Berlino vuole solo l’Europa dei Vip e frena sulla Croazia

di FABRIZIO DAL COL

Mentre in Europa si lavora e si discute sull’allargamento dell’Unione a  54, a luglio 2013 la Croazia dovrebbe diventare il 28° Stato Ue. Il condizionale è d’obbligo, in quanto otto Stati non hanno ancora ratificato l’allargamento e tra questi anche la Germania  che nel 1991 fu la prima a riconoscerne l’indipendenza, mentre ora frena sulla ratifica della sua adesione. Slovenia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Danimarca, Olanda, Finlandia e Belgio sono i rimanenti 7 Stati che ancora non hanno firmato per la ratifica, timorosi per l’economia  croata che va male e che per logica conseguenza rischierebbe di diventare, come la Grecia, un’altra palla al piede. Non è comunque solo il problema economico a preoccupare gli Stati che ora  frenano sulla sua entrata in Europa ma anche forti perplessità legate alla corruzione e alle inefficienze della magistratura di Zagabria. Ciò che appare ancora più evidente in questo momento è che i cittadini croati cominciano a guardare con perplessità alla prospettiva di appartenere a un’Europa sempre più in crisi, mentre i Governi dei paesi membri temono fortemente che l’adesione Croata finisca col diventare come il caso della Romania.  Nel novembre scorso, alcuni deputati inglesi tra i quali Michael Connarty e Jacob Rees-Mogg, hanno manifestato le loro perplessità, con Connarty, del partito del Labour,  che ha paventato il rischio che la Croazia possa divenire una porta per le mafie balcaniche, mentre il suo collega il conservatore  Jacob Rees-Mogg ha sostenuto che l’allargamento della Ue ha indebolito di molto le capacità degli Stati di controllare il flusso di immigrati e che la Croazia non ha i mezzi per controllare gli oltre 3000 chilometri di confini, con la conseguenza che in molti riusciranno ad attraversare impunemente la frontiera, proprio come ora sta avvenendo per la Grecia.

La Germania in particolare non ha gradito l’ultimo rapporto della Ue sull’allargamento alla Croazia, nel complesso positivo ma che ha evidenziato quelle debolezze strutturali  legate all’efficienza dello stato di diritto e alla lotta alla corruzione. Infatti Doris Pack, deputata al Parlamento europeo della Cdu di Angela Merkel, ha fatto sapere alla Croazia che dovrà lavorare sodo per entrare nell’Unione. Il partito della cancelliera è fortemente preoccupato per le elezioni politiche e teme lo scetticismo dei tedeschi nei confronti dell’Europa mediterranea e della sua debolezza economica, ragion per cui è impegnato a rassicurare il proprio elettorato, garantendo che non saranno prese decisioni troppo avventate, mentre invece il Presidente del Parlamento tedesco Norbert  Lammer allo Spiegel  ha dichiarato: «C’è l’errata convinzione che i problemi strutturali di un Paese candidato si possano risolvere più facilmente una volta entrati nella Ue».

Preoccupati per ciò che è avvento con l’entrata della Bulgaria e della Romania, gli Stati membri hanno già preso delle misure in merito: la Croazia non potrà né adottare l’euro né cominciare le trattative per entrare in Schengen prima del 2015. Ciò che invece la popolazione Croata ha già manifestato è la mancanza di attrattiva per un progetto politico che sta perdendo il proprio appeal come quello dell’Europa unita, troppo presa nelle proprie beghe interne e vittima della crisi economica, e che non fa più gola a molti. Infatti i croati si chiedono:  perché dovremmo entrare a far parte dell’Unione? Per essere i poveri dell’Europa? ed è quello che in tanti cominciano a domandarsi non solo in Croazia, ma nell’intera ex Jugoslavia. Alla luce di tutto ciò, appare evidente come la costituzione dell’Europa politica stia divenendo sempre più un terreno impraticabile e, complice una crisi economica  di cui non se ne vede la fine, i distinguo sugli allargamenti stanno per tramutarsi ora  in una vera e propria contrarietà, se non addirittura in diktat. Il pessimismo circa la costituzione politica dell’Europa che alligna negli stati fondatori dell’Unione Europea sta assumendo il carattere di un disagio non più gestibile e controllabile, un disagio che fa intravvedere negli Stati membri un calo nella volontà di partecipare alla realizzazione di quell’Europa politica fino a ieri ritenuta vincolante.

 

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