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Bassani: il Nord paga spesa pubblica liberista e tassazione socialista. Dal libro #Democrazia di Morosin

morosin

di Marco Bassani – Il libro di Alessio Morosin che il lettore ha fra le mani è davvero interessante perché si colloca sul versante della politica, cercando di analizzare il crollo verticale di fiducia non di singole istituzioni “democratiche” – partiti, Parlamento, magistratura – ma dell’intero sistema politico. Il libro non è scritto da un esperto per esperti, ma da una persona ricca di passione civile che ha a cuore il presente e il futuro della sua comunità. Ho conosciuto Alessio qualche anno fa, in occasione della pubblicazione del suo primo libro, Autodeterminazione.

Nel corso del tempo ho condiviso le sue battaglie di indipendenza e ne ho davvero apprezzato la cristallina coerenza. Morosin è un avvocato e non ha nulla contro l’Italia, ma la sua battaglia politica è su di un’altra prospettiva: si batte per liberare il Veneto dal non disinteressato abbraccio italico. Nel 1998 fu autore della Risoluzione 42 sul diritto all’autodeterminazione del popolo veneto e oltre tre lustri dopo ha promosso il referendum sull’indipendenza del Veneto, che la Corte costituzionale ha pensato bene di bloccare.

Pur essendo stato Consigliere regionale della sua regione (1995- 2000) ha poi rinunciato al vitalizio, creando un certo scalpore e scandalo fra i colleghi. Il lettore, di fronte a un saggio tutto politico, potrebbe sostenere che certo la politica ha la sua importanza, ma la crisi ormai decennale di questo Paese è di natura “economica”: la finanza internazionale, il gruppo Bilderberg, i “poteri forti” mondialisti hanno deciso di relegare l’Italia al ruolo di unico Paese “sviluppato” a crescita zero negli ultimi 20 anni. Nulla di maggiormente falso e sul punto occorre fare subito chiarezza.

Le aree italiche non stanno attraversando nessuna crisi di natura economica, morale o civile. Anzi, le poche, ormai pochissime, aree produttive (Veneto e Lombardia, innanzi a tutte) anche nei momenti più bui dei due lustri appena trascorsi hanno fatto registrare prestazioni economiche da record (o almeno da guinness dei primati delle paraolimpiadi alle quali il governo italiano condanna chi lavora e produce). Perché l’operazione ormai scientemente portata avanti del ceto politico-burocratico è quella di rendere pressoché impossibile ogni attività produttiva in tutto il territorio “nazionale”. Nel 2011, fine dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, qualcuno poteva ragionevolmente nutrire la speranza che i tecnici, o i politici, o chiunque altro potesse essere in grado di porre rimedio a questo sfascio. Dopo la parabola montiana, poi lettiana e quindi renziana, la politica italiana ha lasciato ormai il cerino acceso in mano a un unico protagonista, producendo un vuoto assoluto: di prospettive, programmi, idee. Adesso è ormai chiaro che nessuno riuscirà a metter mano a nulla: spesa pubblica, debito e rapina fiscale (ai danni dei singoli, delle imprese e di alcuni territori).

Che cosa è accaduto in Italia? Come mai quasi tutti i paesi del mondo (con l’eccezione di Venezuela e Zimbabwe) crescono e queste aree non riescono a raggiungere nuovamente neanche il livello di ricchezza che avevano alla fine del Novecento? Sul punto occorre tagliare la fabulistica narrazione “nazionale” alle radici: niente finanza, massoni, Bilderberg o cattivissima Merkel, solo Stato, prebende pubbliche e parassitismo politico. Quello che è accaduto è stato il più grande trasferimento di risorse della storia dal settore privato a quello pubblico. Se nel 1974 la tassazione in rapporto alla ricchezza prodotta era di circa il 22%, nel corso di meno di mezzo secolo ha superato la metà, e se inseriamo il mantenimento e l’espansione del debito pubblico, ossia la tassazione dei non nati, si va ben oltre il 60%. Lo Stato è il socio occulto di ogni individuo, famiglia, impresa ed è ormai il socio di maggioranza. E lo Stato non produce alcuna ricchezza, la può solo spostare dalle tasche di chi la ha prodotta in quelle di chi la reclama. Si tratta del fenomeno della «rendita politica», cioè dei vantaggi di natura parassitaria che alcuni gruppi privilegiati riescono a procacciarsi a danno di altri.

Fenomeno che nelle aree italiche ha ormai assunto estensioni inarginabili. La verità, come spiegava oltre venti anni fa Gianfranco Miglio è che «in ogni momento storico gli individui che fanno parte di una comunità politica si dividono naturalmente in produttori e consumatori di tasse. Quando i consumatori di tasse prendono il sopravvento… e considerano i produttori i propri schiavi fiscali, la struttura parassitaria mette in crisi tutta la comunità politica. A quel punto o si riforma totalmente il sistema, o ci si rassegna alla rivoluzione» (G. Miglio – A. Barbera, Federalismo e secessione. Un dialogo, Milano, Mondadori, 1996, pp. 73-74). La contrapposizione territoriale tra le diverse aree del paese è un riflesso dell’antagonismo tra classi produttrici e parassitarie. La lezione di Miglio sulla diversità dal punto di vista culturale ed economico delle realtà territoriali di questo Paese non è in alcun modo aggirabile.

«Le difficoltà di armonizzare le abitudini dell’Italia mediterranea con esigenze di quella tendenzialmente mitteleuropea, nel quadro di un mercato continentale fortemente competitivo, potrebbe accelerare il degrado del nostro già debole sistema politico… e innescare processi di secessione e di aggregazione spontanea», scriveva nel 1989 (G. Miglio, Vocazione e destino dei lombardi (1989), Milano, 2018, p. 131). In breve, la malattia di cui le aree italiche stanno morendo ha un nome e un cognome precisissimo, si chiama “parassitismo politico” e si sostanzia nella più selvaggia redistribuzione territoriale delle risorse dai produttori ai consumatori di tasse della storia.

Ricapitoliamo la questione nelle sue linee essenziali: lo Stato non produce ricchezza, la sposta dalle tasche di alcuni per metterla nelle tasche di altri. L’azione fiscale del governo crea per sua stessa natura due gruppi contrapposti: i produttori di tasse e i consumatori di tasse. Se anche le tasse fossero utilizzate benissimo dalla burocrazia illuminata, come minimo accadrebbe che la casta burocratica stessa vivrebbe alle spalle degli altri. La politica dovrebbe riuscire a produrre quelle metafore organicistiche che siano in grado di mascherare i confini precisi della rapina. Ossia, che faccia apparire inestricabile il rapporto fra chi le tasse le produce e chi le consuma, mantenendo quella che è la geniale definizione di Stato prodotta da Frédéric Bastiat nell’Ottocento: «È la  finzione secondo la quale tutti credono di poter vivere alle spalle di tutti gli altri».

Qui debito e rapina delle aree produttive hanno fatto saltare la possibilità della finzione. Oggi è impossibile credere di esser parte di una ragnatela di relazione statuali dalle quali guadagniamo e perdiamo un po’ tutti. Ormai è sotto gli occhi di tutti chi paga e chi riceve, chi tiene i cordoni della borsa e chi la borsa la riempie e basta. Lo Stato, sorto per creare l’“ordine politico” è diventato lo strumento del parassitismo politico. La particolarità, unica al mondo, è che da noi l’area del parassitismo e quella produttività seguono linee geografiche chiare e precise. Si tratta dei confini regionali, di istituzioni oggi apparentemente deboli, ma che politicamente potrebbero trovarsi a dover chiedere e gestire tutto. In breve, i problemi non possono essere risolti “nazionalmente” a causa della contrapposizione geografica generata dalle politiche clientelari e assistenziali accompagnate dall’inerzia colpevole dei produttori. Però la demarcazione geografica del problema Italia offre anche il destro per la sua soluzione. Il fatto è che quando si parla di tassazione, vale a dire del reale peso dello Stato, ben oltre l’elefantiaca macchina burocratica, l’esperienza nei vari territori è talmente differenziata che si deve evincere che le regioni non sono tutte uguali davanti al fisco. Il che vuol dire che non lo sono i cittadini che in quelle regioni vivono.

L’art. 3 della Costituzione, oltre alla “pari dignità sociale” (concetto un po’evanescente, anche perché la società non è lo Stato) stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, concetto apparente cristallino, ma di difficilissima applicazione. Nessuna differenza dovrebbe aver rilievo: sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali non contano, lo assicura la Costituzione, ossia la più elevata fonte del diritto nel nostro ordinamento. Siamo allora tutti uguali di fronte alle leggi? La legge riconosce un unico soggetto (o meglio, oggetto) del diritto, come un solo legislatore. Ma le cose stanno davvero così? Le leggi dovrebbero essere generali e astratte. I cittadini alle quali si rivolgono non dovrebbero essere identificabili preventivamente. Ogni tanto effettivamente accade, ma è un caso, molte di esse riguardano rimborsi fiscali, vantaggi, esenzioni, privilegi di ogni sorta. In breve, la quasi totalità delle norme non si rivolgono affatto a tutti i cittadini e quindi sono di fatto creatrici di diseguaglianze fra gli uomini. Ogni legge si rivolge a un piccolo o grande gruppo di persone, mai alla totalità dei cittadini che si trovano in quella posizione.

Viviamo in un mondo nel quale tutta la legislazione è “speciale”, si potrebbero scrivere direttamente in Gazzetta Ufficiale i nomi e i cognomi dei cittadini ai quali ci si riferisce. Una tra le differenze più marcate che la fiscalità generale stabilisce – senza bisogno di alcuna legislazione particolare – è però quella fra le diverse regioni italiane. Lombardi e veneti sono costretti dal fisco a riscattare prima la propria terra, poi i propri corpi e infine le loro imprese. Costoro pagano una taglia ulteriore rispetto a quella pro-capite che colpisce ogni malcapitato per il fatto di essere all’interno di un inferno fiscale di nome Italia. Si tratta di una vera e propria “dazione ambientale” che non ha precedenti nella storia e rende Veneto e Lombardia le terre che pagano il più alto tributo della storia al Leviatano. In breve, queste regioni hanno una spesa pubblica liberista e una tassazione socialista.

Il che significa che pagano per il socialismo degli altri. Questa tassa è puramente territoriale e colpisce la ricchezza all’origine: la paghi perché abiti in luoghi più produttivi di altri, non la vedi perché sarà riversata su altri territori. È una sorta di estorsione territoriale occulta e della quale non parla nessuno: sono i “soldi degli altri”, quelli che la Thatcher definiva il fondamento ultimo del socialismo. E come Maggie aveva predetto stanno davvero finendo. Il libro di Alessio Morosin si colloca su questo sfondo di enorme diseguaglianza fra le comunità nelle quali si articola la vita dei cittadini di questa Repubblica, ma si concentra sul versante della democrazia e della libertà.

La democrazia quale sistema politico nel quale il popolo esercita l’autogoverno, è sempre stato un termine piuttosto equivoco sin dall’antichità (già per Aristotele “democrazia” era la degenerazione della politeia, la forma di governo nella quale la polis governava su tutta la polis). Appena una comunità diventa troppo vasta si ricorre al principio della “rappresentanza politica” e si entra in una serie di finzioni senza fine. Il corpo politico parlamentare, che racchiude tutti gli interessi legittimi di una metafisica e immaginaria nazione deve funzionare sulla base della regola della maggioranza (e ciò ha una sua chiarezza), ma i rappresentanti devono muoversi in base a due stelle polari piuttosto evanescenti: Nazione e coscienza. Si tratta di due poli metafisici, davvero privi di portata esistenziale, incontrollabili e soprattutto non misurabili. Se l’art. 67 della Costituzione afferma che  “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, in Italia il principio è stato letto come libertà (fittizia) dai partiti, ma in origine segnalava la non riconducibilità dell’eletto a un collegio elettorale, ossia a un interesse territoriale chiaro e distinto dagli altri. Alessio Morosin si muove su di un terreno che è quello di un individualismo metodologico rigoroso. A suo avviso, “il libero cittadino (sia singolarmente, sia collettivamente nelle varie formazioni sociali) è l’unico depositario e titolare esclusivo della sovranità sul proprio presente e sul proprio futuro”. Il che equivale a dire che, come affermava negli anni Venti del secolo scorso il grande economista Ludwig von Mises, «solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo agisce».

L’azione umana è sempre individuale, frutto di un soggetto senziente che agisce, pensa, scambia e ha capacità politica, nella società gli aggregati di per sé non esistono se non come risultati dell’interazione sociale tra individui. Così come il mercato è solo la cooperazione economica dei soggetti, la politica deve essere ricondotta alle scelte dei liberi cittadini. Nell’analisi di Morosin la contrapposizione cruciale è fra libertà costituita e libertà costituente. Se “la libertà della democrazia … è una libertà generata dalla “libertà costituente” che, necessariamente, è svincolata dai limiti del meccanismo democratico … perché lo precede”, mentre “la libertà costituente (o generante) consente alla democrazia di operare, maturare ed evolvere nella trasparenza e legittimità”. Il che vuol dire che gran parte dei problemi contemporanei vengono posti sotto la lente dello scostamento fra i due tipi di libertà, costituente e costituita.

Mentre la “fonte generante” – per usare l’efficace linguaggio di Morosin – è sottoposta ai limiti classici del diritto naturale, i processi democratici sono l’esito della libertà costituita. Si tratta quindi di meccanismi sottoposti a ogni genere di applicazione distorsive e contaminazioni. La democrazia, intesa come adesione alla regola della maggioranza, è sempre sulla soglia dell’harakiri, nel senso che potrebbe “decretare la propria stessa morte (conculcando le libertà dei singoli e delle varie formazioni sociali) proprio per effetto della decisione occasionale di una data maggioranza alla guida del governo”. Insomma, se la democrazia non è fortemente ancorata alle catene della libertà costituente, ossia “della fonte generante, dei valori non negoziabili appartenenti ai cittadini tanto singoli quanto associati” il rischio è quello di una degenerazione continua e di un allontanamento costante dai principi della libertà. In altri termini, e con un suo peculiare linguaggio, Morosin analizza la relazione assai complessa che si istaura fra la libertà e la democrazia, termini tutt’altro che coestensivi. Per Morosin, “la libertà costituente non va mai confusa con la libertà costituita, così come non si devono confondere le fonti generanti con le fonti generate”. Quindi la crisi che attraversa oggi indistintamente tutte le democrazie avanzate sta soprattutto “nella inadeguatezza dei … meccanismi operativi”. Ossia nella labilità del confine “tra potere costituente e potere costituito… [ossia] la libertà costituente precede sempre, pur senza prevaricare, la libertà costituita”.

Una parte non irrilevante dei problemi che attanagliano oggi le principali democrazie derivano anche dal carattere elitario e mediato di queste ultime. Se molti osservatori sono assolutamente convinti che i cittadini siano perfettamente in grado di scegliere i propri rappresentanti, costoro sono tuttavia certi che gli stessi siano del tutto incompetenti a occuparsi dei problemi “nazionali”. Un importante studioso come Angelo Panebianco, ad esempio, è convinto che si debbano introdurre “correttivi elitistici” all’interno del sistema democratico, visto che gli elettori vedono solo i propri interessi sul breve periodo. Come questa élite dovrebbe, con polso fermo e sicuro, guidare gli elettori a prendersi cura dei loro stessi interessi di lungo periodo è naturalmente assai difficile da comprendere. Anzi, come avverte Morosin, “l’interesse di una minoranza elitaria organizzata (e attrezzata per diffondere, in modo persuasivo, le sue proposte di governo)” potrebbe fare di tutto “per vincere usando … lo strumento della comunicazione in modo spudoratamente pianificato e finalisticamente orientato”. Sono proprio le aggregazioni di interessi elitari ad avere creato “finte alternanze di governo” fondate su vecchie divisioni ideologiche e antichissime categorie politiche. Al punto che “riproporre il governo degli ottimati non è la soluzione”. Nulla sembra in grado di riposizionare correttamente il rapporto fra la forma democratica e la sovranità del cittadino. La visione di Morosin è rigorosamente fondata sulla libertà individuale, tanto che egli non riconosce alla costellazione degli interessi pubblici nessun valore in sé, se non si tratta di riflessi di una “costellazione di valori etici dei singoli cittadini”.

Ovviamente, Morosin, che si batte da anni per trovare una via del tutto pacifica e concordata per garantire al Veneto l’indipendenza che i suoi abitanti meritano e vorrebbero, non può dimenticare che le dimensioni della comunità politica sono un aspetto rilevantissimo del problema. Una comunità piccola sarà più vicino ai cittadini, “meno pervasivo nella loro vita e poi, alla fine, il suo controllo è più facile, sia perché “c’è meno Stato da controllare”, sia perché la distanza tra il cittadino ed i meccanismi e le leve di governo è assai più ridotta”. In questo senso, è chiaro che potenzialmente l’indipendentismo e la crescita dei movimenti che rivendicano autentico auto-governo locale sono le maggiori speranze per riallineare democrazia e libertà. Il processo appare anche assai sensato dal punto di vista economico: la disintegrazione territoriale in entità sempre più piccole produrrà una vera competizione fra le istituzioni. Giacché tutti viviamo in un mercato globale i costi del protezionismo e della tassazione selvaggia saranno altissimi, al punto che i governi saranno costretti ad abbassare tasse e migliorare i servizi per attrarre imprese e individui. Esattamente come accade fra i Cantoni della Confederazione elvetica.

Le maggiori speranze per un riallineamento fra libertà e autogoverno nascono davvero dai movimenti indipendentisti contemporanei, gli unici capaci di spezzare i monopoli dei Leviatani contemporanei, che invece vengono esaltati nelle istituzioni sovranazionali quali l’Unione Europea. L’intero saggio di Morosin appare una vera e propria messa in stato d’accusa di una Costituzione che seppure da principio sostiene che “la sovranità appartiene al popolo”, subito introduce lo “scippo vero e proprio” affermando “che [il popolo] esercita [la sovranità] nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Insomma, un gruppo dirigente in un momento preciso della storia di un aggregato politico ha creduto di poter bloccare per sempre i modi in cui si sviluppa la sovranità dei singoli e delle loro comunità naturali. La storia si sta invece sviluppando verso vie che i costituenti non immaginavano neanche: “unità e indivisibilità della repubblica” è solo un vecchio e vuoto dogma giacobino che risuona beffardo di fronte a un mondo ormai votato alla riaggregazione e ridiscussione delle convivenze umane.

*Storico delle dottrine e delle istituzioni politiche Università degli Studi di Milano

Dalla prefazione al libro di Alessio Morosin, #Democrazia

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1 Comment

  1. Questa prefazione al libro dell’Avv. Morosin non fa una grinza sulla verità che ci circonda e che lentamente ci sta soffocando.
    Bene, se il VENETO diventerà indipendente, e credo lo diventerà, potrebbe essere per la rovinosa caduta dell’Italia e per l’aggressione che riceverà quando starà più nel baratro che sul bordo dello stesso.
    Sembra un film già visto ma credo potremo rivederlo ancora senza possibilità di evitarlo.
    WSM

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