IL RITORNO DI QUEL BECERO NAZIONALISMO ITALIANO

di GIUSEPPE MOTTA

Un fenomeno allarmante sta diventando sempre più visibile da alcuni anni – ancor di più coi festeggiamenti del cosiddetto 150° dell’unità –  nel quadro della politica e della società italiane: la ripresa invasata della retorica nazionalista, della mitologia della “nazione”, dell’inno e della bandiera, delle baggianate propinate per quasi centocinquant’anni alle popolazioni inglobate con la forza militare nello Stato unificato: anche se quelle mitologie sono già state ampiamente smontate con abbondanti prove storiche e teoriche, in particolare negli ultimi dieci anni, da valenti storici, ricercatori e studiosi indifferenti alle lusinghe di chi detiene il potere e che su quella retorica continua a basare la propria fortuna. La politica, si sa, è il campo nel quale meglio prolifera l’irrazionalità. Le spiegazioni logiche e le prove storiche non fanno molta presa.

Venti anni di rivoluzione (abortita) in senso federalista e di riscoperta delle vere radici delle popolazioni costrette a vivere sul suolo unificato e omogeneizzato con la forza dall’azione statale, non sono riusciti, pur con tutta la loro carica distruttiva di falsi e aberranti miti, di simbolismi e liturgie pseudoreligiose, di risorgimentalismi macabri e collettivisti (l’Italia sofferente, “mutilata”, “divisa”, ecc.), a liberarci di quella paccottiglia putrescente riproposta a ogni occasione nelle scuole e dai mezzi di comunicazione di massa, da cortigiani e tirapiedi, da giornalisti che sembravano almeno discretamente colti e dotati di un minimo di capacità critica.

C’è molto di pianificato in questa autentica e rivoltante rinascita neonazionalista che sfida il ridicolo. Ogni occasione è buona per darle voce; vengono restaurate ad hoc feste delle quali nessuno sentiva il bisogno. Quella più vistosa, la festa del 2 giugno appena passata sotto mille polemiche peraltro, è stata reintrodotta con tutto il suo corredo di parate militari, di fanfare e fanfaroni, ma soprattutto con il suo costo economico assurdo per il contribuente (che sarebbe più corretto definire “lavoratore forzato”) ignaro di tutto quello spreco di risorse e inebetito di fronte a lustrini, medaglie, gagliardetti e bandiere (ancora grondanti del sangue di popolazioni ripetutamente inviate al macello), trombette e tromboni. Alla faccia dei poveri, degli ammalati e dei bisognosi, per i quali esiste lo Stato-provvidenza dotato di alte finalità sociali.

Una tradizione nazionale inesistente e del tutto inventata viene presentata come qualcosa di scontato; inno e bandiera vengono rimusicati e lucidati a nuovo, affinchè tutti lo cantino o la agitino a più non posso. Gli sportivi – ora con il campionato di calcio europeo sarà anche peggio – devono cantare ovunque una marcetta scritta da un giovane invasato e che contiene, come ebbe a scrivere correttamente, in modo filologicamente ineccepibile e fra i pochi coraggiosi Marzio Breda sul Corriere della Sera, “un antipasto di Fascismo”, un’atmosfera funerea e sanguinolenta, esortazioni parareligiose (“uniti per Dio!”) e passaggi sulla storia di Roma trasposta arbitrariamente nella vicenda dello Stato nazionale.

Gli “intellettuali”, evidentemente di non molte letture, si mobilitano per dar man forte all’operazione, inneggiando ad un Tricolore grondante di retorica, sul milite ignoto, la guerra ‘15-’18, le vedove e gli orfani, la “storia comune”. L’avanguardista (forse non solo in senso artistico) Edoardo Sanguineti propose a suo tempo addirittura doposcuola coatti e permanenti per i giovani, per “inculcare loro, con quotidiane lezioni sulla nazione, lo spirito della democrazia”, senza sapere che i due principi hanno radici concettuali opposte e fanno sempre più a pugni e senza temere di essere giustamente assimilato a un teorico khmer della “Kampuchea democratica”.

A tutta questa varia e variopinta “intellettualità” non viene nemmeno in mente che tanto fervore patriottico non considera la realtà di uno Stato (autodefinitosi “nazionale”) che dal momento della sua unificazione forzata e manu militari, condotta con inaudita violenza, non ha fatto altro che violentare e sopprimere la ricchezza e la diversità di popoli (fonti della maggiore fioritura storica sull’attuale suolo statale “italico”) oggi imprigionati in uno Stato unitario galera, denominato “nazione italiana”. A loro non viene nemmeno in mente che cosa sia stata la storia unitaria: un susseguirsi di guerre sanguinose (provocate dalla classe politica che si fa chiamare “Stato”), di repressioni poliziesche, di alternanze costanti fra fasi di democrazia trasformistica, mafiosa e clientelare e di reazioni autoritarie, così come di tirannidi di varia natura: ministeriali, governative, fasciste, parlamentari e partitocratiche e che la “nazione” non è stata altro che l’ornamento del quale si sono rivestiti (e con il quale hanno cercato di spersonalizzarsi) gruppi di criminali e di sfruttatori variamente legati fra loro, che oggi cercano di perpetuare la pacchia (il loro potere) rivitalizzando mitologie come quelle scaturite dal nazionalismo dell’Ottocento. O forse lo sanno, ma tacciono per convenienza.

Certo, ciò che è maggiormente preoccupante, è la disponibilità da parte dell’opinione pubblica – organizzata dal potere – inebetita ad accettare nuovamente forme ambigue e larvate o addirittura aperte di tanto putrescente nazionalismo. Perché i problemi denunciati con l’inizio degli anni Novanta, che avevano messo in seria crisi la storiografia nazionalista oggi in allarmante ripresa, sono ancora tutti irrisolti e affondano le loro radici proprio nella storia unitaria di questo Paese.

La gestione statalista-nazionalista continua a gravare con le sue diseconomie sulle forti potenzialità di crescita civile ed economica delle popolazioni che vivono in questo Stato. L’apertura alla globalizzazione mondiale è frenata costantemente da ideologie nazionaliste ed europeiste che rafforzano lo statalismo e i tentativi liberticidi delle classi politiche che si legittimano con queste stesse ideologie, decrepite e avulse dalla realtà.

Forse si tratta solo del canto del cigno del nazionalismo, responsabile delle peggiori nefandezze che la storia dell’umanità ricordi. Prima o poi la storia si vendica delle ideologie. I miasmi della loro sopravvivenza artificialmente prolungata rischiano però di asfissiare.

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9 Comments

  1. Sandi Stark says:

    E che dire degli indipendentisti che sostituiscono il nazionalismo italiano con il loro nazionalismo locale, esagerano la loro storia come hanno imparato dagli italiani, rivendicano territori anche esteri in base ad influenze linguistiche o passate dominazioni coloniali, confini naturali o estensioni di antiche Diocesi?

    Cosa differenzia questi nazionalisti, dai nazionalisti italiani?

  2. toscano redini says:

    Qualcuno (Samuel Johnson) ha scritto, tempo fa, che “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”.
    Amen.

  3. Leggendo l’articolo mi sono venuti in mente gli atleti italici di vari sport, possibile che nessuno sia indipendentista?

    Chi avrà il coraggio di alzare il pugno contro un tricolore che non lo rappresenta così come accadde durante le Olimpiadi di Città del Messico del 1968 dove due atleti neri Tommy
    Smith e John Carlos, della delegazione nazionale degli Stati Uniti vinsero rispettivamente la medaglia d’oro e quella di bronzo.
    Ciò che doveva essere la consueta celebrazione della superiorità sportiva degli Stati Uniti d’America, si rivelò essere l’esatto opposto.
    Nel momento dell’esecuzione dell’inno americano i due atleti alzarono il braccio con il pugno chiuso indossando un guanto di pelle nera: esso era il saluto simbolo delle Pantere Nere, The Black Power.
    Questo era un movimento di protesta con a capo Malcom X, che si diffuse negli anni ’60 avendo come fine la rivendicazione della forza del popolo africano e la sua volontà di emancipazione.
    Il pugno chiuso era simbolo della forza, della potenza del popolo nero.
    un gesto di protesta silenzioso ma forte, poiché i due atleti vollero mostrare al mondo di aver partecipato alle Olimpiadi, di avere vinto per una nazione che non è la loro ma di aver protestato: la testa bassa e i piedi scalzi sono proprio simbolo di questa protesta decisa ma silenziosa.

    I prossimi campionati europei di calcio e le Olimpiadi saranno un palcoscenico che vedrà atleti “italiani” alzare il pugno dell’indipendentismo?

  4. berg says:

    Quello che scrive Motta corrisponde a realtà e lo tocchiamo con mano tutti i giorni in tutte le occasioni possibili e immaginabili.
    La mia opinione è che tutto questo nazionalismo ha come scopo quello di inculcare l’itaglianesimo nelle teste delle ultime generazioni, diciamo fino ai ventenni, perchè per tutte le altre non è necessario.
    Che non è necessario lo confermano il pensiero comune diffuso, basterebbe parlare con la gente che incontriamo tutti i giorni per notare come tutti i pensieri di tipo politico ed economico sono impostati in termini di itaglia.
    La conferma di questo arriva sempre alle votazioni, dove puntualmente almeno il 70/75% dei votanti delle regioni Padano-Alpine votano per i partiti itaglici.
    Sarò anche noioso, ma questa è un’evidenza che non si può negare e su cui bisogna riflettere molto.
    Si fa presto a dare le colpe di tutto alla Lega Nord e a Bossi, che di sicuro ha infilato una sequenza incredibile di scelte sbagliate che non hanno portato a nessun risultato.
    Detto questo va anche detto, per onestà, che la forza per essere davvero decisiva non l’ha mai avuta, sicuramente per colpe proprie, ma sopratutto perchè alla gente del nord le cose stavano bene così com’erano, e di cambiamenti epocali non volevano, e non vogliono tutt’ora, sentir parlare.
    L’opinione comune era, ed è ancora, che “la crisi c’è ma in qualche modo ne usciremo”…come non lo sanno, ma come sappiamo bene il popolo itagliota è sempre pronto ad accogliere “l’uomo della provvidenza” di turno, che tanto poi ci penserà lui a risolvere tutto. E’ chiaro che la storia, anche recente non insegna proprio niente.
    E con questo chiudo il cerchio, nulla mi toglie dalla testa, e spero di sbagliarmi, che tutto questo indottrinamento tricolor-patriottardo non serve solo ad inbesuire giovani e meno giovani, ed a disinnescare le spinte separatiste, per ora ancora troppo ma troppo deboli, quanto e sopratutto serve a preparare l’avvento dell’ennesimo “salvatore della patria”… tricoloruta ovviamente.

  5. giovanni salemi says:

    Considerazioni validissime che sono da condividere non una ma cento,mille volte !
    Purtroppo fare in modo che la gente ascolti o legga con attenzione cose del genere e ci ragioni sopra per ben decidere la strada da prendere non è per niente facile,sopratutto perchè le istituzioni,le famigerate istituzioni ,hanno tirato fuori tanto di quel “”sentimento patriottardo”” e con le loro possibilità infinite – hanno in mano tutto il meccanismo dello stato – parlano,parlano e remano a favore di questo baraccone che sostiene tutte le loro poltrone,sedie,divani e tavoli da pranzo .
    Complimenti e congratulazioni e che Dio ce la mandi buona !

  6. liugi says:

    Concordo, tranne che sulla disponibilità dell’opinione pubblica a sorbirsi questa retorica.
    Fino a qualche mese fa i contrari e gli entusiasti alla retorica unitaria erano molto pochi sia da una parte che dall’altra. In mezzo, una massa di indifferenti.
    Oggi le istituzioni hanno deluso molta gente. Lo Stato sta apparendo alle masse per ciò che è: un baraccone creato apposta per complicare la vita della gente. Le prediche sull’unità nazionale stanno apparendo sempre di più come uno strumento per tenere buono il popolino in un momento di instabilità sociale.
    Peccato che la Lega abbia rovinato tutto e continui a farlo con convinzione, altrimenti la secessione padana sarebbe stata invocata a furor di popolo.

    • michela verdi says:

      Di nazionalismo e di mito dell’unità è pieno tutto ciò che ci circonda. Forse non saranno più accettati come negli anni scorsi, ma la mitologia l’abbiamo ingurgitata fin da piccoli ed è difficile liberarsene. Ha ragione Motta.

  7. Diego Tagliabue says:

    Peggio della Jugoslavia, altro Stato artificiale, tenuto insieme a forza. Sappiamo come è andata a finire.

    La maggior parte degli “italiani” si riconosce sempre di meno in questo Stato, frutto di intrighi massonici e di “sovrani” di serie C come i Savoia: una visione distante anni luce dalla realtà, come quella di una Grecia classica nell’800, abbaglio di Geroge Gordon (Lord) Byron.

    Chiaramente, sia i postfascisti, che i postcomunisti e i fossili democristi hanno interesse a tenere insieme l’ItaGlia, pur essendo fallita con scadenza prossima.

    Per questo assistiamo a parate militari, odio verso i vicini europei (FallItaGlia si é scavata la fossa da sola e già da tempo), proposte tipo inno nazionale nelle scuole (tipico sia del fascismo che della ex DDR) ecc.

    Scaricato Nanobunga, la destra si ricicla nel terzo pol(l)o, mentre la sinistra nasconde i suoi problemi morali e legali.

    Entrambe cercano di colpire la Lega, credendola l’unico e il solo baluardo delle tendenze indipendentiste, ma si sbagliano di grosso.
    Proprio chi aspira a un distacco netto da Roma, non simpatizza più per una Lega Nord, considerata quantomeno fallita.

    Con un minimo di ragionevolezza, anche Roma capirebbe la gravità della situazione e inizierebbe a smantellare l’ItaGlia in modo graduale, cercando nel contempo di evitare l’anticipo del fallimento.

    Invece si adottano le stesse misure: tasse, tasse, tasse e schiaffi in faccia a chi le paga.

    Siccome anche con evasione fiscale azzerata non sarà possibile “pareggiare il bilancio”, dato che gli sprechi continuano imperterriti, è sono una questione di tempo che a FallItaGlia vengano chiusi tutti i rubinetti di credito.
    Vedremo, poi, la reazione di tutti i cittadini delle regioni che hanno sempre pagato… per niente.

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