BELGIO A PICCO! COSA E’ CAMBIATO? ORA HA UN GOVERNO

di STEFANO MAGNI

Domanda molto semplice: cosa sta cambiando (in peggio) in Belgio? Fino all’inizio di quest’anno era uno dei pochi Paesi dell’eurozona promossi dalle agenzie di rating. Adesso la Fitch ha iniziato a declassarlo da AA+ ad AA (senza il +). Nel quarto trimestre del 2011, il Pil del Belgio ha iniziato a registrare una crescita negativa, con una contrazione dello 0,2%, che ne segue una dello 0,1% del trimestre precedente. Eppure, nel resto del 2011, la crescita andava bene, tanto che, complessivamente, tutto l’anno scorso registra un +1,9% del Pil.

Negli ultimi due anni, il Paese aveva dimostrato di saper evitare bene gli effetti della crisi finanziaria: la produzione aveva continuato a crescere, meglio che nel resto dell’eurozona. Fino agli ultimi mesi del 2011, dunque, non si era registrato alcun calo. Cosa sarà mai successo nel frattempo? E non è solo una questione di numeri. Che vi sia un peggioramento della situazione è evidente anche nella società. Negli ultimi due giorni di gennaio, infatti, si è verificato un fatto raro da quelle parti: uno sciopero generale paralizzante, il primo da 18 anni a questa parte. Proclamato in occasione del vertice europeo di Bruxelles, il blocco totale di 24 ore ha creato un notevole caos: stop alla produzione negli stabilimenti dell’Audi, bloccata la frontiera con la Germania, fermati i treni ad alta velocità che collegano Bruxelles con Londra, Parigi, Colonia e Amsterdam, a terra gli aerei nello scalo di Charleroi. Dunque, ancora: cosa è cambiato?

La risposta a questa domanda è semplice quanto disarmante. Prima il Belgio non aveva un governo centrale. Adesso ce l’ha.

Per 18 mesi il parlamento non era riuscito ad esprimere un esecutivo. Perché i socialisti avevano vinto nella Vallonia (la regione francofona) e nella capitale Bruxelles, ma nelle Fiandre (la regione fiamminga), motore economico del Paese, avevano trionfato i separatisti della Nuova Alleanza Fiamminga. Che sono diventati il primo partito in tutto il Paese. Questa situazione ha provocato uno stallo di un anno e mezzo, dopo il quale si è giunti a un compromesso per la nomina di Elio Di Rupo, socialista, alla guida di un nuovo governo.

La filosofia del primo ministro è ben riassunta in una sua risposta data al settimanale tedesco “Der Spiegel”, alla fine del mese scorso: “Il nostro futuro è in questo Paese, con le sue regioni che giocheranno un ruolo più importante rispetto al passato. Noi preserveremo l’unità nazionale, con tutte le opportunità che ne derivano”. Sicuro. Sono “opportunità” che iniziano a chiamarsi: recessione, declassamento, disordine sociale. Perché sono questi i primi effetti dell’azione del nuovo governo. “Dal momento che un partito separatista è diventato il gruppo politico più importante del Paese, è totalmente legittimo dire che stiamo lavorando per tenere assieme il Belgio. Lo stiamo facendo. E penso che un bilancio in pareggio e una riforma economica e sociale possa aiutare”. E puntualmente, le misure di austerity, annunciate da Di Rupo alla fine di gennaio hanno subito fatto scoppiare lo sciopero generale di cui sopra.

La diagnosi è chiara: in Belgio coesistono due realtà linguistiche, sociali ed economiche completamente differenti.

Il tentativo di tenerle assieme, con un’unica politica economica, sta iniziando a provocare una grande sofferenza. Quando il Belgio non aveva un esecutivo centrale, invece, lungi dal morire, era molto più prospero. In assenza di un governo a Bruxelles “…i treni continuano ad arrivare in orario, gli insegnanti si presentano puntualmente in classe, i musei sono pieni di gente, le tasse sono raccolte, lo stato sociale viene pagato”, come scriveva, in quegli incredibili 18 mesi, il giornalista Doug Sanders da Anversa. Lo scorso settembre 2011, molto prima che si formasse il nuovo governo Di Rupo, il Financial Times constatava come la crescita economica belga fosse spinta da una paralisi della politica. “L’unica lezione che possiamo realmente trarre dal Belgio – scriveva a settembre il libertario britannico George Vernon – è che aver meno governo o nessun governo ha un effetto benefico durante una crisi. (…) Speriamo che Regno Unito e gli altri prendano nota”. Adesso però l’eccezione belga è finita. Da due mesi è tornato un governo. E si vede.

 

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7 Comments

  1. Jean-Marie LISSANDRON says:

    Sono italiano e vivo in Belgio dal 1973, confermo quanto detto da Roberto.
    Il Belgio e uno stato federale e le regioni hanno molte compétenze economiche con buoni ammortizzatori sociali
    Il governo demissionario doveva trattare solo gli affari correnti invece si e occupato della presidenza Europea con brio, partecipato à la guerra in Libbia confezionato i badjet 2011 et 2011. Insomma un governo cera.
    Il sciopero generale e stato consoderato un fiasco per tutti à parte i sindacati.
    Certo anche qui da noi ci sono code Che non vanno anche da noi c’e bisogno di piu onesta dalla gentr

  2. FEde says:

    Fabrizio vergognati

  3. zenzero says:

    Eccezionale. Verissimo

  4. Fabrizio Barban says:

    Appena un terrone mette piede al governo, il risultato lo si vede subito… anche in Belgio.

  5. Stefano Magni says:

    Caro Roberto Massa Martana, nessuno ha mai affermato che il Belgio fosse un paradiso fino all’altro ieri. Sono però gli stessi dati macro economici a dimostrare come il Paese, non solo non sia collassato in assenza di governo, ma sia addirittura cresciuto meglio di quanto non stia facendo adesso, che un governo ce l’ha. Mi sembra un fatto notevole.

  6. Sono belga, in Italia da 40 anni: mi sembra una maniera un po spiccia di riassumere la realtà belga. Elio Di Rupo non può durare, e lo sciopero generale lo dimostra. Il belga è una persona normalmente calma, educata e gentile, ma quando si arrabbia è pericoloso. In ogni crisi (le due guerre mondiali, la separazione tra valloni e fiamminghi, il 1968) ha ampiamente dimostrato la forza che può scaturire da uno spirito libero e di non facile governo. Invito a riflettere prima di scrivere che senza governo il paese andava bene. Ho famiglia da quelle parte, sia in vallonia sia in fiandra, e la realtà è ben lontana da quanto detto nell’articolo. L’analisi mi sembra demagogica e incompleta: il discorso è molto più complesso e lungo di quanto descritto. Due passi indietro possono permettere, forse, una visione più realistica della situazione. Grazie.

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