Bassolino, Napoli e il “sommerso” politico: a chi va il reddito di cittadinanza?

lido disoccupati di STEFANIA PIAZZO – C’era una volta il quotidiano Il Riformista. Molti non lo ricorderanno  più. Ebbene, sul quel foglio interessante, un giorno apparvero le dichiarazioni di Paolo Macrì, docente di storia contemporanea all’università di Napoli, critico nei confronti del fallimento del rinascimento promesso da Bassolino e verso il Sud in generale, con il suo mondo illegale e la sua politica di coperture.

Intervistai il professore, interessata a comprendere più a fondo le ragioni del suo essere fuori dal coro.

Ecco il testo del nostro dialogo.

Quanti mondi sommersi esistono nel Mezzogiorno? Paolo Macry, che insegna storia contemporanea all’Università di
Napoli, dice che sono due: illegale il primo, legalissimo il secondo. C’è il sommerso del lavoro nero, e poi, eccoci qua, c’è il sommerso del politico. La sua analisi è coraggiosa. Risale solitaria la corrente dei piagnistei, smaschera l’astuzia. D’altra parte, sui Giochi dell’incertezza della sua Napoli, Macry da buon storico ci ha scritto anche un libro: «Il lotto, le banche, l’usura, la criminalità che crea disordine e vende fiducia…, i tentativi dell’élite di salvaguardare status e patrimoni… I lampi di genio che fanno i conti con i limiti del contesto».
Ma pare che dal diciannovesimo secolo ad oggi, «la coppia passato-presente non è solo un luogo comune: è una tenaglia. Una trappola. Ieri come oggi».
Professor Macry, a cosa allude quando ci parla di “sommerso politico”?
«Mi riferisco alla bassa produttività nella macchina amministrativa. Il Comune, nonostante qualche tentativo di bonifica, è una macchina scarsamente governabile che, a suo tempo, fu “riempita” in modo indecoroso. Non c’è nessuno che voglia minimamente governare il mercato del lavoro a vari livelli. Lo stesso vale sul fronte regionale: c’è un tasso impiegatizio superiore persino alla Lombardia».
In altre parole non si agisce?
«C’è una sostanziale connivenza tra il ceto politico-amministrativo e i buchi neri del mercato del lavoro. Per non parlare poi della vigilanza urbana…».
Che c’entrano i vigili di Napoli?
«Sappiamo che Napoli è una città dissennata sul piano del traffico e della mobilità, nonostante l’alto tasso di presenza numerica dei vigili».
Mi pare lei lo dica con non celato sarcasmo. Perché?
«Perché li vedo molto appassionati alla socialità, piuttosto che al traffico. Mi sembrano spesso più ragazzi in gita scolastica piuttosto che controllori… Insomma, ha capito cosa intendo».
Professor Macry, torniamo al sommerso illegale. Il presidente della Regione Campania ha proposto il reddito di cittadinanza, un’integrazione per le famiglie in stato di povertà. Lei ha bocciato l’iniziativa. Perché?
«Il programma è stato enfatizzato anche in una recente convention ulivista come nuovo modello di welfare territoriale. Ma non è neppure partito, non c’è copertura finanziaria… e questo la dice lunga sull’iniziativa. Sul piano dei regolamenti attuativi e della copertura finanziaria è tutto ancora da mettere in piedi. Ma scusi tanto, è evidente che vengano avanzate critiche sulla difficoltà di erogare contributi del genere. Io dico che questo è postcomunismo redistributivo, è demagogia. Mi dica come si fa a individuare, in Campania, i redditi familiari reali?».
Me lo dica lei, professore.
«Ci sono settori di manifattura dove il 70% del lavoro è sommerso. Ci sono aree dove il nero e l’evasione agli obblighi scolastici sono la norma. Basta solo andare in giro in città per rendersi conto che il personale di molti esercizi pubblici è in età scolare».
Quindi il reddito di cittadinanza non è la soluzione al lavoro nero e sottopagato?
«I problemi sono a monte del reddito di cittadinanza. In una zona che ha problemi sociali come il Mezzogiorno, il tema di una rete di protezione che legittimi anche una maggiore flessibilità del mercato del lavoro non è irrilevante. Ma la cosa su cui il centrosinistra meridionale e campano glissa facilmente è che qui c’è un mercato del lavoro ingessato, con livelli di deregulation selvaggi. Altro
che Corea».
E il sindacato?
«L’adesione alla battaglia sull’articolo 18, e non parliamo di quella contro le gabbie salariali, sono l’espressione di  una demagogia incomprensibile, di una grossa ipocrisia. C’è un problema del mercato del lavoro che solo formalmente non è sommerso. Io dico invece che al Sud occorre un mercato flessibile, ma con delle regole».
Il sommerso è anche un problema di ordine pubblico, perché legato ad aspetti di criminalità.
«Certo. Al grande sommerso corrisponde un grande lavoro nero e una grande  evasione scolastica. Inutile dire che è terreno di reclutamento di braccia per la Camorra, per un fenomeno spontaneo e autogestito da parte della microcriminalità. Ma se parliamo di sommerso, che riguarda decine di migliaia di persone di classi non possiamo fare a meno di parlare anche di un altro sommerso, del
quale non si parla».

A quale sommerso si riferisce?

«Al sommerso politico».
Sommerso politico?
«Sì, è quello che riguarda il sistema della formazione, il sostegno delle liste di lotta, i vari ammiccamenti sistematici senza distinzione di parte politica verso i “disoccupati organizzati”. La stampa nazionale non ne parla ma questa città un giorno sì e l’altro no è messa a ferro e fuoco da gruppi di disoccupati organizzati».
Scusi, ma se non lavorano, come sopravvivono per promuovere queste iniziative? In altre parole, chi li mantiene? E poi, chi rappresentano?
«Chi li foraggia…. difficile dirlo. Lasciamo spazio all’immaginazione. Ma è fuori discussione che le liste facciano riferimento ai partiti. Il quadro, è il caso di dirlo, è bipartisan. Le liste di lotta controllano pacchetti non piccoli di voto, non è facile andare contro i loro cosiddetti “caporioni”. Godono di appoggi che lasciano a bocca aperta, vengono ricevuti in prefettura, dalle istituzioni, persino dalle massime cariche dello Stato, evidentemente non ben informate…».
Questa situazione è frutto del fatto che c’è poco o troppo Stato?
«Nel Sud io ritengo ci sia poco Stato e poco mercato. C’è un controllo modestissimo del territorio e un uso politico di queste spinte di disoccupati».
Disoccupati per mestiere?
«È chiaro che questi meccanismi stravolgono un normale mercato del lavoro ma stravolgono anche il mercato politico, bloccandone la
crescita. La stessa esperienza di Bassolino a Palazzo S. Giacomo non ha provocato la nascita di una nuova classe dirigente».
Lo dimostra l’emergenza rifiuti?
«Il Governo ha incaricato amministratori locali in carica ed ex a gestire l’emergenza. Ma poi Bassolino ha detto: “Non ce la faccio”. Ed è
arrivato il prefetto. Significa che il Mezzogiorno può essere governato solo dai prefetti? Credo proprio di no!».
La Devoluzione aiuterà il Sud?
«È una strada importante, magari complicata, ma resta strategica. Già lo affermavo in epoca non sospetta 15 anni fa,
in un’intervista al Corriere della Sera».
Sostenendo cosa?
«Che Federalismo e regionalismo sono fenomeni importanti. E oggi continuo a pensare che l’esperienza storica di questo Paese suggerisca che questa è una strada importante da percorrere, magari complicata, da praticare con cautelaforse costosa ma che resta strategica».
I tempi sono maturi per il Mezzogiorno?
«Il problema dell’autogoverno ha bisogno di tempi lunghi, gli esiti del Federalismo da subito qui non saranno eclatanti. La stessa esperienza campana e napoletana è fatta di luci e ombre. Il ceto politico locale in questi ultimi 10 anni è cambiato, sono scomparsi elementi di irresponsabilità tipici degli anni Ottanta ma dire che si sia attivata una comunità cittadina in grado di dare garanzie di autogoverno efficace, beh, ho i miei dubbi».
Sarebbe stato meglio un Federalismo a velocità variabile?
«Penso proprio di sì. Ma la cosa fastidiosa e politicamente grave, dalle gabbie salariali al Federalismo, è voler negare le specificità territoriali. Questo Paese ha forti specificità territoriali, negarlo non ha senso».
Pecca del sindacato?
«È pazzesco che al Sud il sindacato abbia le stesse parole d’ordine del sindacato piemontese».
Nel Mezzogiorno quindi lei invoca il Federalismo sindacale?
«Prima ancora del Federalismo, è importante addivenire a un discorso politico, a un linguaggio differenziato territorialmente. Basta
con le stesse parole d’ordine da sinistra a destra, dalle professioni al sindacato».

Lei farebbe un distinguo anche sui dati Istat, regione per regione?
«Le medie statistiche sono sempre una trappola in un Paese così differenziato. Anche se l’effetto euro sta riempiendo il gap tra Nord e
Sud. La forbice si è stretta. Ma sono convinto si debba ripensare alle gabbie salariali, tanto più in presenza dei salari reali che corrono a Napoli, che sono quelli del lavoro nero, non certo dei contratti nazionali. Chiamiamoli contratti territoriali o come si vuole, ma la sostanza è questa».

 

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