrebbe fondata e logica. Tuttavia, alcune semplici considerazioni ci portano a ritenere che non esista, in realtà, alcuna alternativa secca fra trattativa Regione-Stato, da una parte, e referendum autonomista, dall’altra. Le due strade, al contrario, sono destinate a convergere e a rafforzarsi reciprocamente. Vediamo perchè.

In primo luogo, la convocazione del referendum non impedisce affatto di aprire la trattativa con lo Stato. Almeno in una fase iniziale, questi due percorsi possono viaggiare su binari paralleli, senza che l’uno intralci l’altro. Giuridicamente essi sono entrambi legittimi e compatibili, dal momento che  la trattativa con lo stato non prevede una procedura formale tale da escludere che venga consultata la popolazione. Anzi: la prima versione dell’attuale art. 116 prevedeva espressamente un referendum regionale, successivo e non preventivo, a conferma della legge statale di ratifica dell’intesa Stato-Regione. Nel caso della Lombardia, il referendum deliberato nel febbraio scorso può avere una funzione rafforzativa della trattativa; essendo consultivo, del resto, esso non preclude l’avvio della trattativa prima del suo stesso svolgimento.

In secondo luogo, il referendum, col suo intrinseco valore civico, appare essere la giusta risposta politica all’atteggiamento che il PD -italiano- esprime nei confronti dell’autogoverno regionale. Un atteggiamento di aperto disprezzo: lo dimostrano le recenti dichiarazioni del ministro Boschi e l’intero impianto della riforma neocentralista della Costituzione, che vanno in direzione esattamente opposta a quella di un rafforzamento dell’autonomia degli enti locali.
E se qualcuno volesse sostenere che, nei confronti della Lombardia, il governo di Roma potrebbe nutrire comunque un sentimento di maggior favore, basterebbe ricordare che Renzi e i suoi hanno messo mano pesantemente alla Costituzione, mettendo a rischio la propria stessa sopravvivenza politica, ma non si sono nemmeno lontanamente sognati di prevedere, per la nostra Regione, uno status speciale, un’autonomia differenziata già predefinita e assegnata in Costituzione, o qualsiasi altra cosa utile per dare un chiaro segnale di discontinuità. Avrebbero potuto farlo e non l’hanno fatto.

Alla luce di quanto esposto, ritengo che il presidente Maroni faccia benissimo a trattare con il governo fin da subito, scegliendo i canali che reputa più opportuni (l’art. 116 parla di “iniziativa” regionale e di “intesa” Stato-Regione: terminologie generiche che lasciano il campo aperto alla costituzione di tavoli anche informali). Per evidenti ragioni politiche, sarebbe peraltro opportuno che i contenuti concreti della trattativa venissero resi pubblici, per capire se le parti sono in grado di dialogare seriamente o se ci siano freni di sorta.

Detto questo, è necessario però anche che il presidente Maroni convochi quanto prima il referendum, con un proprio formale decreto, come prevede la legge referendaria lombarda: in questo modo, se la trattativa non dovesse procedere, il referendum rappresenterebbe una perfetta via di salvezza per dimostrare che i cittadini lombardi non intendono rinunciare allo status speciale di autonomia, previsto dalla Costituzione.

Trattare da subito anche con lo Stato, dunque, sì. Rinunciare alla legittimazione civica referendaria, no. Se il PD lombardo pensa di imporre la rinuncia preventiva al referendum, come arma di ricatto per acconsentire all’avvio di una trattativa seria con lo stato, sbaglia di grosso. Del resto, quanto alla credibilità delle proprie intenzioni, vista la riforma costituzionale in discussione, direi che non si presenta con un buon biglietto da visita in mano. Avanti con il referendum, dunque.

(per concessione dell’amico e autore Alex Storti da dirittodivoto.org)

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