LA CRISI STRONCA IL BELGIO. L’UNITA’ DELLO STATO VACILLA

di SALVATORE ANTONACI

Sarebbe forse ingeneroso attribuire all’operato del recentemente costituito Esecutivo “di buona volontà”  belga, guidato da un abile e consumato mestierante della politica come il socialista Elio Di Rupo, il peggioramento della congiuntura economica nazionale testimoniato dall’ingresso di Bruxelles nel tunnel della recessione. Certo, i dati non sono catastrofici quanto quelli greci, portoghesi o italiani, ma il contrasto con i tempi “felici” coincisi con l’incredibile crisi istituzionale durata quasi due anni è, pur tuttavia, assai stridente.

Difficile non constatare, infatti, come, appena insediato, il nuovo governo social-liberal-democristiano abbia iniziato ad applicare quasi alla lettera le ricette amare quanto il chinino imposte dal governo europeo che proprio tra la capitale belga e la non lontana Strasburgo divide i propri discutibili fasti. Tasse e tagli alla spesa varati in tutta fretta per ottemperare ai desiderata stringenti dei supremi manovratori continentali hanno, guarda caso, smorzato del tutto le vele alla crescita del P.I.L che stazionava non lontanissima dai numeri della locomotiva tedesca. Con il risultato del diffondersi di un malcontento palpabile sia nelle Fiandre che in Vallonia plasticamente esemplificato dallo sciopero generale che paralizzò uno dei tanti vertici straordinari dell’UE qualche settimana orsono.

Oltretutto incombe minacciosa la faccenda scabrosa del risanamento di Dexia, il colosso bancario – assicurativo in odore di default, che solo ai contribuenti belgi potrebbe costare qualcosa come 50 miliardi di euro.

Un quadretto poco edificante, come si può vedere. Tanto da convincere gli analisti e non solo loro che i prossimi due anni fino alle elezioni legislative del 2014 saranno davvero decisivi per la tenuta complessiva ovvero la dissoluzione del paese. La crisi mina, infatti, alla base il faticosissimo compromesso socio-istituzionale raggiunto dai partiti tradizionali dopo estenuanti e complesse trattative. Il fossato tra le due principali comunità dello stato federale non è mai stato così amplio e la divaricazione raggiungerà presto il punto di non ritorno. E non si tratta, oramai, di materia per fiction fanta-politiche come quella andata in onda sulla principale televisione pubblica, ma di argomenti di discussione quotidiana per le élites dei partiti.

Da una parte la N-VA ed il suo leader, Bart de Wever, sono quanto mai determinati a perseguire quel confederalismo che le forze dell’establishment brussellese non potranno mai concedere tanto è radicata la consuetudine di pianificare e gestire centralisticamente gli onerosi costi di un sistema di welfare tra i più generosi dell’unione. Nonostante diverse concessioni al regionalismo fiammingo risulta impossibile per chi governa spingersi oltre in un ridisegno dell’assetto complessivo dello stato. In questo modo ,per paradosso, una forza sì nazionalista e regionalista, ma che mai ha sposato la causa del separatismo, molto probabilmente perverrà entro breve a decretare la fine dell’esperimento unitario. Dal lato opposto, nel coté francofono, le teste d’uovo della nomenclatura locale iniziano a cercare una exit strategy che possa accompagnare senza eccessivi traumi un esito percepito come assai prossimo nel tempo. Lo hanno chiamato “Piano B” da applicare nel malaugurato caso che la missione salvifica di Di Rupo e compagni non raggiunga lo scopo.

Missione del progetto: garantire la sopravvivenza di un futuribile stato della Vallonia. Indipendente.

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3 Comments

  1. mv1297 says:

    Secondo me, è il senso della conservazione che esce per contrastare il melting pot che gli Stati Uniti vorrebbero diffuso anche in Europa. Chiaramente, togliendo e cancellando lingue, tradizioni, culture diverse fra loro, diventa più facile unificare il tutto o comunque lasciare che le varie “etnie” si scontrino a livello solo verbale. Il dividi ed impera, funziona sempre.
    Veneti, svegliatevi, anche noi dobbiamo ritornare ai bei tempi, lo Stato Italiano ci ha solo riempito di guerre mondiali, emigrazione e povertà.
    Xe ora de darghe un tajo, neto!

  2. lafayette says:

    Non posso che concordare in toto

  3. silvia garbelli says:

    Non c’è ideologia che tenga in contesti socio-economici di crisi come quello che sta caratterizzando il mondo occidentale e l’Europa in particolare ; anzi, si intensifica, in tal modo, la palese volontà di tornare a vivere riscoprendo e valorizzando i valori identitari della propria tradizione.

    E l’iniziativa potrebbe ben presto diventare un esempio di risoluzione di un assetto forzosamente unitarista, il che lascia sperare nel rispetto della volontà decisionale di autodeterminazione dei popoli .

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