Beata l’Austria dell’ultimo imperatore Carlo d’Asburgo

carlo asburgodi GILBERTO ONETO – Papa Giovanni Paolo II proclamò tra i nuovi Beati  Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria. Carlo non è oggetto di speciale devozione popolare, non ha “fatto miracoli”, non è apparso a nessuno e non ci sono folle di devoti che vanno in pellegrinaggio alla sua tomba.
È stato l’ultimo esponente di una dinastia millenaria, erede sia pure indiretto di quel Sacro Impero Cristiano fondato da un altro Carlo mille anni prima. È singolare la coincidenza onomastica che lega il primo e l’ultimo esponente dei grandi imperi europei: Carlo Magno e Carlo d’Asburgo, ma anche Romolo e Romolo Augustolo, e il primo Costantino con Costantino XI morto eroicamente sulle mura di Costantinopoli. Carlo Francesco Giuseppe Lodovico Uberto Giorgio Otto Maria era nato il 17 agosto 1887 nel castello di Persenbeug,
nella Bassa Austria, sulle rive del Danubio.

Il padre, l’arciduca Ottone Francesco era figlio di Carlo Luigi, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Era perciò pronipote del sovrano. La madre, Maria Giuseppina, era figlia di Giorgio, re di Sassonia. All’età di due anni, con la tragica scomparsa a Mayerling dell’erede al trono Rodolfo, Carlo si trova a essere il terzo nella linea di successione imperiale, dopo l’arciduca Francesco Ferdinando e
suo padre Ottone. Questa sua posizione gli procura nell’efficientissima e attenta Corte di Casa d’Austria una educazione rigorosa e di impronta molto cattolica su cui ha influito la sua istitutrice irlandese, miss Bride Casey. Nel 1911 sposa la principessa Zita di Borbone-Parma, figlia del duca Roberto e della duchessa Maria Antonia, infanta di Portogallo, che gli da una numerosa nidiata di otto figli.

 

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo viene assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando, e Carlo si ritrova (nel frattempo era deceduto anche suo
padre) a essere l’erede al trono in un momento estremamente difficile e cruciale per la dinastia asburgica e per l’intera Europa. Nel
novembre del 1916 muore anche il vecchio Francesco Giuseppe (che aveva regnato dal 1848) e Carlo diventa imperatore. I suoi due anni di regno coincidono con il momento più drammatico della guerra e della più antica dinastia europea. Nel 1917 gli eserciti degli Imperi centrali sono ovunque vittoriosi, hanno disfatto la Russia zarista e premono sui fronti occidentali: al vigore militare non corrisponde
però altrettanta forza sul piano economico e della coesione sociale. Austria e Germania sono assillate da enormi problemi di vettovagliamento e nelle terre slave dell’Impero si fanno sempre più baldanzose le istanze nazionaliste e indipendentiste. Conscio
di questa debolezza e spronato dalla favorevole congiuntura militare, Carlo si dedica con grande passione a cercare di mettere fine alla guerra offrendo agli avversari una pace onorevole per tutti: i suoi contatti con il presidente francese Poincaré e con la corona inglese sono però interrotti dalla intransigenza degli alleati tedeschi (che sono ancora convinti di potere prevalere sul piano militare) e del
governo italiano, che sulla mattanza bellica ha giocato tutte le carte della sopravvivenza dello Stato unitario.

 

Si può sicuramente dire che, assieme a Benedetto XV, Carlo sia stato il più attivo e convinto ricercatore della pace. Anche per questo è
stato sottoposto a una feroce campagna denigratoria da parte dei circoli nazionalisti occidentali e della massoneria internazionale.
Alla caduta dell’Impero e con la proclamazione della Repubblica austriaca, Carlo e la sua famiglia si trasferiscono in Svizzera. La sua
vicenda politica ha però avuto una breve e drammatica coda: per due volte nel 1921 tenta di riprendere il trono ungherese appoggiato
dal favore popolare. Il primo tentativo, in marzo, viene frustrato dal tradimento dell’ammiraglio Horty che pure si era proclamato reggente al trono e che si rifiuta di consegnarlo al legittimo sovrano. Il secondo tentativo, in ottobre, fallisce dopo una serie di sanguinosi
scontri fra i reparti fedeli al re e quelli del reggente. Qui Carlo mostra di non avere la tempra del comandante risoluto e preferisce
ritirarsi in preghiera piuttosto che combattere contro suoi (sia pur infedeli) sudditi.

 

Viene fatto prigioniero e consegnato agli Inglesi, che si fanno garanti del suo definitivo allontanamento dalla scena politica. Con la
famiglia si ritira in esilio a Madera, dove muore da lì a poco, nell’aprile del 1922, stroncato da una infiammazione ai polmoni. I suoi
ultimi dolorosi mesi di vita sono stati un calvario che Carlo ha sopportato con serena rassegnazione cristiana. Aveva 35 anni. Carlo è passato sulla storia d’Europa senza avere il tempo (e forse neppure la tempra) per lasciare tracce durature: a rappresentare una
dinastia gloriosa è rimasta l’imperatrice Zita che, alla sua morte nel 1989, ha ricevuto onoranze di Stato e l’affetto travolgente dei
popoli del vecchio Impero.  Giovanni Paolo II, a più di 80 anni dalla morte lo proclamò Beato. Perché lo ha fatto e perché in quel momento?
Il Pontefice ci abituò a prese di posizione apparentemente indecifrabili: è stato il principale artefice della fine della più pestifera ideologia moderna ma è anche estremamente tollerante, ai limiti della connivenza, con il più mortifero nemico della Cristianità, l’Islam contro cui proprio gli Asburgo hanno combattuto per secoli. Negli stessi giorni della beatificazione, quasi in corrispondenza con la ricorrenza di Lepanto, l’anziano pontefice incontrò, con effusioni coraniche e scambi di cioccolatini le due pulzelle di Baghdad.

Possiamo avanzare due ipotesi contraddittorie ma entrambe verosimili sulla vicenda. La beatificazione di Carlo può essere vista come un monito all’Europa scristianizzata, un forte richiamo a uno dei simboli più significativi della tradizione cattolica e dell’Europa di Lepanto, di Vienna, del Principe Eugenio e dei tanti secoli di lotta contro i Turchi. In un momento in cui l’Europa dei burocrati, dei
finanzieri e delle logge massoniche (che ha rifiutato di richiamarsi alle radici cristiane nella sua Costituzione) sta organizzando l’ingresso
della Turchia nella Comunità, la bandiera degli Asburgo rappresenta quella della contrapposizione, dell’affermazione identitaria
forte, della lotta all’Islam.

 

Ma la cosa può essere anche letta in maniera opposta: Carlo era il sovrano della ricerca della pace quasi a qualsiasi costo, dell’abbandono
di antichi principi in nome della pacifica convivenza, della rinuncia cristiana, dell’umiliazione, dell’abbandono delle armi. Se è così, aspettiamoci un ulteriore segno di ecumenismo, una generalizzata resa in nome dell’ideale di pace universale. Entrambe le ipotesi sembrano avere valore, anche se purtroppo siamo da tempo abituati al peggio. In ogni caso, non sappiamo se a questa beatificazione seguirà uno sventolio di gloriose bandiere nere e oro dell’Europa imperiale.

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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